La caccia alla volpe, così in Trentino, così in Emilia

Per tre anni, in Veneto, andrà nuovamente in scena niente meno che la “caccia alla volpe”. Nessuna allegoria. Si tratta di una caccia vera e propria all’animale vero, in carne e ossa. Il locale Tribunale amministrativo ha infatti respinto il ricorso proposto da varie associazioni (Lav – Lega Anti Vivisezione, Ente Nazionale Protezione Animali – Enpa., Organizzazione Internazionale Protezione Animali – Oipa) contro la decisione della Provincia di Treviso che aveva deliberato un piano triennale di abbattimento delle volpi, nella misura di 350 unità per anno.
Tale piano costituisce, per la verità, la prosecuzione di analoghi piani attivati negli anni precedenti in considerazione del progressivo aumento del numero di esemplari presenti sul territorio. Il principale motivo di ricorso atteneva al legittimo metodo utilizzabile per il controllo del numero di esemplari, atteso che sia le legge nazionale che quella regionale prevedono che debbano essere prioritariamente utilizzati metodi ecologici e, solo in caso di accertata inefficacia degli stessi, sia consentito ricorrere a piani di abbattimento. Il Tar, pur condividendo l’interpretazione generale offerta delle ricorrenti circa l’esigenza che l’amministrazione prima provveda al controllo attraverso metodi ecologici (in particolare la mancata somministrazione di cibo) e solo dopo, verificata la inutilità di tale metodo, possa provvedere con sistemi cruenti, ha ritenuto che ciò sia regolarmente avvenuto nel caso esaminato. Con riferimento alle volpi, infatti, l’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la Ricerca ambientale) aveva chiarito che, nelle realtà in cui la dieta dell’animale non è opera dell’uomo, l’utilizzazione di metodi “ecologici” risulta impraticabile, atteso che la volpe, quale animale onnivoro, è in grado di procurarsi facilmente, secondo natura, le occasioni di nutrimento. Il TAR ha respinto anche la censura relativa al metodo di abbattimento utilizzato, che dovrebbe essere effettuato in tana con cani appositamente addestrati. Tale metodo non è stato, infatti, ritenuto meno crudele di altri metodi, imposti dalla necessità di limitare il numero di animali presenti su una determinata area, in cui la mancanza di elementi naturali di selezione, ha provocato un sensibile incremento della specie.
Segnalo che non molto tempo prima, peraltro, un diverso Tribunale amministrativo aveva accolto il ricorso proposto da altre tre associazioni (Lac – Lega per l’abolizione della caccia, Associazione vittime della caccia, Animal Liberation) contro simile decisione della Provincia di Reggio Emilia che aveva deliberato di proseguire un intervento di abbattimento già iniziato sin dall’anno 2003. La sentenza ha ritenuto fondato proprio il motivo relativo alla mancata esplorazione della possibilità di utilizzare metodi ecologici. Infatti, è stato evidenziato che né il provvedimento impugnato né il parere dell’Ispra, posto a base dello stesso, si fossero in alcun modo pronunciati sulla eventuale possibilità di utilizzare mezzi di controllo ecologici della specie ovvero sulle ragioni della non praticabilità di mezzi alternativi all’abbattimento con armi da fuoco.

Posted by admin

Leave a reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *