cabrasErasmus: una parola che per molti studenti universitari è piena di fascino e anche un po’ di timore. Spesso il primo lungo soggiorno all’estero, un’occasione per imparare a gestirsi da soli, ma soprattutto per aprire, metaforicamente, le proprie ali e soprattutto la propria mente a culture diverse. Certo spesso quando se ne parla molti pensano all’Europa. Ma ora c’è un nuovo progetto di scambio culturale: 120 studenti dal nord Africa lasceranno i loro atenei per venire in Sardegna; e tra qualche anno forse il viaggio inverso lo faranno i loro colleghi sardi. L’idea è dell’Unione delle Università del Mediterraneo (Unimed): coinvolte, le università di Algeri, Tunisi, Rabat, e ovviamente Cagliari e Sassari. Il tutto con un investimento stimato di circa 500mila euro, con il patrocinio della Fondazione Banco di Sardegna. “Lo facciamo perché le università si arricchiscono dalla provenienza di chi le frequenta”, spiega Antonello Cabras, presidente della Fondazione, “non si vive di sola Sardegna”.

La speranza è che questa esperienza porti anche dei benefici per tutti, rafforzando le relazioni tra le città coinvolte; non solo a un livello universitario, ma anche imprenditoriale. E poi, perché no, che promuova il dialogo e la conoscenza reciproca tra arabi e europei. “Cagliari in questo ha bruciato le tappe: all’inizio del novecento aveva già una camera di commercio sardo – tunisina e giornali stampati in arabo e italiano”, ricorda Massimo Zedda, che ha anche un sogno per il futuro: “possiamo diventare una vera città universitaria, e Buoncammino potrebbe essere un grande parco, al centro delle facoltà che formano un vero campus”. Il primo cittadino ammette che però i problemi da risolvere sono tanti, a cominciare da mobilità e trasporti. “Abbiamo fatto molto e molto dobbiamo ancora fare perché la scadenza è vicina: il prossimo anno accademico, a Ottobre”, rivela con entusiasmo Franco Rizzi dell’Unimed. Entro allora bisogna selezionare gli studenti che verranno in Sardegna, e che frequenteranno qui il corso di laurea triennale o quello magistrale. Anche negli atenei nordafricani infatti esiste una classificazione delle lauree simile alla nostra. “Questo progetto non gioverà solo a professori e a studenti, ma all’intero tessuto sociale”, continua Rizzi, “gli studenti sono come ambasciatori che hanno il ruolo di abbattere una sere di luoghi comuni. Sono uomini e donne, e anche se sembra banale è importante dirlo”.

In agguato infatti c’è sempre la paura del diverso, e su questo insiste anche Hmaid Ben Aziza, rettore dell’Università di Tunisi: “L’identità uccide, troppe differenze uccidono. Occorre una simbiosi tra le due cose”, poi promette: “non mandiamo gente qui e basta, lavoreremo molto intensamente insieme, e questo progetto porterà economia, investimenti, pace”. C’è poi una questione politica, molto sentita nei paesi arabi: il difficile rapporto tra Israele e Palestina. “Si tratta di un problema centrale, perché per molti la politica sfocia nell’odio razziale”, afferma Rizzi. Anche se il parlamento Italiano ha approvato recentemente due mozioni sul riconoscimento dello stato palestinese. “I giovani comunque non hanno il peso di un passato difficile e sono più liberi da vecchi conflitti”, è la convinzione di Rizzi. IIham Barrada, vice rettrice dell’Università Mohammed V Agdal-Rabat, ha invece parlato del suo ateneo, che vanta almeno 70000 studenti: “scommettiamo sullo sviluppo personale, la nostra università ha formato ambasciatori e politici. Il Marocco poi non è solo donne velate e cammelli; c’è ben altro, come un grande patrimonio culturale e spiagge meravigliose”. Anche per Ben Ali Abdallah, vicerettore dell’Università di Algeri, “questo progetto è portatore di grandi speranze”.

Uguale entusiasmo è stato espresso da Giovanni Melis, rettore dell’Università di Cagliari, e da Massimo Carpinelli, rettore di quella di Sassari: “Volgersi al nord è importante, ma collaborare all’interno del mediterraneo lo è altrettanto perché i nostri paesi hanno più in comune di quanto pensiamo”, ha considerato Melis, mentre Carpinelli ha ricordato: “la nostra università collabora già col Nord Africa in progetti che hanno dato importanti risultati”. Tra le collaborazioni universitarie spicca quella dell’Università di Sassari, che partecipa al progetto DesertNet International, in collaborazione con l’Unione Europea. “Lavoriamo con esperti di tutto il mondo per portare l’acqua nel deserto del Sahara e coltivarlo”, racconta Pier Paolo Roggiero, ricercatore del Dipartimento di Agraria. C’è poi il master di collaborazione internazionale organizzato dalla professoressa Laura Pisano, docente di Storia del Giornalismo a Cagliari: “due mesi di studio e lavoro tra Algeri e Cagliari, per realizzare progetti di pubblica utilità; anche qui grazie al supporto della Fondazione Banco di Sardegna”, spiega lei. Insomma, come sintetizza l’ex rettore di Sassari Attilio Mastino, “le università sarde hanno bisogno di più studenti dal mondo”. E per Mastino il legame tra Sardegna è Africa è scritto nella storia: “Persino il dio Sardus Pater veniva dalla Libia secondo la tradizione, e, in seguito, Cicerone disse che la Sardegna e l’Africa sono simili”- ha aggiunto. Lo stesso paragone lo farebbe oggi qualche leghista con intento offensivo, senza sapere che il suo in realtà non è un insulto. “Sono colpito da tanto entusiasmo. I nostri destini saranno uniti in uno scambio di pace e conoscenza”, ha detto il segretario dell’Associazione Marocchini Residenti all’Estero, Abdellah Boussouf , lanciando una proposta: “fare dei gemellaggi tra le nostre città, magari cominciando da Cagliari e Algeri. Perché queste iniziative durino nel tempo, e tra noi non ci siano perdenti o vincitori”.

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