3-1420972351La peste suina africana è una malattia esotica, un virus altamente contagioso che colpisce suini domestici e selvatici. Le sue caratteristiche principali sono una significativa resistenza alle variazioni di pH nel sangue dell’animale e di temperatura.

L’infezione, infatti, può persistere per 18 mesi a temperatura ambiente e fino a 7 anni a 4°C. Descritta per la prima volta in Kenya nel 1921, s’è diffusa nel sud del Mediterraneo favorita dal clima, dalla carenza di condizioni igienico-sanitarie e dall’apertura dei mercati.

Infatti, è arrivata in Europa nel 1957 passando attraverso un “catering”, ovvero un trasporto di carni suine infette nell’aeroporto di Lisbona, in Portogallo. In tre anni la malattia, non trasmissibile all’uomo, si estese a macchia d’olio in tutta la Spagna sia per le condizioni agro-climatiche favorevoli che per la diffusa pratica dell’allevamento suino “corralero”, ovvero portato in giro a razzolare tra le discariche.

Così, passando i confini limitrofi di Badajoz, città di origini arabe della Estremadura e vasta zona agricola per l’allevamento estensivo del suino, raggiunse le periferie di Madrid. Una rapida diffusione dell’infezione che decimava gli allevamenti all’apparire del primo focolaio, come poi avvenne in Francia e Italia.

Nel 1978 comparve in Sardegna, in provincia di Cagliari, a causa di resti di carni suine infette introdotte nell’aeroporto militare di Decimomannu, poi portati in discarica e diventati, nella catena alimentare, cibo per i suini che vi razzolavano.

Da quel momento il virus ha registrato dei picchi di contagio in varie zone dell’isola nel 2004-2005 e poi nel 2013. Sebbene monitorato, ancora oggi è un problema irrisolto, con importanti riflessi sull’applicazione delle normative europee di settore (quello sanitario) e sullo sviluppo di un mercato di prodotti suinicoli locali.

In Spagna le autorità sanitarie reagirono applicando lo “stamping out”, ovvero l’abbattimento di tutti gli animali infetti che, però, tra gli effetti portò i focolai alla clandestinità, rendendo la diffusione endemica per quasi tre decenni.

Inoltre, essendo la malattia esotica, la comunità scientifica internazionale ancora non disponeva di basi tecniche di studio in ambito epidemiologico e, dopo alcuni esperimenti di vaccinazione inefficaci, fu chiaro che i vaccini non avrebbero sconfitto il virus.

Nel 1980, quando la Comunità Europea (CE) prende consapevolezza del problema, alla Spagna vengono concessi 10 milioni di Ecu e stabiliti piani quinquennali per combatterla sistematicamente attraverso il modello dell’abbattimento dell’animale infetto e del corrispondente indennizzo economico.

Per gli esperti di settore, “uno dei momenti più significativi nella zootecnia iberica”, nonostante la permanenza della peste africana impedisse l’ingresso dei prodotti suinicoli spagnoli ai mercati internazionali. E il processo di preadesione alla CEE favorì lo sforzo umano e materiale delle autorità spagnole per combattere in modo serio le malattie animali e il differenziale sanitario rispetto agli altri Stati membri.

Sicché nel 1985, un anno prima della firma del Trattato di adesione, il Ministero dell’Agricoltura spagnolo stabilisce le basi di un “Programma Coordinato” per l’eradicazione della peste suina, un passo decisivo fondato su quattro pilastri.

Tra essi, quello ritenuto fondamentale fu la messa a punto del test ELISA, metodo di ricerca sierologica nato negli Usa, attualmente applicato in modo esteso come sistema di diagnosi biologica di massa. Inoltre, l’indennizzo economico facilitò la raccolta dati e l’attuazione del secondo pilastro, che prevedeva l’eliminazione rapida dei focolai e degli animali sieropositivi, ben il 30% dei campioni di sangue.

Il terzo pilastro, poi, implementò la collaborazione nel settore veterinario. Ad operare sul campo furono le “Agrupaciones de defensa sanitaria” (Ads) formate da un veterinario e un suo tecnico che, a bordo di una Seat Panda, giravano in lungo e largo il Paese per prelevare il sangue, raccogliere i campioni e investigare sugli allevamenti non registrati. In ultimo, il quarto pilastro portò ad un controllo dell’identificazione e movimentazione degli animali.

La sistematicità, l’inflessibilità e la dedizione di veterinari e tecnici nei controlli, insieme al coinvolgimento di allevatori e ad una volontà politica chiara, su vari livelli, portarono al raggiungimento degli obiettivi. Nel 1989 una decisione della Commissione sancì il riconoscimento della Spagna come zona libera dalla malattia, riaprendo così le esportazioni di suini e di carni fresche e lavorate verso tutti i Paesi CE.

Infine dal 1995 la malattia esotica risultò completamente debellata sia in Spagna che in alcuni Stati dell’America Latina.

Tuttavia ancora oggi la peste suina africana resta nell’agenda europea in quanto permane nell’Africa sub-sahariana, in Sardegna e, a causa della somministrazione di rifiuti alimentari contaminati, dal 2005 è stata riscontata in Armenia, Georgia, Bielorussia e Russia.

In controtendenza rispetto ai blocchi imposti nel 2014, quest’anno le autorità russe sembrano intenzionate a rimuovere i vincoli all’import di carni suine da sei paesi dell’Ue, tra cui l’Italia, favorendo un export “circoscritto a quelle aziende che possono offrire il più alto grado di sicurezza biologica.” Aziende che, probabilmente, non saranno quelle sarde. Almeno per ora.

Fonti: Anvepi, Asl Cagliari, Sardegna Salute, Commissione Europea, Alimentando.info.

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