giovani-disoccupatiDopo un lungo periodo di “vacche magre” che ha interessato reddito, occupazione, consumi e investimenti, con effetti deprimenti sulla povertà e sul disagio sociale degli abitanti della Sardegna, l’espressione “decrescita infelice” sembra appropriata. Abbiamo preso i dati di Prometeia e della Svimez che si muovono in parallelo. Non pare contestabile l’affermazione che questa decrescita non possa essere confusa con “recessione” e che non si tratti di un fenomeno riconducile ad aspetti ciclici ma che sia legittimo ipotizzare che essa (decrescita) sia dovuta a fattori strutturali che frenano o addirittura bloccano la crescita e che spingono verso il basso e all’indietro sistemi fragili come la Sardegna. Non e’ affatto da escludere che il sistema sia caratterizzato da fattori “autodepressivi”. E se nel 2011 il professor Mario Monti aveva parlato di un’ Italia “sull’orlo del baratro”, oggi non deve esser considerato pessimista chi sostiene che la Sardegna rischia il “non ritorno”. Dove il “rischia” va letto come grado di pericolo molto elevato e che di questo debbano tutti prendere coscienza e prepararsi a tempi molto difficili e non di breve durata prima che dal baratro si possa uscire. Azzardo: saranno necessari non meno di 5 anni perché le riforme regionali necessarie siano portate a compimento e solo negli anni successivi si potranno vederne gli effetti. Sarebbe utile che chi governa dia un messaggio chiaro e deciso e che gli “stockholders”, cioè tutti noi sardi, abbiano chiaro quello che li aspetta e quello in cui dovranno impegnarsi. È un progetto e un processo di medio-lungo periodo ed e’ fin troppo facile dire – tanto e’ vero- che “non” ci sono alternative.

I fattori strutturali, sistemici, esposti di seguito, costituiscono altrettante “gabbie” che bloccano la crescita economica e sociale della Sardegna. In parte, si tratta di fattori comuni alle aree arretrate; in parte si tratta di anomalie che sono presenti in aree arretrate inserite in sistemi avanzati (in Italia e’ il caso non solo della Sardegna ma anche di altre aree del Mezzogiorno).

***Non scopriamo certo l’acqua calda se indichiamo che in Sardegna “il moltiplicatore degli investimenti” è “sterile” ( o “pigro”) per cui qualsiasi investimento venga oggi effettuato nell’isola avra’ effetti diffusivi nulli, o comunque trascurabili, sul tessuto economico e sociale in quanto non incidono sulla struttura produttiva sia che riguardino i beni di investimento che i beni di consumo sia durevoli che non durevoli. In breve, oggi, un investimento in qualsiasi settore lascerebbe in Sardegna soltanto i salari, gli effetti dei quali si esaurirebbero immediatamente con acquisti di beni e servizi importati (lasciando soltanto i margini della distribuzione i cui effetti si affievolirebbero, comunque, per gli stessi motivi). Agire sul moltiplicatore si può anzi, si deve, ma è imperativo intervenire sulle “gabbie” che condizionano l’arco degli effetti diffusivi degli investimenti.

Le principali “gabbie” che frenano la crescita:

  1.  La struttura demografica e, collegata ad essa, la struttura dell’occupazione costituiscono vincoli alla crescita. Gli occupati rappresentano poco piu’ di 1/3 della popolazione con il 15 per cento di precari su poco più della metà in eta’ di lavoro; gli inattivi superano la popolazione attiva del 20 per cento; l’indice di dipendenza strutturale legato ai trend di invecchiamento e natalita’ supera ampiamente l’unita’ e, ove si considerino i soli occupati, si raggiunge un rapporto superiore a 2, ossia su ogni occupato grava l’onere di sostenere 2 individui. In questa situazione la “stampella” e’ rappresentata dall’intervento pubblico (pensioni e assegni di sostegno di vario genere) che copre oltre 400.000 unità su una popolazione di poco piu’ 1.600.000 persone, ossia 1/4. Da segnalare che oltre 1/3 degli occupati ha l’istruzione elementare; questo fatto non e’ indifferente per l’introduzione di processi innovativi. Incidere su questa “gabbia” e’ molto complesso anche perche’ i fenomeni si presentano in maniera piu’ acuta nelle zone interne dell’isola dove alle cause naturali si aggiunge il fenomeno dell’esodo giovanile quasi sempre senza ritorno ai luoghi di origine. Interventi mirati nell’istruzione e nella formazione, compresi incentivi e assistenza a chi ritorna nei luoghi di origine per inserirsi in attivita’ produttive (non con inutili schemi quali gli innominabili Master and Back attuali) sono strade che potrebbero dare risultati positivi.
  2. La struttura produttiva regionale presenta una bassa complementarieta’ fra i settori produttivi, ossia una pressoche’ totale assenza di filiera – che limita gli effetti diffusivi degli investimenti. Uno dei motivi della stramaledetta politica per poli (alla cui teoria anch’io, a suo tempo, avevo creduto) attuata con Rovelli nel nord Sardegna e con l’Eni nella Sardegna centrale (che avevo pero’ avversato sin dagli inizi) e’stata proprio “l’estraneita’” nei confronti del sistema produttivo locale che ha finito per esserne sconvolto, accollandosi i “morti e feriti” nell’ambiente e nelle persone. A questo si aggiunge una bassa propensione all’innovazione nei settori “ portanti” dell’economia. Il riferimento specifico è diretto alla pastorizia e al settore terziario – in cui la pubblica amministrazione riveste un ruolo molto importante- e che coprono oltre i 4/5 del sistema produttivo –esclusa la raffinazione del petrolio. Il settore industriale attuale in Sardegna è marginale, assistito e senza futuro. I consumi (beni di investimento e di consumo) dipendono dalle importazioni. Si spiega cosi’ la natura “sterile” del “moltiplicatore degli investimenti”. Cercare di creare nicchie nel settore primario e nel turismo archeologico e naturalistico sembra una strada obbligata ma i ritardi da colmare sono notevoli ed e’ in tale contesto che la prossima “gabbia” diventa prioritativamente strategica.
  3. Il sistema della gestione pubblica incapace di programmare, spendere, controllare e attrarre investimenti. Su questo si e’scritto moltissimo, non ultimo Mariano Maugeri proprio sul Sole 24 ore. So bene, per averlo vissuto di persona, quanto sia difficile incidere su questo sistema ma e’ nella sua evoluzione che transita il superamento delle altre “gabbie”.
  4. Il sistema infrastrutturale sardo è incapace di sostenere, stimolare ed attrarre gli investimenti (sistemi dei trasporti, sistema bancario, istruzione /abbandono scolastico, formazione etc.). In questo contesto mi permetto di porre l’accento su una “gabbia” specifica: il sistema creditizio/finanziario e’ oggi inadeguato a rispondere alle esigenze sia delle imprese che delle famiglie. Ho forti dubbi che senza un apparato bancario/finanziario disegnato a sostenere e soddisfare le caratteristiche del sistema produttivo regionale, le difficolta’ di recupero e di crescita sono destinate ad aumentare. Forse è il caso di pensare anche ad una banca di sviluppo regionale, con caratteristiche di “last resort” , ossia di “ultima istanza”, cioe’ istituti che assumono rischi maggiori ed a costi piu’ contenuti rispetto agli altri. In apparenza questo sembra urtare con il presente sistema della banca universale ma, a mio modesto avviso, ci sarebbe spazio per entrambe sopratutto nella prospettiva della ristrutturazione del sistema produttivo dell’isola. Spero che risulti evidente che il modello in corso, quello che la Sardegna sta vivendo attualmente, non solo sia ampiamente superato ma che, con le sue conflittualità interne, sia pericoloso. È chiaro che questi condizionamenti interni si sommano ai condizionamenti esterni che rischiano, con una prospettiva di ritorno al centralismo, di rendere ancor piu’ difficile l’azione della Regione.

* Analista economico-finanziario

Posted by admin

Leave a reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *