Birdman / Il teatro immaginario

BirdmansIl cinema, a più di un secolo dalla sua nascita, ha ancora complessi di inferiorità. Poco importa che sia la “settima arte”, ancora oggi è considerato da alcuni un mezzo espressivo meno importante del teatro, della letteratura e di altre forme d’arte la cui origine risale a tempi più antichi. Molti cineasti ne soffrono e cercano credibilità nella forma di progetti socialmente impegnati o affrontando testi il cui prestigio non si possa mettere in discussione.
Riggan Thomson è una di queste persone: attore di straordinario successo per aver interpretato il supereroe Birdman nella serie di film omonima, è tanto ricco quanto straordinariamente insicuro. Il successo commerciale non gli basta, quello che cerca è il rispetto dei suoi pari, vuole provare al mondo di non essere solo una star, ma di essere un attore con la A maiuscola, e per farlo decide di mettere in scena un’adattamento teatrale di una novella di Raymond Carver, a Broadway. Negli occhi di Thomson, il successo del progetto sarebbe la rivincita verso un mondo che non lo ha mai davvero preso sul serio, ma a causa delle sue nevrosi e della poca affidabilità del cast che ha messo assieme, il progetto non procede con semplicità, anzi; c’è il rischio che affondi, e porti nell’abisso Thomson stesso.
Birdman, il film, è l’ultimo progetto di Alejandro González Iñárritu, regista messicano di grande successo, autore di pellicole come Babel, Amores Perros e 21 Grammi. Da quando è arrivato ad Hollywood, Iñárritu si è distinto per la forza espressiva dei suoi film, per l’intensità che riesce a far scaturire dal lavoro dei suoi attori. Iñárritu fa film seri, che si prendono molto sul serio, che parlano di questioni serie. Il suo stile spesso produce momenti di grande impatto, ma altrettanto spesso fa buca, sembra calcare l’acceleratore su un’idea maldestra di importanza che non viene supportata dalla storia che racconta.
Birdman è la sua prima commedia, almeno su carta. È una satira del mondo dell’intrattenimento, delle ossessioni degli artisti e degli attori, una galleria di nevrosi e difetti che spesso sfocia nell’assurdo. Michael Keaton, che più di 20 anni fa era Batman nella versione di grandissimo successo ad opera di Tim Burton, interpreta una versione paradossale di sé stesso, un attore il cui successo al botteghino non si è mai tradotto in rispetto da parte della critica e dei suoi colleghi, oggi ossessionato dall’ottenere rispetto. Iñárritu ha deciso di girare il film in modo da creare l’illusione che sia stato completamente realizzato in un unico, lungo piano sequenza, un azzardo stilistico in gran parte riuscito grazie anche al talento del suo direttore della fotografia, Emmanuel Lubezki, un genio della macchina da presa. All’inizio seguiamo Thomson nella sua routine teatrale, tra prove, litigi con sua figlia (un’ottima Emma Stone) e le sue relazioni con gli altri attori (Edward Norton, Naomi Watts, Amy Ryan), mediati dal suo agente, interpretato da Zach Galifianakis. L’intenzione sembra quella di farci avvicinare il più possibile allo stato d’animo di Thompson, che seguiamo momento per momento, e vediamo anche nei momenti di solitudine, nei quali ha conversazioni psicotiche con il suo vecchio personaggio, Birdman. Ma poi la macchina da presa comincia a seguire anche altri personaggi, e lo stile del film sembra perdere il suo perché. È chiaramente spettacolare, spesso efficace, ma mano a mano che il film prosegue perde coesione.
Il problema è che il film sembra molto confuso riguardo a quello che cerca di raccontare. A momenti sembra una satira dello show business, in altri una satira del mondo pomposo del teatro; in altri ancora (quelli migliori) si fa leggere come il ritratto di un narciso compulsivo in una disperata missione di autodistruzione. Ma una volta che arrivano i titoli di coda, nessuna di queste suggestioni sembra portata a compimento in maniera soddisfacente, e se da un certo punto di vista questo senso di sospensione funziona, visto che permette allo spettatore di interpretare il film a suo piacimento, dall’altra parte tradisce una certa confusione da parte del suo autore. Iñárritu nel presentare il suo lavoro ha dichiarato più volte di provare un certo disprezzo per i film sui supereroi che stanno inondando le sale, li vede come un segnale di un declino artistico del cinema. Ma allo stesso tempo la sua carriera è legata a doppio filo con quella di Guillermo Del Toro, regista che ha portato sul grande schermo Hellboy, Blade e lo scontro tra Mech e mostri giganti di Pacific Rim, tutti ottimi lavori. Del Toro, oltre ad aver dato vita alla new wave del cinema messicano che ha portato al successo Alfonso Cuarón e Iñárritu stesso, è anche il regista dei tre che è stato più snobbato da parte della critica e dei premi più importanti, nonostante la sua carriera sia decisamente più notevole di quella dei suoi connazionali. Iñárritu, in particolare, sembra faticare nella ricerca di storie che gli permettano di far fiorire del tutto il suo enorme talento, perso nella ricerca di dire qualcosa di “importante”, dove l’idea di “importante” sembra essere senza eccezione quella molto astratta e arbitraria dello status quo della cultura accademica e borghese che domina i salotti dei festival di mezzo mondo.
Ma cosa sia importante è un concetto soggettivo, e dall’alba della narrativa molte grandi storie sono state raccontate utilizzando concetti fantasy, quando l’idea di “genere” non veniva considerata spregiativa perché non esisteva e Shakespeare poteva scrivere l’Amleto senza preoccuparsi che una storia di fantasmi potesse essere inferiore perché “di genere”. E Birdman, nell’esprimere il suo disappunto con il mondo del cinema moderno, non porta sullo schermo un lavoro di potenza necessaria a dimostrare che l’idea di cinema di Iñárritu sia migliore di quella che critica. Questo non è un film di sostanza maggiore di Blade 2, de Il Cavaliere Oscuro, e di molti altri film che sembra voler criticare. Anche quelli che richiama direttamente grazie alla scelta del suo attore principale. Ill problema di Birdman, insomma, è che non è un film migliore dei Batman con Michael Keaton; è un film di minore sostanza e coesione tematica di quello che vent’anni fa seguiva le avventure di un uomo pipistrello, di un criminale che viveva in mezzo ai pinguini, e della donna gatto. E forse per essere preso sul serio sarebbe dovuto essere meglio. Nonostante sia un lavoro godibile e realizzato con grande maestria, insomma, è basato su una tesi senza fondamento, e per questo si dimostra più effimero del mondo che cerca di criticare.

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