IMG_0372La sua formazione è iniziata sui banchi del liceo scientifico Mariano IV di Oristano, gli stessi sui quali ha studiato Paolo Mancosu, oggi ordinario di Filosofia presso l’università di Chicago. E proprio un articolo de L’Unione Sarda su quest’ultimo contribuì, allora, ad aprire il suo immaginario. Si tratta di Graziano Pinna, ricercatore e docente nel dipartimento di Psichiatria dell’University of Illinois at Chicago, autore di importantissime scoperte sulle dinamiche della depressione, il disturbo post traumatico da stress e il meccanismo d’azione dei farmaci che agiscono su di essi, gli inibitori della ricaptazione della serotonina. Scoperte che imprimono una svolta determinante alla ricerca scientifica e alla medicina sconvolgendo schemi consolidati ed ipotesi ormai accreditate.

Unico sardo presente alla conferenza organizzata a Houston dal Com.It.Es il 6 dicembre scorso, summit delle nostre eccellenze all’estero, disegna, con la sua postura esistenziale, un mondo senza confini né frontiere.

Vive lontano dall’Italia dal marzo del 1993, quando, dopo la laurea in Biologia conseguita a Cagliari, una borsa di studio lo porta a Berlino, prima presso la Schering AG e poi come ricercatore alla Free University. Infine, di sfida in sfida, il salto verso gli States.

Quanto mai lontano dal settarismo conoscitivo e mosso da un insopprimibile interesse per la complessità del mondo e della vita, Graziano Pinna racconta la sua avventura umana e intellettuale con grande generosità. Autentico filosofo se la filosofia altro non è che etica praticata e vissuta, cura e ascolto di sé e dell’altro.

Autore di una recente scoperta su un farmaco che aiuta a lenire i ricordi di eventi traumatici, è particolarmente attento alle implicazioni etico sociali della sua scoperta e cerca di fare chiarezza sugli equivoci che potrebbero nascere dalle necessarie ma limitanti semplificazioni. Per questo evidenzia che il farmaco “cancella brutti ricordi” lascia intatta quella meravigliosa e misteriosa facoltà che è la memoria, infaticabile tessitrice della storia umana.

In realtà, afferma, non si cancella la memoria di un avvenimento ma si elimina la componente patologica traumatica aiutando il paziente a superarla e quindi a sviluppare resilienza. La maggior parte degli individui sottoposti a traumi (60% degli individui nel corso della vita) sono resilienti ma il 7-8% sviluppa la patologia, il PTSD, ossia disturbo post traumatico da stress. Il farmaco viene in aiuto di questi ultimi neutralizzando l’aspetto patologico che degenera in depressione ed eventualmente in suicidio. Nel mio studio, presentato a Houston nel Summit del Com.It.Es, ho mostrato l’efficacia di questo farmaco  somministrato in un intervallo di tempo utile durante il quale le memorie traumatiche già consolidate possono essere riattivate esponendo il soggetto a un contesto che ricorda il trauma ma senza correre rischi. In sintesi, il contesto specifico per quella memoria traumatica detta quale memoria sia il target da “cancellare”. Non si cancella dunque una memoria a caso ma solo quella riattivata. Infatti, sono solo le memorie riattivate che diventano labili e attaccabili farmacologicamente proprio perché devono ancora essere riconsolidate. Durante quest’intervallo, i processi di riconsolidamento della memoria riattivata possono essere attaccati e le tracce mnemoniche vengono dunque bloccate farmacologicamente prima che si completi il loro riconsolidamento nei neuroni delle aree del cervello responsabili delle risposte emotive. Non è un’alternativa ma un complemento per facilitare, velocizzare e soprattutto mantenere nel tempo i vantaggi terapeutici ottenuti con la terapia cognitivo comportamentale da esposizione. Un’osservazione importantissima e chiave emersa da questo studio è stata che bloccando il riconsolidamento delle memorie traumatiche col farmaco si riesce a bloccare pure la paura che emerge spontaneamente a distanza di tempo, grande problema terapeutico anche in pazienti che hanno completato con successo la terapia cognitivo-comportamentale. L’azione di questo farmaco osservata nei topi è molto promettente e, se dimostrata nell’uomo, rappresenta un momento cruciale nello sviluppo di farmaci per il trattamento specifico del PTSD che per ora non esistono.

Il farmaco è tuttora sotto Clinical Trial, Phase II, la ricerca condotta per raccogliere i dati sulla sua sicurezza ed efficacia.  Il significato sociale di questa scoperta è notevole se confermato nei pazienti, se solo si pensa che ventidue veterani si suicidano ogni giorno negli Stati Uniti a causa del PTSD. Più di quelli che morivano in combattimento durante la guerra in Iraq e Afghanistan.

Il problema di questa grave neuropatologia non è solo legato alla persona che lo sviluppa ma al suo contagio spesso trans-generazionale che si sviluppa a contatto con persone che presentano questo disturbo per elevata aggressività e altri sintomi correlati che sfociano in abuso e violenza domestica (elevato e’ il tasso di suicidi e/o omicidi). Si calcola che il 50% dei bambini vittime di violenza e abuso familiare sviluppa il PTSD e nel loro caso è molto difficile sradicare le tracce memoniche del trauma anche in seguito a trattamento farmacologico congiunto con psicoterapia. Se si tiene a mente che 1 su 5 dei reduci dall’Iraq e Afghanistan ha il PTSD, si comprende come questa patologia abbia la capacità di propagarsi a macchia d’olio e di generazione in generazione.”

Perfettamente convinto che il valore di un individuo consiste nel modo in cui contribuisce allo sviluppo dell’esistenza degli altri individui, Graziano Pinna, che guida un team internazionale di scienziati, sottolinea  la necessità del lavoro di squadra con la ferma convinzione che “alla fine ciò che importa è la prosecuzione, il progresso del campo di studio. Per scoperte nostre oppure contribuendo con  idee che non si ha la possibilità di sviluppare. L’importante è andare avanti con terapie più efficaci che possano migliorare la vita dei pazienti.

Credo che il team-work, la capacità di saper collaborare in armonia con gli altri sia fondamentale, si progredisce insieme. Molto spesso l’elevata competizione e’ un deterrente pericoloso per lo sviluppo in un ambiente limitato”.

A sostenerlo una personale visione della legge del Karma che lo porta a sottolineare le conseguenze di ogni azione umana: “Conta più la soddisfazione che ricevo attraverso il feedback inaspettato e casuale dalla persona più impensata; a volte un’email da uno sconosciuto che mi ringrazia per il miglioramento della qualità della propria vita grazie ai miei studi e mi sprona ad andare avanti. Ringraziamenti inconsueti e inaspettati che vengono dal cuore in un frangente casuale della mia giornata. Alla fine sono le cose che mi toccano più nel profondo. E’ proprio in quel momento che quel “grazie per ciò che fai”, che comunque non mi aspetto perché quel che faccio è solo il mio lavoro, mi fa venire il nodo alla gola e mi lucida gli occhi perché del frutto di quel lavoro rappresenta l’espressione più tangibile.”

Una filosofia che ha sempre illuminato la sua esistenza, perché oggi, dopo tanti successi, è rimasto “il ragazzo di sempre, con  i cambiamenti apportati dall’ambiente internazionale e multiculturale in cui ho vissuto. Perché, come dico sempre, cerco di lenire gli aspetti che non trovo positivi nella cultura in cui son cresciuto per acquisire allo stesso tempo quelli che ritengo tali nelle culture nelle quali mi trovo immerso. Siano esse del paese in cui vivo o vengano dal raffronto diretto con le amicizie multietniche e multiculturali. La personalità cambia rapportandosi dialetticamentre con l’ambiente e le persone con cui si interagisce. I fattori epigenetici, cioè dell’ambiente in cui vivi, che può essere diverso da quello in cui sei nato e cresciuto per una parte della tua vita, hanno un effetto importante nel modulare il comportamento attraverso la modificazione dell’espressione genetica.”

Alla domanda sulle difficoltà incontrate e sulla scelta di lasciare il suo Paese risponde:

Sono sempre stato molto attratto da altre culture e altre lingue e dalla possibilità di vedere il mondo da diverse angolature, al punto che durante gli anni universitari avevo l’esigenza d’estate di farmi un viaggio in giro per l’Europa in nave e in treno. La cultura e i vasti orizzonti delle capitali europee mi attraevano molto e ogni anno cercavo una meta diversa. Avevo già le idee chiare per un’esperienza all’estero post-laurea, anche perché, volendo continuare l’attività di ricerca, non vedevo possibilità nell’università italiana. La strada che si prospettava più appetibile era dunque uscire con una borsa di studio e farmi strada altrove, all’estero, lavorando sodo. Non mi spaventavano i sacrifici necessari nel primo periodo, tra cui bassa retribuzione e tanto lavoro. Erano anni di crisi anche quelli, i primi anni 90’. Gli anni di tangentopoli. In fondo a pensarci ora non mi sembra sia stato cosi difficile inserirsi in un ambiente in cui valeva la meritocrazia. I miglioramenti sono venuti graduali ma anche veloci.

Berlino, che conoscevo dai miei viaggi estivi, mi parve ancora più affascinante e non ebbi difficoltà ad inserirmi e godere della sua vibrante energia multiculturale. Erano gli anni post-muro della ricostruzione e oggi capisco ancora meglio la fortuna di essere maturato personalmente e professionalmente in un periodo storico talmente importante per la Germania.”

I suoi progetti futuri allargano ancora una prospettiva di per sé molto ampia. Professionale ed umana: “A parte i miei progetti di lavoro all’University of Illinois at Chicago nel Department of Psychiatry, uno degli interessi che sto coltivando è l’introduzione di nanotecnologie nei paesi emergenti quali il Brasile e l’India. Nel mio laboratorio di Chicago abbiamo sviluppato una tecnologia per misurare i neurosteroidi nel cervello e siamo pionieri nel campo. Questa tecnologia non solo mi ha permesso di scoprire il ruolo fisiologico di un neurosteroide nel cervello, per la regolazione del comportamento emotivo, ma anche i suoi deficit nel cervello di pazienti con malattie psichiatriche quali depressione, PTSD e la sua regolazione da parte dei farmaci antidepressivi. Ho dunque sviluppato una collaborazione con l’Universidade Federal e con l’Universidade Estatal di San Paolo con lo scopo di introdurre questa tecnologia nei loro laboratori e sviluppare un progetto di ricerca per scoprire nuovi target per il trattamento dell’ansia e della depressione.

Tra i miei progetti c’è inoltre la riscrittura in chiave divulgativa di un libro di cui sono coautore e curatore sul meccanismo d’azione del Prozac, icona dei farmaci antidepressivi. Verrà pubblicato in Aprile.

A livello personale, vorrei trovare il tempo per viaggiare, anche se legato al mio lavoro. Credo che poche cose al mondo siano belle come conoscere altre culture, nuovi paesaggi e città. Scoprire come vivono altri popoli e immergersi nella loro cultura, vestire come loro, mangiare il loro cibo e quando è possibile parlare la loro lingua. Vorrei inoltre conoscere meglio la Sardegna, non solo la costa ma  i paesi dell’interno, le loro tradizioni e la cultura popolare.”

Come sente la specificità della Sardegna ora che ne è lontano?

La Sardegna ha enormi, immense risorse paesaggistiche e culturali e grandi intelligenze che non vengono utilizzate per migliorare le condizioni di vita dei suoi abitanti. E’ palese. Trovo assurdo che un’isola cosi meravigliosa abbia un tasso di disoccupazione cosi alto quando, per ciò che possiede, non solo dovrebbe assicurare un lavoro ed un livello di vita migliore ai suoi abitanti, città con migliori infrastrutture, ma potrebbe importare manodopera e esportare benessere. In fondo basta osservare, farsi ispirare dagli esempi di altri paesi e applicarli con i dovuti accorgimenti”.

Mi parla inoltre dei suoi interessi oltre le neuroscienze.

Ho diversi hobby e vengo facilmente incuriosito e interessato da nuove cose, ma l’architettura e l’arte mi hanno sempre affascinato. Mi piace l’architettura vittoriana di Chicago e lo skyline di questa città porta la firma degli architetti più noti al mondo tra cui Frank Lloyd Wright e Mies van der Rohe. Uno dei miei interessi attualmente riguarda la ristrutturazione di una casa vittoriana sulla base di materiali classici, come il marmo italiano, intrecciati ad elementi moderni. Per creare una transizione tra il contrasto delle esigenze della modernità e lo stile della casa. E’ molto divertente e mi dà l’opportunità di essere creativo in un campo che non sia la scienza. Un altro hobby riguarda la recitazione e, in passato, ho anche frequentato una scuola di recitazione a Chicago e interpretato film con ruoli per lo più da cattivo criminal/mafioso a causa del mio autentico accento italiano. Ho conosciuto diversi buoni amici presso il circolo e le varie associazioni di attori a Chicago. Inoltre, sfruttando le mie competenze sull’apprendimento e sulla memoria, in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Chicago, ho lavorato su una metodologia di insegnamento per permettere agli studenti stranieri di apprendere rapidamente la mia bella lingua e la cultura italiana della quale sono così orgoglioso.”

Banale ma inevitabile: consigli per i giovani, data l’inarrestabile fuga dei cervelli dal nostro Paese.

Non smettere mai di sognare, puntare in alto con tanta determinazione, imparare dai migliori maestri nel campo e realizzare il sogno mattone dopo mattone! Condizioni precarie di lavoro o meno, io consiglio vivamente ai giovani di uscire dal loro ambiente, di fare un’esperienza all’estero magari usufruendo di programmi di Intercultura o genericamente di studio in altre capitali europee. Sicuramente dopo il conseguimento della laurea fare un master o un dottorato all’estero è essenziale per una persona che vuole proseguire con una carriera accademica o in un altro settore del mondo del lavoro, in qualsiasi campo, in maniera competitiva. Limitarsi all’ambiente in cui si è nati e cresciuti significa limitare le proprie conoscenze anche per quanto riguarda la capacità di acquisizione e accettazione di altri stili di vita e di pensiero. Detto questo, ritengo sia altrettanto fondamentale, per chi lo desidera, a un certo punto della propria vita poter rientrare nella città natale e usufruire di un ambiente lavorativo adeguato e consono alle proprie esigenze. Questo purtroppo in Italia non è sempre possibile. Per me la mobilitazione è un fattore essenziale per progredire, il che contrasta con la mentalità dell’italiano medio, per il quale il posto di lavoro diventa il luogo in cui mettere radici. In America tutto e’ visto in maniera più dinamica. I professori universitari si spostano continuamente in diverse sedi, il che è anche la maniera migliore per fare una carriera più veloce, importare conoscenze nella nuova università e usufruire delle idee di altri scienziati, far muovere il campo su livelli più alti assicurandone un progresso più veloce. Vista dunque dalla mia ottica, la fuga dei cervelli non ha senso di esistere e idealmente un ricercatore può e dovrebbe spostarsi da un continente all’altro e da un paese all’altro alla ricerca del laboratorio più consono alle proprie esigenze mirando, come fine ultimo, al bene della collettività. Non ci sono dunque cervelli italiani, francesi o spagnoli che fuggono e non tornano più a casa, ma cervelli internazionali che si spostano seguendo un equilibrio dinamico dettato da risorse, esigenze e possibilità di fare ricerca. Certo ci sono dei fattori limitanti in tutto questo e alla fine chi offre le condizioni lavorative migliori in genere si prende anche i cervelli migliori. Ma forse la staticità che affligge attualmente l’Italia per mancanza di fondi adeguati ma soprattutto per la struttura universitaria chiusa e inaccessibile ad uno straniero determinano la fuga più che l’acquisizione. Staremo a vedere se i paesi emergenti riusciranno a cambiare qualcosa nell’attuale equilibrio. Non dimentichiamoci comunque che inserirsi nell’ambiente universitario americano e’ oggigiorno estremamente competitivo e difficile.”

Rimaniamo nel tema con l’esperienza alla conferenza di Houston.

Il summit organizzato da Com.It.Es ha lo scopo di integrare noi italiani all’estero ma anche di stimolare la collaborazione con gli scienziati  in Italia. Presto ci riuniremo di nuovo per discutere in una round-table la possibilità di una collaborazione multisite usufruendo di finanziamenti europei. Per me è stato un momento molto bello e importante per tante ragioni, non solo per la possibilità di sviluppare collaborazioni tra noi italiani all’estero, normalmente molto isolati. Credo infatti che avere il supporto dei consolati e dell’ambasciata di Washington sia un passo molto importante anche per ritrovare il senso di casa e comunità italiana.”

Come vede il rapporto tra legislazione italiana e ricerca?

Purtroppo si sa che l’Italia da diversi decenni è un paese stagnante. Credo sia un gran peccato. La nazione della cultura classica, del buon stile e del bel vivere si sta trasformando in una nazione aggressiva e priva di identità. Vivo con dispiacere la degenerazione della situazione politica, la corruzione a livelli inauditi, il decadimento generale con la popolazione inerte. Il paese dell’ostruzionismo, dove pare che oltre a non fare, molte energie vengono spese a non far fare, e questo lo osservo molto in Sardegna. Mi domando, si sveglieranno mai gli italiani? La mancanza di una politica che, attraverso i finanziamenti dovuti, sfrutti appieno l’ingegno e le intuizioni che hanno fatto di noi italiani il popolo della cultura, delle invenzioni e dell’arte è solo uno degli aspetti tangibili di un paese che non guarda al futuro. Per questo ritengo che chi ha voglia di fare, faccia almeno in paesi dove esistono le condizioni per sviluppare il proprio ingegno. In fondo poco importa il “nazionalismo geografico” quanto “l’identità culturale” di un’invenzione che poi si spera miri al bene dell’umanità. Cosa si può fare per iniziare un processo di cambiamento? Io penso sia necessaria una rivoluzione culturale che inizi dalla base, la famiglia, e arrivi fino alla politica. Vivendo in altri paesi ho osservato e imparato dai più semplici dettagli: dal box per i giornali aperto per il cittadino che deposita i soldi nel contenitore a Monaco di Baviera alla metropolitana senza barriere a Berlino, dove chiunque paga lo stesso il biglietto prima di prendere il treno e se non fa in tempo lo paga prima di uscire dalla stazione. Da chi fa notare di aver ricevuto troppi soldi di resto o ricorda, al front-desk, allo sbadato impiegato, che deve ancora pagare la stanza dell’hotel invece di filarsi e poi vantarsi di non aver pagato, a chi si preoccupa di mantenere la sua città pulita anziché sporcarla e poi lamentarsene, all’automobilista che dà la precedenza anche quando gli spetta o a chi evita di trovarsi in situazioni di conflitto d’interesse  nel chiedere o dare la raccomandazione. Sono tutti piccoli ma significativi accorgimenti che ci rendono cittadini migliori e ci fanno star bene con noi stessi e gli altri. E che si riflettono in chi passa alle cariche politiche.

Su tutto quello che porterebbe dell’Italia a Chicago e viceversa risponde:

A Chicago porterei la pasticceria italiana, il pane e le paste, e il mare sardo che mi manca tanto. Il lago Michigan, le spiagge e il parco sono comunque enormi risorse. Ci sono anche ristoranti tra i migliori al mondo con un ventaglio multietnico impressionante e nei supermercati trovo di tutto, inclusa la fregola sarda, il pane guttiau e l’acqua Smeraldina, oltre naturalmente ai vini e altri cibi più comuni. In Italia porterei la puntualità in primis, l’efficienza, il rispetto e l’educazione in senso lato, il senso civico nel mantenimento della città pulita ma anche il rispetto e la pazienza del singolo automobilista nel traffico. L’educazione della gente, che traspare dal semplice ignoto che ti saluta per strada e ti augura una buona giornata. La gentilezza e le buone maniere sono un bene molto prezioso e mi fanno sentire a casa a Chicago. Più viaggio e più mi rendo conto di quanto sia fortunato di vivere in una città con tanto spazio vivibilissimo in parchi ed appartamenti, tanta cultura accessibile a tutti e molta della quale gratis”.

E’ tutto, è molto, è un sogno.

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