pigliaru_renziEugenio Scalfari, nell’editoriale de la Repubblica di domenica 8 marzo, sviluppa delle stimolanti riflessioni riguardanti il concetto di “democratura”. Egli parte dalle considerazioni sviluppate da Lucio Caracciolo, direttore della prestigiosa rivista Limes e massimo esperto italiano di geopolitica che, parlando della Russia, utilizza il termine democratura, fusione tra democrazia e dittatura, per descrivere il sistema politico russo. Secondo Caracciolo, infatti, in Russia c’è il popolo (demos) che conta poco o nulla e c’è Putin che utilizzando gli strumenti propri del dittatore, guida praticamente da solo la Russia. La Duma (il parlamento russo) si limita a ratificare le decisioni prese dal capo e il governo ha una funzione sostanzialmente “rappresentativa”. Gli unici ai quali è affidato una qualche forma di potere sono alcuni ministri, qualche manager economico molto potente e i servizi segreti, questi rappresentano l’oligarchia politica che supporta l’enorme potere dello zar Putin. L’articolo di Scalfari continua affermando che dalla prassi politica di Renzi si evince che, per quanto riguarda la democratura, il nostro presidente del Consiglio “stia compiendo qualche passo in quella direzione”.

Nel presente articolo, la tesi che si vuole umilmente sostenere è che non si tratta solo di “qualche passo”, la realtà è che in Italia si sta sviluppando un pericoloso processo di emulazione da parte del nostro presidente del Consiglio che vorrebbe riproporre in Italia la democratura russa, infatti, negli ultimi mesi sono stati frequenti i casi in cui il parlamento è stato sostanzialmente esautorato dall’arroganza politica di Renzi e dei suoi collaboratori – marionette. L’aspetto però più inquietante riguarda l’emulazione che a cascata si sta riversando sui governatori renziani che guidano molte regioni italiane e che mostrano una vera e propria adorazione per il loro capo al punto di applicare lo stesso metodo politico in maniera sistematica e puntigliosa.
Pensiamo ad esempio a quello che sta accadendo in Sardegna relativamente alla politica scolastica della giunta Pigliaru. In questo caso stiamo assistendo a una devastante demolizione della scuola pubblica che si sta sviluppando su due direttrici: la prima volta a rafforzare la scuola privata, la seconda invece che si sta concentrando, attraverso il dimensionamento, sul disfacimento della scuola statale nelle zone più disagiate dell’isola. In questo settore strategico per la tenuta sociale del nostro paese, sta accadendo proprio quello che si diceva in relazione al concetto di democratura, ovvero abbiamo una oligarchia politica che “fregandosene” in maniera sfacciata delle proteste popolari che si stanno diffondendo in tutta l’isola, continua nella sua devastante azione politica volta a cancellare la scuola nell’interno della Sardegna e in tutte quelle zone in cui il fenomeno dello spopolamento sta assumendo proporzioni molto preoccupanti. Certamente il movimento popolare che si sta spontaneamente organizzando per opporsi a questa scellerata manovra politica è molto importante, peccato che, parallelamente, ancora non si sia formata in Sardegna un’organizzazione politica che, ponendosi in maniera nettamente alternativa al renzismo, possa supportare politicamente il suddetto movimento. In tutta onestà bisogna dire che l’organismo politico che potrebbe assumere questo ruolo, come è già stato affermato su questa rivista, qualche numero fa, esisterebbe, ci riferiamo ovviamente al progetto, per ora fallito, dell’Altra Sardegna (che s’ispira al progetto politico dell’Altra Europa con Tsipras), purtroppo i personalismi e il tatticismo politico per il momento prevalgono irresponsabilmente sulla saggezza. L’urgenza di un organismo politico alternativo al PD e al renzismo è quindi al momento da mettere in standby, per le motivazioni addotte sopra, però in attesa che i responsabili di tanta irresponsabilità politica vengano illuminati (si spera al più presto), si può cominciare a ipotizzare una qualche soluzione realizzabile più a lunga scadenza, ma che potrebbe risultare molto utile affinché si creino i presupposti per dar vita ad un solido argine da porre a difesa della democrazia e, quindi, contro il dilagare della cosiddetta “democratura”. Per fare ciò bisogna sempre partire dalla scuola, in quanto essa è la struttura deputata non solo a formare i nostri giovani, ma anche ad educarli ad essere cittadini responsabili capaci di difendere tenacemente i principi ineludibili della democrazia. Per fare questo però bisognerebbe, tra le altre cose, ridare dignità e importanza alla madre di tutte le discipline teoretiche e morali: la filosofia.

Nata nell’antica Grecia (ci si riferisce ovviamente alla filosofia occidentale), essa si è impegnata strenuamente nella formazione di soggetti dal pensiero libero e critico e quindi immuni da qualsiasi tentazione autoritaria. La filosofia, però dal nostro punto di vista, non solo dovrebbe essere insegnata in tutti i tipi di scuole della secondaria di I e II grado, ma anche alle elementari, sì proprio così, bisogna partire dai bambini in quanto è proprio quella l’età più fertile dal punto di vista degli apprendimenti di base. Per rinforzare questa posizione è sufficiente citare l’esperienza della Philosophy For Children (P4C) fondata negli anni ’70 dal filosofo americano Lipman e diffusasi velocemente in tutto il mondo. La P4C è un metodo pedagogico rivoluzionario che si basa sul principio della “comunità di ricerca” nella quale funge da “facilitatore” un operatore educativo adeguatamente formato. Gli strumenti didattici principali utilizzati sono racconti che si sviluppano sotto forma dialogica e che hanno come protagonisti bambini, adolescenti, animali ecc. che dialogano su problemi di natura filosofica come il valore della vita, il pensiero, il rapporto mente – corpo, la giustizia e via discorrendo.

È evidente quanto poco possa interessare i teorici della “Buona Scuola” assoldati da Renzi, una proposta educativa di questo tipo che sarebbe veramente innovativa per la scuola italiana, ma che andrebbe nella direzione opposta da quella indicata dalla filosofia renziana che auspica invece la creazione, in pochi anni, di una scuola non più statale, completamente asservita ai principi della “democratura”.

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