aiibRiunisce oltre cento banchieri centrali e ministri delle Finanze di tutto il mondo nella sua seduta plenaria, quando a riunissi è il Fondo monetario internazionale, presieduto da Christine Lagarde. Dalla sua creazione, nata dagli accordi di Bretton Woods, varie volte ha riunito contemporaneamente tutti gli attori che ne fanno parte, in considerazione dei cambiamenti temporali che ne modificando il calendario. La recente iniziativa del governo inglese, di entrare a far parte con 100 milioni di dollari americani nella Aiib, stante per Asian Infrastructure Investment Bank, è la riprova che il mutamento degli equilibri ed il bilanciamento del poteri, su scala mondiale, non sono più una cosa di cui rimanere sorpresi. Non l’hanno certamente presa bene gli Stati Uniti, vedendo tale mossa come troppo dirompente agli occhi di Washinton. La Asian Infrastructure Investment Bank, altro non è che l’analoga europea della Banca europea per gli investimenti, la cui mission fondamentale è lo sviluppo dei trasporti, dell’innovazione, dell’istruzione, telecomunicazioni, energia e salvaguardia dell’ambiente. Quest’ultima è stata istituita a Roma con il Trattato di Roma nel 1957 e la sua sede è in Lussemburgo.

George Osborne, cancelliere dello scacchiere (ministro del Tesoro e Finanze), sottolinea l’importanza strategica dell’investimento, rimarcando la grande opportunità per tutte le aziende inglesi che saranno interessate nei lavori per le grandi infrastrutture in quella area del continente asiatico che, piaccia o no ai cugini americani, sta crescendo con ritmi esponenziali.

Ne ha sottolineato l’indisposizione americana, il Consiglio Nazionale per la sicurezza, che tramite il suo portavoce il Patrick Ventrell, manifesta tutto il suo disappunto per una politica considerata troppo avventata e lassista nel quadro economico mondiale. Gli Usa spingono anche per far si che anche un altro paese anglofono, l’Australia, non ne entri a far parte.

Coinvolgendo non solo paesi della regione asiatica, hanno partecipato al progetto anche diversi governi europei. L’Italia ha sottoscritto l’accordo il 2 Aprile. Fra i “big”, oltre la Gran Bretagna, spicca il nome della Germania. Il cambio di passo e il nuovo “risiko” internazionale in corso, non ha certo spiazzato Christine Lagarde, a capo del Fmi, che ha diplomaticamente manifestato entusiasmo per la possibilità di cooperazione con la nuova entità venutasi a creare. Il Presidente della Banca Mondiale, Jim Yong Kim, vede come un alleato strategico la Aiib, in prospettiva delle grandi entità degli investimenti infrastrutturali di cui necessita l’intero continente asiatico.

Altre proposte sono state avanzate dal Giappone, riguardante la creazione di un Asian Monetary Fund per focalizzarsi bene sulla quella parte dell’emisfero, che vede come forti sostenitori sia la Cina che la Corea del Sud.

Certo è che tutte le economie emergenti vorrebbero e reclamano con forza più potere nelle sedi che contano, forse con una grossa parte di ragione. A titolo esemplificativo, la Cina all’interno del Fmi ha un influenza all’interno del board molto più debole dell’Italia, anche se la sua economia sia di quattro volte più grande. Nonostante tutte le pressioni nelle opportune sedi, la volontà degli Usa nel non voler cambiare i meccanismi decisionali rimanendo fedele agli originali di Bretton Woods, ha generato la nascita di nuove istituzioni finanziare che, se ne può stare certi, avranno un peso sempre maggiore. Il Fondo però, a partire dal 1970 ha iniziato man mano a cambiare in discesa la sua capacità di mantenimento della stabilità finanziaria, quando il valore del dollaro venne scollegato da quello delle riserve auree durante la presidenza di Richard Nixon. Dopo 45 anni il mondo ha fisiologicamente imboccato altri binari, magari il vagone viaggia ad una lenta velocità, ma nel panorama fuori dal finestrino l’ orizzonte non è più solo occidentale.

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