magna1Era John Lackland, meglio conosciuto nella nostra penisola come Giovanni Senzaterra, il re che ha dovuto cedere il passo, con i dovuti “distinguo”e proporzioni del tempo, alla carovana che gli si presentava davanti, portatrice di diritti e doveri.

In ricorrenza del tutto straordinaria, in esposizione qui a Londra al House of Parliament, la sede dove risiedono Camera dei Lord e Camera dei Comuni, La Magna Carta, questo è il suo nome, si espone in tutto il suo fascino con le sue quattro copie rimaste integre, fiera e festosa mentre soffia quest’anno sopra le sue ottocento candeline. La mostra, in un salone apposito all’interno dell’antico edificio, è preceduta nel suo percorso d’ingresso, da un’enorme statua di Oliver Cromwell, il quale, secoli dopo, si consegnerà alla storia come colui che ha trasformato e interrotto la Monarchia per circa un decennio, facendo spazio a un’insolita repubblica svanita con la morte del suo stesso fondatore. Lui, che per la prima volta nella storia, rende possibile che a un re venga tagliata la testa in pubblico. Ma tutto ciò ha una sottile linea comune, che vede la diatriba costante fra l’autorità e il Parlamento, il bilanciamento di poteri che spesso crea quel muro contro muro, specie quando si parla delle tanto odiate tasse.

Correva l’anno 1215 quando al suo potere il Re Giovanni dovette riconoscere dei paletti. Impensabile sino ad allora, quel semplice foglio, scritto in latino, prevedeva vincoli che segneranno la storia delle libertà individuali. Fu la richiesta di nuove tasse ai sudditi a far sì che venisse edificata una delle pietre miliari della storia delle Costituzioni europee, che avrà il suo apice secoli dopo.

Fu allora che dopo un’aspra lotta il Re dovette cedere il passo e diventare, inconsapevolmente, il volano naturale dell’affrancamento dei sudditi da incombenze e obbligazioni da sempre ritenute dogmi. Con tutte le sfumature, che poi tanto sfumature non sono, va sottolineato che riguardavano solamente una parte della popolazione, gli “uomini liberi”, tagliandone fuori i servi della gleba, i piccoli artigiani e tutti i ranghi inferiori della società, allora come non mai schematicamente gerarchizzata. Veniva comunque sancito, per l’esigua parte beneficiaria, che il Re venisse monitorato da un consiglio di 25 baroni nel suo operato e che, sotto palesi ingiustizie, ci si potesse legittimamente rivoltare contro chiedendo a tutti i sudditi di prenderne parte.

Veniva riconosciuto il diritto a un giusto processo a chi avesse commesso reati, con una pena equa e proporzionale al danno causato, la libertà di circolazione per tutti i mercanti all’interno del Regno, eccezion fatta per quelli provenienti da Paesi in guerra con il re. Alle donne fu riconosciuto il diritto di non doversi “maritare” se rimaste vedove, perlomeno sino a quando non lo ritenessero opportuno mantenendo il loro desiderio di solitudine.

È ancora là, dopo otto secoli, a essere ammirata da studiosi di tutto il mondo, forse un po’ ingiallita dallo scontrino che il tempo le presenta, ma ancora a far da pilastro nel tempo che verrà, a ricordare che i diritti odierni hanno secoli di storia. Diritti che nel ventunesimo secolo possono apparire come scontati, ma che otto secoli fa furono innovativi quanto basta per dare vita al bruco, nei secoli divenuto farfalla, con le sembianze delle moderne Democrazie.

Buon compleanno Magna Carta.


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