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Maurizio Carta

Di recente si sarà potuto notare, anche da parte dei non addetti ai lavori, l’ondata, o per meglio dire “valanga”, rappresentata dall’avanzamento nel palcoscenico della politica europea di partiti facenti parte dell’area della destra. Non la destra classica, ma bensì la destra estrema, quella che si mette ancora più a lato di quella istituzionale. Molti addetti ai lavori la catalogano come la “destra populista”, altri come ultra-nazionalista, altri ancora ancora come la “vera destra” fuori dagli archetipi istituzionali correnti. In Europa crescono a dismisura il loro consenso. Si tratta, per citare alcuni esempi, del Front National in Francia, capitanato da Marine Le Pen, dell’Ukip (United Kingdom Independence Party) in Inghilterra guidato dall’indiscusso e confermato leader Nigel Farage, della Lega di Matteo Salvini in Italia e altri ancora. Come tutti i colori sono certo presenti delle sfumature, ma denominatore comune fra tutti questi attori è senz’altro il “malpancismo”, si perdoni il termine, nei confronti di un’Europa che sentono più come un impaccio che come una risorsa.
Marine Le Pen, figlia d’arte nella storia dell’ultra destra francese, ha preso un quarto dei voti in Francia. Non certo d’ispirazione gollista, il suo partito mette alla base della propria bandiera l’antieuropeismo, il suo no assoluto nei confronti della moneta unica, il rifiuto della globalizzazione, politiche economiche anti-liberiste e un massiccio intervento statale di stampo keynesiano. “Le Figarò”, autorevolissimo quanto popolare giornale transalpino, avanza addirittura l’ipotesi originalissima che il Front National abbia tutti i requisiti per essere catalogato come un vero e proprio partito di sinistra. Propone l’uscita dall’Euro, misure protezionistiche forti e la regolazione dei flussi migratori limitata a diecimila l’anno. Pochi mesi fa Marine Le Pen si è addirittura lasciata andare a una dichiarazione spigolosa quanto per lei naturale che l’Ebola potrebbe essere la panacea per risolvere il problema dell’immigrazione in Europa.
In Italia Salvini, segretario della Lega Nord erede di Umberto Bossi, fa incetta di consenso, espandendo le sue attenzioni al sempre rinnegato Sud, forse cercando intercettare il malcontento diffuso nello stivale, quello da sempre criticato e indicato come la zavorra italiana. Salvini ha realizzato che per poter ottenere percentuali importanti dovrà convincere il Sud a dargli credito. Il leghista vuole trasformare in peso elettorale il malessere meridionale, la delusione è sempre un ottimo serbatoio di voti. Staremo a vedere se il Sud si ricorderà di quando non gliele mandava a dire. Anche lui inveisce contro le istituzioni europee, su politiche anti-immigrazione (per usare un eufemismo), sull’Euro e su quanto possa tangere minimamente la sovranità dello Stato.
Veniamo qua in Inghilterra, da dove scrivo. L’Ukip di Farage, nato da una costola del Partito conservatore inglese, nasce nel 1993, e rivendica, già dal suo nome, una piena indipendenza da qualsiasi istituzione sovranazionale. Propone anch’esso l’uscita inglese dai trattati europei e appoggia il referendum in materia che si terrà nel 2017. Dati alla mano, ad oggi, è il primo partito per consenso con le ultime cifre elettorali in cui ha battuto cassa per un impetuoso 27,5 per cento. In base a tale cifra si avvale di 24 europarlamentari. Tutto ciò fa sì che adesso, a dover rincorrere, nella destra inglese, è il partito conservatore di David Cameron. Quest’ultimo si è visto mangiare voti dal vicino Farage, cambiandone per effetto domino le strategie. Cameron ha infatti di recente annunciato importanti politiche per il futuro, proponendo delle riforme a partire dal settore Welfare, la previdenza sociale. Vorrebbe introdurre la possibilità di usufruire dei benefit che il Welfare inglese offre, case popolari e sussidi economici ai disoccupati, solo dopo almeno quattro anni di permanenza, così da evitare ciò che è stato battezzato come il “turismo del Welfare”. Riuscendo a ottenere il sì europeo a tali misure, propone di appoggiare la permanenza inglese nella Ue nel già sopra citato Referendum fra due anni. Ricordiamo che i conservatori fanno parte del gruppo europeo “Conservatori e riformisti europei” al Parlamento Ue. Questo gruppo è contro la paventata unione federale e raggruppa tutte le destre moderate, e l’aggettivo “moderate” è d’obbligo, provenienti dal vecchio continente. Facendo leva su quello che è l’articolo 5 del Trattato europeo, si appellano al principio di sussidiarietà, il quale prevede interventi dell’Unione dove la sovranità nazionale non potrebbe fare altrimenti. Non a caso il raggruppamento europeo sventola da sempre il seguente slogan: ”Sovranità nazionale dove possibile, Europa dove è indispensabile”.
Non da sottovalutare sono comunque anche altri partiti i quali di moderato, a differenza dei Conservatori inglesi di Cameron, hanno veramente poco. Degni di menzione sono il Partito per la libertà, proveniente dall’Olanda, l’estrema destra antieuropeista austriaca, quella tedesca, per arrivare ai neonazisti puri di Alba dorata, provenienti dalla Grecia, la stessa terra che ha fatto paradossalmente nascere il termine “Democrazia”. La Destra estrema europea, è quella che valuta l’Europa come la peste, un male da debellare.
I rottamatori europei, Salvini, Le Pen e Farage continueranno a parlare alla pancia, a cavalcare la delusione, a mettere in mostra tutti i “vulnus” che presenta l’istituzione. Vedendo crescere questi sentimenti di delusione nei confronti della Ue, altri partiti si sono dovuti mettere alla loro rincorsa, introducendo tematiche quali il controllo dell’immigrazione, per non avere ulteriori emorragie di voti.
L’Europa, così com’è, va certamente corretta e fatta sviluppare in certe sue parti. Il peccato originale di aver creato un’unione monetaria ancor prima di un’unione fiscale e politica è un prezzo carissimo che i quasi cinquecento milioni di cittadini europei pagano a carissimo prezzo, in particolar modo dopo la crisi finanziaria del 2008, che ha messo a nudo tutte le carenze. Un’Europa ancora da costruire, dall’Unione fiscale a una più omogenea legislazione per abbattere i paurosi dislivelli che latenti persistono al suo interno. Ma oggi il mondo è sempre più diviso in grandi blocchi. La Russia è grande più dell’Europa, così come la Cina e L’Australia. Gli Stati Uniti allo stesso modo, sono composti da cinquanta Stati ma parlano al mondo con una voce sola. I Paesi emergenti, due su tutti Brasile e India, simultaneamente, sono federazioni di Stati con differenze anche abissali al loro interno, ma anch’essi comunicano con una voce sola che trova una sintesi per l’interlocutore. Tutti questi Stati hanno una politica estera comune, forze armate in comune, entrate fiscali e debito in comune. Nei grandi temi e sfide che impone il progresso un posizione univoca unisce tutti quanti, con precedenti dibattiti e divergenze interne, ma con una soluzione univoca ben definita. Accettando tutte le opinioni e rimostranze, una visione lucida del futuro non può prescindere dal prendere in considerazione il fatto che il mondo si suddividerà sempre più in continenti, intesi come politici e non solo geografici.
Le sfide sono grandi e tutti i popoli europei dovrebbero capire che l’unione fa la forza, senza pensare che la propria storia, la propria diversità, la propria lingua siano incompatibili con una istituzione che li unisce sulle grandi partite che il futuro ha in serbo. L’Europa è già stata unita sotto Carlo Magno, chissà se saprà esserlo in futuro. Altri tempi, altri contesti. Ai mondiali di calcio si può concorrere separati, in politica uniti. Una cosa dovrebbe però far discutere. Il tanto e legittimo antieuropeismo, dai Farage a Le Pen passando per Salvini, partecipano a elezioni parlamentari di una Istituzione che vogliono vedere a pezzi. Intascando indennità economiche da un Parlamento Europeo che allo stesso tempo denigrano. L’Europa politica puzza, ma il denaro evidentemente no. Ci stanno dentro magari per fare da Cavallo di Troia, dove il leggendario Achille con i suoi uomini, una volta dentro le mura, mise a ferro e fuoco la città. Anche quelli altri tempi, altre storie, altro contesto. Altre leggende.

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