Siria mon amour, la vita di Amani El Nasif
Presto a Oristano, ospite di Leggendo ancora insieme

amani valle tirsoOggi Amani El Nasif è una giovane donna che lavora nel settore commerciale di una importante azienda veneta. Un inconfondibile accento ne svela l’appartenenza ormai totale alla regione padana, mentre due bellissimi occhi scuri dallo sguardo intenso parlano di altre radici e di un vissuto non sempre facile. Oggi però è praticamente di casa anche in Sardegna, dove ha presentato in diverse occasioni e località il libro “Siria mon amour” , edito da Piemme, che ne racconta l’incredibile avventura. Nel prossimo mese tornerà anche a Oristano, ospite dell’ultima edizione di “Leggendo ancora insieme” dell’associazione Heuristic presieduta da Marina Casta.

Una presenza attesa e promessa da quando, nel 2013 Amani, nella medesima rassegna, aveva conquistato i lettori oristanesi con la forza e la determinazione che le sue parole lasciavano intuire.

La sua è una storia in fondo consolante, da raccontare in un momento in cui, come sulle pagine de Il Sole 24 ore domenica 8 marzo sottolineava la scrittrice Elisabetta Rasy, il colore giallo delle mimose continua a evocare quello lampeggiante del pericolo che quotidianamente, a livello planetario, si concretizza in un’infinita gamma di violenze, soprusi e sopraffazioni consumati sulla pelle delle donne.

Giunta dalla Siria con la madre a Bassano del Grappa a soli tre anni, Amani cresce assorbendo la cultura e i valori del suo nuovo Paese. Una vita serena, nel guscio protettivo delle amicizie e di un amore vissuto con la forza totalizzante dell’adolescenza. Ed è proprio la madre di Andrea, il suo ragazzo, a diventare figura chiave e sostegno in un cammino di autodeterminazione che la porterà a combattere con tutte le sue forze contro una realtà che la proietta, appena sedicenne, nel mercato delle spose bambine. Nel 2006 viene infatti riportata in Siria dalla madre con un pretesto. Ma quel Paese favoloso, prima ostinatamente e amorosamente cercato su Google, man mano che la ragazza si inoltra nei villaggi polverosi si trasforma in un incubo inenarrabile. Amani scopre infatti di essere stata promessa in sposa a un cugino più grande, violento e integralista, ma soprattutto di essere finita in un abisso che ha risucchiato la sua libertà di essere, in un mondo senza tempo in cui può solo subire.

Le sue parole, filtrate nel libro dalla penna di Cristina Obber, la giornalista che l’ha aiutata a mettere sulla carta un’esperienza terribile, raccontano attraverso immagini incalzanti città colorate e caotiche, villaggi sperduti ed interni domestici dominati da agghiaccianti atmosfere di prevaricazione e restituiscono intatti, insieme alla determinazione della sua voce quando ne parla, lo sgomento e la ribellione di uno sguardo adolescente certo dei propri inalienabili diritti. Vittima di continue, devastanti violenze che la portano a rischiare la vita, sedata mediante farmaci potenti, la giovane non soccombe: osserva, riflette, racconta l’alterità e la crudeltà di rapporti familiari e intergenerazionali, mette in discussione valori e ideologie, abitudini e comportamenti.

La sua vicenda, che nel giro di un giorno la proietta nel mercato delle spose bambine (una ogni tre secondi, secondo recenti statistiche), non può essere considerata una semplice storia personale, né circoscritta al mondo islamico, anche se oggi, durante la guerra civile, sono aumentati i matrimoni combinati soprattutto tra i profughi siriani, come forma di protezione nei confronti dello stupro.

Sulle prime, confessa, “essere lì imbacuccata come la befana, mi è sembrato divertente. Quando si è parlato del mio matrimonio sono scoppiata a ridere. Era illegale, lo sapevo bene, ero minorenne. Ma poi ho capito. Mi sono aggrappata al telefono ma mio zio Mhemmed me lo ha strappato dalle mani e scaraventato lontano. Ha fatto lo stesso con me.”

Amani si rivolge alla madre che la tranquillizza con le bugie, sinché non si accorge di non avere nessuna via di fuga. Il cugino rifiuta il matrimonio, umiliato come maschio dalla sua ribellione, e lei entra in un vero e proprio mercato, soppesata come una merce, data dal padre in pasto al miglior offerente. “Quella dei matrimoni combinati è una tradizione antica in Siria” chiarisce. “Per concluderli basta la stipulazione di un contratto bilaterale con la promessa davanti a due testimoni. Perché il matrimonio risulti valido sono poi necessarie alcune condizioni. La dote innanzitutto, che risale ai tempi della dinastia di Hammurabi. In seguito il Corano stabilisce che questa sia data alla donna. Pagata in due volte, la prima viene consegnata al padre. La seconda versata in caso di divorzio o di decesso del marito.”

La famiglia del padre di Amani è una delle più ricche del paese di Al Karatz, perciò sono entrati nelle trattative anche pretendenti dei ricchi emirati arabi. In una contemporaneità ritmata da comportamenti arcaici retaggio di una mentalità integralista che annulla le esistenze, la famiglia siriana appare ad Amani “un’entità allargata che fa pensare alla mafia, alla rispettabilità collettiva difesa a suon di lupara. Ci si trova immersi in una struttura comunitaria piramidale, dove il potere al vertice è quello del capoclan, che poi si articola gerarchicamente tra i maschi sino a rifarsi su una base indistinta che è quella femminile”.

Non è un Paese per donne quello che racconta : “Il villaggio di mio padre non rappresenta tutta la Siria, ma lì le donne erano sottomesse anche ai fratelli, picchiate persino per un thè troppo caldo. Sono spesso senza voce, ridotte ad oggetti”.

Oggi purtroppo la Siria è un Paese distrutto, ma nel ricordo di Amani ritorna la sensazione di sprofondare in un baratro da dove non si può risalire e dove la vita non si può più vivere, ma solo subire. “Come un cappio al collo che ti soffoca.”

La società siriana è molto conservatrice, l’obiettivo da raggiungere per le donne è ancora generalmente il matrimonio e su 3 milioni solo 500.000 lavorava fuori casa prima della rivolta, che sul territorio ha sempre avuto posizioni conservatrici. “Non esiste la festa della donna, ricorda Amani, solo quella della mamma. La situazione è diversa da città a città, perché il paese è un mosaico di etnie e religioni, anche se comunque molte donne combattono, lavorano per i diritti umani individualmente o in organismi specifici”.

La violenza, lo sappiamo, crea abissi di degradazione nell’animo di chi la subisce, porta a staccare la spina dei desideri, Ma Amani è riuscita a conservare i propri sogni e li ha difesi facendo leva su una madre che, “sfruttata dal marito in Italia e in Siria, forse non poteva più accettare che le donne valessero meno delle capre”. Oggi la giovane, che non ha più contatti con un paese per le cui condizioni attuali soffre molto, continua comunque a lottare per favorire in qualche modo il dialogo con una cultura millenaria devastata da integralismi e violenze, perciò ci regala la bellezza di tanti profumi e colori che hanno comunque accompagnato la sua vicenda, e considera vitale soffermarsi su queste cose, perché la costa araba che si affaccia sul mediterraneo, fulcro di tutto un mondo di cui facciamo parte, oggi avrebbe bisogno di alfabeti diversi e orizzonti diversi rispetto a quelli dell’odio. Perciò tanti sono anche i ricordi preziosi: i sapori, la gioia delle feste, i colori e il brulichio delle città, l’affetto delle cugine, il piacere di lasciarsi andare alla danza. Quella del ventre. Con la particolare complicità tra le donne quando sono lontane da sguardi maschili.

Nel raccontarci la vita tra le mura domestiche, Amani scopre una grande varietà di sfumature. In particolare distingue tra il paese paterno, (45 Km da Aleppo) e quello di Litzeder, materno, perché non vuole demonizzare le proprie origini, soltanto denunciare i soprusi di cui sono vittime le donne, offrire la storia di una disperata ribellione che è lotta per la libertà.

Ci aiuta inoltre a combattere anche una visione riduttiva del mondo islamico, in un momento in cui è ancora troppo alto il tasso di ideologia e manicheismo che colpisce indistintamente tutti i paesi, Italia compresa, dove, lei dice, “se sei nato sotto il Po sono già diffidenti”. Per ora Amani non può pensare a un nuovo viaggio verso le sue origini. Ma la pena per il suo paese è grande quanto l’amarezza che continua a nascondere dietro un sorriso luminoso: “è frustrante ricordare”, afferma, “e non riuscire a dare una spiegazione del tutto accettabile al comportamento di mia madre. Sicuramente l’esperienza che ho vissuto in Siria mi trasformato all’improvviso, da adolescente che ero, in una piccola donna. Ma sono riuscita a vincere. È per questo anche che ho chiamato Vittoria la mia bimba. Della quale sono super innamorata e alla quale dedico tutta la mia vita. Le spiego che se la sua nonna ha permesso che io vivessi una vicenda così terribile non ha colpe. Anche lei è stata ed è vittima di un sistema contorto. E ora ci vediamo e ci sentiamo regolarmente. Insegnerò a Vittoria che il perdono è fondamentale per una vita serena. Conservo con cura la prima copia del libro, uscito nel maggio del 2013, e le ho scritto una dedica nella prima pagina. Mi auguro che tutte le donne che leggono la mia storia trovino il coraggio per ribellarsi, perché la vita è sacra e non dobbiamo sprecarla sottomettendoci a ciò che non vogliamo.”

 

Posted by admin

Leave a reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *