Mattarella_RenziCi ricorderemo a lungo di sabato 31 gennaio 2015. La politica ha questo di affascinante: che per molto tempo sembra solo una ripetitiva sequenza di fatti scontati, l’immobilità assoluta, un risiko per addetti ai lavori; ma poi, all’improvviso, per l’imponderabile miscela di fattori oggettivi e soggettivi, “rompe” la routine, compie un salto in avanti che non ti saresti mai aspettato. E tutto allora ti appare sotto una luce diversa. Tutto diventa interessante.

Così il 31 genaio. Temevamo tutti, confessiamolo, quella giornata. Il Paese vi arrivava nel cuore di una crisi economico-sociale ma anche politico-culturale tra le più gravi della sua storia. I partiti più che mai liquefatti. La politica screditata e isolata (in calo crescente le percentuali di voto in tutte le recenti elezioni). Lo stesso Matteo Renzi sembrava in fase ormai calante: finita la sua spinta propulsiva Il Pd, partito di maggioranza, profondamente diviso. I populismi di destra, più che mai aggressivi, all’attacco come in altri Paesi europei. Il voto poteva essere un nuovo fallimento, come nel 2013, quando il vecchio Giorgio Napolitano era stato costretto a ritornare suo malgrado in servizio permanente effettivo per salvare, bene o male, la coesione nazionale.

E invece no: è accaduto tutto il contrario. Un presidente – Sergio Mattarella – eletto a larghissima maggioranza, uomo di indiscutibile levatura intellettuale, buon conoscitore di politica ma al tempo stesso servitore fedele delle istituzioni; espressione inoltre di una storia personale (e familiare) che si intreccia con l’eredità migliore dell’Italia del Novecento. Un Pd di nuovo unito dietro il suo nome. Silvio Berlusconi visibilmente sconfitto, emarginato, praticamente messo fuori scena come mai era avvenuto sinora. Il gruppetto di Angelino Alfano ridotto alla dimensione che gli è propria, quella di una semplice forza di complemento. La sinistra radicale o presunta tale rapidamente costretta a rientrare nell’alveo del centrosinistra, rinunciando a qualunque illusione “alla greca”. E la destra sovversiva, innanzitutto la Lega xenofoba e populista, ricacciata dentro il recinto naturale al quale appartiene, quello della emotività irrazionale e della rabbia inconsulta, ben lontana dalla dimensione della incisività politica.

Un rovesciamento repentino della situazione il cui merito – ammettiamolo – va ascritto a Matteo Renzi, il vero deus ex machina e trionfatore di questa nuova fase politica.

Di Renzi forse non avevamo ancora ben compreso la natura né colto pienamente l’identità politica. Ne avevamo rimarcato tutti l’energia, il vitalismo, l’apparente spregiudicatezza che ne caratterizzano spesso l’azione. Ne avevamo sottolineato l’abilità tattica, la velocità di reazione, la capacità di interpretare i movimenti in atto nella società e l’efficacia nel porsi col loro in comunicazione. Forse questi pochi giorni ci dovrebbero adesso indurre ad andare oltre; e ad ammettere, ci piacciano o no il personaggio e le sue esternazioni, che esiste anche un suo preciso disegno, un modo nuovo e moderno di interpretare la politica e di conquistare il consenso, una sua idea del futuro.

Intanto soffermiamoci un momento sulla sua abilità. Non è dote da poco, né in politica è irrilevante possederla. Nulla, in questa piccola ma non facile partita a scacchi giocata in queste settimane, è stato lasciato al caso. Non la cura del principale strumento, il partito democratico, saggiamente tenuto a freno per giorni ad evitare che divenisse il campo di una sanguinosa battaglia interna sui nomi dei potenziali candidati. Non l’abile gestione del rapporto con gli altri partiti, alleati o avversari che fossero. Non la sfera della comunicazione, saggiamente tenuta sotto controllo, utilizzata con sapienza. Tempi, modalità, soprattutto contenuti dell’iniziativa politica sono stati sempre, in ogni momento, saldamente nelle mani del regista unico, che ha condotto il gioco come e dove ha voluto.

Tre le mosse vincenti. La prima: avere subito saputo di non poter vincere con un proprio o una propria candidata personali ma di dover cercare un nome condiviso dalla minoranza Pd; un nome dignitoso, non necessariamente debole ma al tempo stesso non troppo forte, così da essere adatto, oggi e domani, alla coabitazione con un premier dal profilo ingombrante qual è lo stesso Matteo Renzi. Sergio Mattarella è stato in questo senso una scelta perfetta.

La seconda mossa: avere evitato il tavolo degli alleati, le solite litanie delle consultazioni tra partiti, il gioco eterno dei veti incrociati per cui tu rinunci al tuo nome, io al mio e poi ne cerchiamo altri due o tre, e su uno di quelli ci mettiamo (forse) d’accordo. Qui il nome è stato dall’inizio “secco”, non discutibile, mentre il rinvio alla quarta votazione ha ridotto il rischio di fuoco amico.

La terza mossa: avere sparigliato rispetto non solo a Berlusconi ma anche rispetto ad Alfano, mettendo a nudo la strutturale debolezza di entrambi. L’intera polemica, anche interna al Pd, sul Patto del Nazareno come minaccia incombente, gravida di inciuci e di chissà quali oscuri maneggi personali, si è rivelata così per quello che era: un polverone sollevato nel vano tentativo di screditare la leadership del premier-segretario. Il quale ha avuto buon gioco a dimostrare – nei fatti, non a parole – che quel Patto contiene solo quello che c’è scritto: riguarda le intese tra avversari (del resto fisiologiche in ogni democrazia che si rispetti) su una materia circoscritta alle regole del gioco, e nulla più.

A poche ore dalla elezione di Sergio Mattarella Renzi era così già risalito di oltre 20 punti nei sondaggi. Oggi porta a casa un enorme successo per il suo partito, rinsalda la coesione interna, riapre verso la sinistra rappresentata da Sel, rassicura tutta l’opinione pubblica moderata che temeva volesse far sua l’intera posta. Si dimostra quello che si dice uno statista (che guarda cioè all’interesse generale e non al proprio privato tornaconto).

Sacrifica, certo, la sua corrente (Mattarella non è un renziano, ha una sua storia che ne fa un uomo indipendente), ma quel che ottiene a fronte di questa rinuncia costituisce in termini di vantaggio politico una posta largamente superiore. È francamente ridicolo, o forse sarebbe meglio dire patetico, l’argomento della stampa di destra che così facendo il leader del Pd avrebbe “tradito” Berlusconi, profittando della fiducia che questi in lui aveva riposto: ridicolo due volte, se di tiene conto di chi stiamo parlando, cioè dell’ex cavaliere, l’uomo politico più spregiudicato e fedifrago che abbia mai conosciuto l’Italia del dopoguerra.

Si dice: ma le riforme ora si faranno ancora? Penso che sul punto non possano esistere dubbi. Renzi su quelle riforme ha puntato moltissimo del suo capitale. Si faranno certamente, ma in un quadro – adesso – nel quale il pilota avrà assai più saldamente in mano il timone e potrà stabilire la rotta con assai maggiore autonomia dai suoi eventualmente riottosi compagni di viaggio.

Si dice ancora: ma Renzi sa dove stiano andando? Ha un’idea di dove condurre l’Italia? Quest’ultima domanda-obiezione è indubbiamente più fondata della precedente e si radica in alcuni aspetti dell’irresistibile ascesa di Matteo Renzi rimasti sinora meno chiari di altri.

Mi spiego. Il progetto renziano si è caratterizzato, sin dal suo primo apparire e poi nelle primarie vittoriose per la segreteria del Pd e infine nella sostituzione a Palazzo Chigi ai danni di Enrico Letta, per alcuni elementi identificativi: un forte accento sulla necessità di modernizzare il Paese; una durissima polemica generazionale sulla inadeguatezza delle vecchie classi dirigenti; una spinta per il cambiamento, sia in termini di rinnovamento della politica e dei suoi modi di funzionare, sia più in generale sul piano culturale. Tutto ciò in linea generale. Quel che gli è mancato e che ancora gli manca (nonostante se ne intravedano le linee in alcune direzioni, ad esempio, comunque si giudichi il jobs-act, sul tema del mercato del lavoro) è un disegno complessivo, che dia corpo a quei tratti identificativi e li traduca, per così dire, in riforme concrete.

L’Italia è, anche nel concerto europeo, un Paese molto particolare. È demograficamente depresso, con scarsa mobilità interna, poco dinamismo nel passaggio da un’attività all’altra, afflitto dal dramma di una generazione che resta fuori della produzione, con un sistema scolastico invecchiato, con un welfare incentrato più sulle pensioni che su servizi di assistenza adeguati, con una classe dirigente in tutti i campi anagraficamente anziana, con poche donne in posti di responsabilità, una ricerca scientifica mortificata da decenni di tagli selvaggi. Progressivamente ha smantellato la sua grande industria. E’ condizionata da profondi e storici squilibri territoriali, tra i quali permane, dopo oltre cento anni di storia e sia pure appesantita da nuovi aspetti di degrado, l’eterna questione meridionale.

Ebbene: occorrerebbe da parte di Renzi un grande piano di riscatto, una sorta di suo discorso alla nazione nel quale indicare le linee di lungo e medio periodo per venirne fuori. E ci vorrebbe, soprattutto, un’idea più precisa e meno “tattica” delle alleanze sociali: perché in Italia vi sono gruppi e classi che soffrono e che potrebbero fungere da componenti di un blocco innovatore; ma anche forze sociali che vegetano e gruppi che lucrano sull’immobilismo, e contro queste componenti bisognerà indirizzare un’azione politica di contrasto.

Le politiche (le policies) – ce lo ha spiegato lucidamente di recente Sabino Cassese – sono le linee portanti, settore per settore, di azioni di governo coerenti che occorre mettere in atto per ottenere i fini generali che ci si propone. Debbono esser fra loro coerenti e saper mobilitare attorno a sé interessi attivi, energie economiche e sociali interessate. Debbono saper “parlare” al Paese, che ne deve condividere i fini e conoscere le progressive realizzazioni. Una classe dirigente legittimata, che voglia avere con sé il sostegno stabile di un aggregato sociale, deve saper interpretare l’insieme di queste politiche. È sempre successo, nella storia (per lo meno dacché esiste la società di massa): è stato così in Italia, ai tempi del primo centrosinistra degli anni Sessanta, ad esempio. Dovrà essere così anche adesso, se vogliamo uscire dal tunnel nel quale siamo finiti e sperare in un rilancio. Ma per farlo non basteranno gli slogan, anche quelli più azzeccati, e neanche l’abilità tattica del leader: ci vorrà capacità di aggregare forze, intelligenza politica, mobilitazione della cultura, soprattutto partecipazione dal basso. Ci vorrà, insomma, una strategia riformista.

Non sarà semplice, ma Matteo Renzi ha dimostrato in queste ore di poterlo fare.

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