greciaLa recente storia europea è sospesa tra Omero e la penna di Nikos Kazantzakis, scrittore e filosofo, l’autore di “Alexis Zorbas”, romanzo reso famoso nel 1964 dalla trasposizione in pellicola (epoca del cinematografo) di “Zorba il greco”.

La Grecia dal 1996 al 2006 cresceva del 4 per cento, poi l’organizzazione delle olimpiadi e degli Europei di calcio nel 2004 determinarono “l’inizio del default”, scrisse il Sole24 Ore. Investimenti e infrastrutture, stadi e aeroporti e nel 2001 il silenzioso ingresso nel pantheon dell’Euro. Anni di alternanza al potere, fin dal crollo del regime militare nel 1974, tra socialisti del Pasok e conservatori di Nuova Democrazia.

Anni in cui vengono alimentate clientele e corruzione, a vari livelli, poi la “chirurgia estetica” dei conti ad opera di consulenti Goldman Sachs e di altri colossi di Wall Street, rivelati nel 2010 dal New York Times, bilanci taroccati come quelli di altri Paesi e di cui i tedeschi sapevano, come raccontato dall’ex ministro delle finanze Nikos Christodoulakis, “padre fondatore” della moneta unica in Grecia, al tedesco Der Spiegel.

Poi la crisi europea del debito sovrano, inasprita da quella internazionale del 2008, e molta stampa internazionale che cinicamente associa i greci all’acronimo inglese “maiali” (Pigs) insieme a portoghesi, italiani e spagnoli, indebitati e “colpevoli” della crisi. Oziose cicale incapaci di fare “i compiti a casa” imposti, nel caso greco, dalla troika (Fondo monetario internazionale, Banca centrale europea e Commissione).

L’austerità impone drastici tagli alla spesa pubblica (la sanità in particolare) e un’economia dipendente dalle importazioni si riduce del 25 per cento. I conti peggiorano e la cura porta all’aumento del 40 per cento della mortalità infantile e della povertà, la disoccupazione oltre il 25 per cento e quella giovanile al 50 per cento, col debito del Paese che supera il 175 per cento del Pil. Il disastro sociale ed economico è quasi completo.

Il tassello mancante sarebbe una violenta deriva nazionalista e antieuropea, di tipo nazifascista, incarnata da “Chrysi Avgi” (Alba Dorata), che dallo 0,29 per cento di consensi del 2009 diventa terza forza del Paese col 6,28 per cento e 17 seggi in parlamento. Rastrella immigrati nelle periferie e distribuisce viveri per le strade col consenso di ultrasettantenni nostalgici della dittatura dei colonnelli o di quella di Metaxas, negli anni Trenta, e di molti giovani senza più speranza.

Ma le storiche elezioni del 25 gennaio, stravinte col 36,3 per cento dalla sinistra anti-austerità di Syriza e da Alexis Tsipras, il più giovane premier greco degli ultimi 150 anni, dimostrano come l’agorà (la piazza), nonostante la crisi, prevalgono sul “martire Leonida” e sull’universo simbolico evocato dal leader Nikos Michaloliakos che, dopo l’omicidio del 34enne rapper antirazzista Pavlos Fyssas, nel settembre 2013 viene arrestato coi vertici di Alba Dorada per essere a capo di una “organizzazione criminale”.

Così, Alexis Tsipras e il nuovo ministro dell’economia Yanis Varoufakis, eclettico economista marxista, si impegnano da subito in un syrtaki diplomatico europeo (Parigi, Londra, Roma, Berlino e Francoforte) per trattare la posizione della Grecia nei confronti dei propri creditori su un debito di 240 miliardi di euro prima della scadenza da 7,2 miliardi di prestiti di fine febbraio.

Jim O’Neill, economista britannico inventore del termine Brics, ritiene che il peggio della crisi greca sia passato perché “presa la decisione di restare nell’Euro, ci può essere un accordo”. Mentre per il belga Paul De Grauwe “un’unione monetaria in cui alcuni Paesi dettano legge ad altri non ha futuro” e “domani altri Paesi si ribelleranno alle regole che tutelano la ricchezza dei creditori. E sarà un bene.” Yanis Varoufakis non vuole più la troika ma chiede “sei mesi di tempo per attuare un primo programma di governo e far ritornare i capitali”.

Oltre all’appello di Barack Obama per la crescita, in Europa Francia e Italia spingono per ulteriori investimenti e regole di bilancio meno rigorose per spingere ad un dibattito sul destino della Grecia e stimolare la crescita. Ma l’intransigenza di Angela Merkel resta forte e la Bce, avendo indurito la propria posizione, sta mettendo pressione su tutti i Paesi affinché prendano decisioni politiche entro la fine del mese, all’eurogruppo prima e al Consiglio d’Europa poi.

Una proposta che si sta facendo spazio è quella di un prestito ponte, confermata dal ministro italiano degli Esteri Paolo Gentiloni, per avere così “spazio” per “dei colloqui su un nuovo contratto con l’Europa, la Bce e l’Fmi”, come richiesto dalla Grecia.

L’opinione pubblica tedesca non è facile da convincere e se per Yanis Varoufakis l’Europa si comporta come “un drogato del gioco d’azzardo che butta soldi in un buco”, per il numero due del governo e ministro dell’economia tedesca Sigmar Gabriel, la Grecia “è vittima delle proprie élites politiche ed economiche. Loro hanno saccheggiato il Paese, non la troika”.

“Grecia e Germania, Germania e Grecia non incrociano le lame per la prima volta”, ha scritto il Sole24. Un match segnato dall’opposizione greca (reiterata negli anni Novanta) al London debt agreement del 1953, cioè l’accordo sostenuto dagli Usa e altri Paesi sul debito di guerra tedesco che, arrivato a 1.500 miliardi di dollari nel 1990, sparì poi quasi del tutto, lasciando spazio all’unificazione tedesca e poi al progetto europeo.

Da Pericle al “Minotauro globale” della finanza internazionale, dalla austerità europea alla prima volta della sinistra europeista al governo, la storia greca conserva ancora l’eredità di Zorba, quel senso di amicizia e solidarietà, e l’impronta omerica del viaggio. Un’odissea in cui, sempre sospeso tra gli eventi, le scelte e il fato, è l’essere umano a decidere il proprio destino. Così è, anche per quel progetto chiamato Europa.

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