Per Toti Mannuzzu che compie gli anni

Oggi è il compleanno di Toti Mannuzzu. Mi sono domandato stamane cosa dobbiamo a Toti noi che lo abbiamo conosciuto; e cosa gli debbo io personalmente.

mannuzzuRispondere alla prima domanda è più facile. Gli dobbiamo, in quanto comunità (e penso ora ai sardi, ai sassaresi, più precisamente ai sassaresi di sinistra, progressisti, che credono in valori più o meno comuni) essenzialmente due cose.

Una è misurabile più semplicemente, ed è la ricchezza della sua testimonianza letteraria, sin da quei primi scritti (“Un dodge a fari spenti” è, se non sbaglio, del 1960, scritto sotto lo pseudonimo di Giuseppe Zuri ed io devo averlo scovato tra i libri di mio padre e letto nel periodo del ginnasio, diciamo nel ’64). Il resto, da “Procedura” in poi, è noto. Una scrittura diversa da tutte le altre, diversa specialmente dal cliché melenso e corrivamente nazional-regionale di una certa scrittura sarda. Nessuna concessione alla retorica, la capacità di scavare nelle parole (così a me è sembrato, almeno: ma tenete conto che non sono un critico letterario, parlo da lettore qualunque), sicché alla fine il risultato è un timbro scabro di verità.  Mio padre, che gli voleva molto bene e lo stimava enormemente, diceva sempre che anche le sue sentenze, da giudice, avevano quello stile, quella peculiare qualità.

Poi il secondo debito: la schiena dritta, la capacità di vivere la politica e in generale i rapporti col mondo tenendo fede ad un impegno etico, che si sente in tutto quello che Toti ha fatto (e non è rimasto chiuso in sé stesso come cerri fiori di serra, ma ha lavorato – sin da quando era magistrato – in mezzo al mondo, scontando anche quel tanto di “contagio” che una simile collocazione comporta sempre).

A insistere si cade nella retorica. Ma vogliamo dire che Toti, vivendo in una società corriva come quella contemporanea, in una società ammalata di connivenze, in una Sassari un po’ qualunquista e incline a autoassolversi, non è mai stato uomo di transigenza morale e di compromesso?

Infine – l’ho lasciato per ultimo perché è la parte più difficile – quello che gli debbo io personalmente.

Ho un ricordo, anche se non so collocarlo perfettamente (basterebbe cercare su google, ma non ho voglia di farlo adesso). Un “Anno culturale di Chianciano” dedicato alla giustizia, concluso da Lelio Basso.

Ero da qualche tempo allievo di Luigi Berlinguer, che mi invitò a casa sua a Siena, come allora si faceva, per discutere della mia ricerca (sarà stata la tesi di laurea?); e che poi mi portò con sé a Chianciano, per assistere a quella che per me sarebbe stata una due giorni memorabile. A Chianciano trovai anche mio padre, venuto da Sassari. E una vivacissima assemblea di giuristi democratici , tra i quali  tanti che avrei rivisto poi negli anni successivi.

Conobbi in quel contesto, non a Sassari, Toti: che faceva coppia con papà nelle ore di ricreazione, stava con noi in lunghe passeggiate serali, a parlare con mio padre di diritto, di politica, di cultura.  Un episodio: c’era freddo, e mio padre dovette comprarsi un maglione in più: per lui, eternamente dipendente da mamma quanto ad abbigliamento (e non solo), un piccolo problema. Come fare? Ebbe un consigliere, arguto, ironico, simpatico, efficace. E fu Toti: la scelta del colore (un blu elettrico anche un po’ osè) e del tipo (abbastanza giovanile) la fece Toti. Memorabile consulenza.

Toti era giovane allora (avrà avuto 40 anni? Forse ancora no, parliamo dei primissimi anni Settanta, se ben ricordo). Era curioso, interessato, intelligentissimo e maieutico intervistatore di un giovanissimo contestatore qual ero io ventenne (allora c’erano i contestatori, ed erano un argomento di attualità). Mi tempestava di domande: cosa pensavo della politica? Come studiavo? Cosa leggevo? Cosa si faceva nelle assemblee studentesche? Come pensavo di realizzare l’alleanza studenti-operai? Conoscevo questo o quell’autore? questo o quel passaggio di Gramsci? E i partiti? E del Pci cosa pensavo? E della religione?

Un  dialogo fitto, denso di grandi temi, certo pieno di ingenuità da parte mia (estremista immaginario) e di molta pazienza (e indulgenza) da parte sua. Ci davamo – particolare non secondario – rigorosamente del lei.

Mi conquistò. Da allora l’ho seguito sempre. Ho letto i suoi interventi parlamentari quando fu – ottimamente – deputato della sinistra indipendente. Ho raccolto i suoi libri. L’ho ritrovato in altre centinaia occasioni. E’ stato per me (la dirò così, un po’ in fretta, per non esagerare nei toni) quel che si dice un punto di riferimento.

Antonio Pigliaru (che morì quando ero suo studente all’università, nel ’69), Manlio Brigaglia (che fu il mio professore al liceo e poi è stato ed è l’amico di una vita intera) e Toti. Tre figure senza le quali sarei stato e sarei diverso da come sono diventato (come si dice sempre nel presentare i libri: naturalmente nulla dei miei molti errori può essere loro addebitato).

I miei auguri di oggi, carissimo Toti, hanno tutto questo dietro.

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Tutta la redazione di Sardinews si associa agli auguri di Guido Melis ed è onorato di aver dedicato, negli anni, diverse pagine a uno scrittore vero. A un Grande della letteratura italiana. (giacomo mameli)

Posted by Redazione

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