“Masticavo fame e tabacco in attesa di raccontare la vita”

GabrielUn anno fa, il 17 aprile 2014, moriva a Città del Messico Gabriel Garcia Marquez, premio Nobel per la letteratura nel 1982. Nato in Colombia, a Aracataca il 6 marzo 1927, ha segnato come pochi la letteratura mondiale del Novecento. Al genio sudamericano un paese sardo, Perdasdefogu, ha dedicato una piazza intitolandola “Cent’anni di solitudine”. Maurizio Carta, colaboratore di Sardinews da Londra, lo ricorda con questo ritratto.

Era il 20 0ttobre 1982 quando quel signore con i baffi, goffo nei movimenti e con atteggiamenti certo non da reale, veniva chiamato per essere messo al corrente che due mesi dopo si sarebbe dovuto presentare a Stoccolma, a ricevere direttamente dalle mani del re, forse il più alto e autorevole riconoscimento che uno scrittore possa sognare. Si trattava del Premio Nobel, e Gabito, così lo chiamavano i suoi amici d’infanzia, si consegnava alla storia. Ci si era già tuffato da tempo nel mare della celebrità, quando con “Cent’anni di solitudine” diventò il secondo scrittore più letto di sempre alle spalle di Cervantes con “Il Don Chisciotte”. Lui che quella storia in mente l’aveva disegnata da tempo, quando vendette tutto dopo un anno di matrimonio, asciugacapelli compreso, per poter comprare le risme di fogli e raccontare le vicende della famiglia Buendia. Si chiuse per un anno intero dentro la sua umilissima dimora, a mettere nero su bianco quel fantastico romanzo che l’ha reso celebre all’inverosimile. Nelle sue interviste, lo ha sempre dichiarato: “L’unica cosa che voglio nella vita è essere uno scrittore, e lo diventerò”. “Me lo ripetevo sempre, quasi che la speranza potesse essere cibo, quando non avevo di che nutrirmi. Capelli arruffati, camicie a fiori, e sandali bucati, masticavo fame e tabacco in attesa di raccontare la vita”.

cienañosGli amici dicevano che era un caso disperato. Lo pensava anche la moglie Barcha Pardo, quando a soli tredici anni le chiese per la prima volta di sposarla. “Alla fine l’ho spuntata, perché l’amore può tutto”, con grande orgoglio diceva il più grande colombiano mai esistito, come disse il presidente Juan Manuel Santos. E quando il suo romanzo più celebre gli diede fama e autorevolezza, raggiunse il suo sogno: ”vivere la vita per poterla raccontare”. Ha scritto le storie di un Continente Gabriel Marquez, i suoi paesaggi, i suoi usi e costumi, il tessuto sociale difficile e allo stesso tempo intrigante. Il corpo della sua penna era l’intero Sudamerica, con i suoi modi di fare e vivere arcaici e seducenti come i suoi romanzi. Quando prende il lettore per mano con dovizia di particolari, riempiendo le pagine di inchiostro senza mai essere banale e retorico, trasportandolo dentro il suo tempo e i suoi spazi fatti di realtà e immaginazione, creando quello che i critici hanno etichettato come il realismo magico di cui Gabito è l’illustre rappresentante. Cresciuto dalla nonna Tranquilina a pane e leggende, da grande non ha saputo tenere per sé tutti quegli aneddoti e costumi, dove la sua terra ha fatto da dittatore nella sua anima di uomo e scrittore.

Altro grande capolavoro è “L’amore ai tempi del colera”, dove la persistenza e l’amore sono il carro trainante. La storia di Florentino Ariza, che mezzo secolo dopo la sua dichiarazione d’amore a Fermina Daza rifiutata da quest’ultima non si dà per vinto e da anziano la riconquista. Un amore boicottato dalla famiglia di lei, che preferiva il giovane Dottor Urbino in sposo rispetto a un povero squattrinato come Florentino, scrittore di biglietti e pensieri amorosi.

Marquez ha raccontato la perseveranza, il non arrendersi al tempo che boicotta persone e cose. Ha messo in luce il non perfetto allineamento fra le persone, le cose e la clessidra che come un tiranno le fa invecchiare. Ci ha senz’altro lasciato un grande patrimonio umano e letterario Gabo Marquez, un insolito modo di narrare la vita e fantasticare, in quel labilissimo confine fra il sogno e la realtà. Allo stesso tempo, forse inconsciamente oppure no, portatore di quel valore chiamato resilienza, la capacità di adattarsi ai tempi e alle circostanze che cambiano. Lo disse all’interno appunto ne “L’ amore ai tempi del colera”, che “gli esseri umani non nascono sempre il giorno in cui le loro madri li danno alla luce, ma che la vita li costringe ancora molte altre volte a partorirsi da sé”.

Maurizio Carta, Londra.

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