partigiani

Il gruppo di partigiani della brigata garibaldina Morbiducci massacrata in Val Varaita, sotto il Monviso. Francesco Salis è il quinto – da destra e da sinistra- in seconda fila.

Era “Il partigiano Ulisse”, uno dei primi nove a essere ucciso – nella notte fra il 5 e il 6 marzo 1945 – dai fascisti nei pressi del santuario Valmala, zona Val Varaita, sotto il Monviso, a un centinaio di chilometri dai luoghi raccontati da Beppe Fenoglio nel capolavoro “Il partigiano Johnny”. Uno delle decine di sardi massacrati nei giorni e nei luoghi della Resistenza, il più delle volte del tutto dimenticati dalla Grande Storia, eroi ignoti anche nei paesi d’origine. Ulisse, come il Johnny di Fenoglio, in quei giorni sentiva “trapanante il rumore bonario dei camions tedeschi e poi vide i diabolici fanali rossi e bianchi”. Anche Ulisse, come Johnny, sapeva che “le brigate rosse delle alte colline si erano inserite nella linea azzurra ed ora combattevano fianco a fianco in un’unione senza precedenti”.

Ulisse era il nome di battaglia di Francesco Salis, nato nel 1921, sarto di Jerzu e operaio tessile di filanda al Nord. Era “un leader silenzioso”, lo chiamavano “il cerca-casa” o “l’albergatore” della Brigata 181.ma Garibaldina “Morbiducci”, dal cognome di un ufficiale che l’aveva comandata. Ulisse conosceva le valli piemontesi come fossero le campagne della sua Ogliastra, “sistemava i compagni nelle famiglie per sottrarli alle vendette fasciste e naziste”, ricorda uno dei pochi sopravvissuti, Angelo Boero “Edelweis”, 95 anni, dalla sua casa di Verzuolo nel Cuneese. Dice: “Le Brigate Nere erano spietate. Salis si era rifugiato con altri sedici compagni dentro la chiesa, era appoggiato a una colonna del tempio. I fascisti lo hanno fulminato con una raffica al volto. Aveva 24 anni, abitava nel mio paese, Verzuolo. Con un velo di tristezza negli occhi parlava sempre dei suoi cari lontani in Sardegna”. L’azione era firmata dai fascisti del Battaglione “Bassano” associato alla divisione “Monterosa” una delle più feroci unità della Rsi, la Repubblica sociale italiana di Salò. Si erano addestrati con i nazisti in Germania con un solo scopo: annientare chi desiderava democrazia e libertà.

Francesco Salis – primo di nove fratelli, figli di Antonio classe 1880 e di Rosa Serra classe 1891 – era partito come soldato di leva nel 1941. A Jerzu – dove dopo la quinta elementare si era formato alla scuola del maestro di sartoria Luisiccu Carta – aveva lasciato i fratelli e le sorelle Maria, Luigi (apprezzato insegnante negli stazzi tra Siniscola e Olbia), Egidio e i gemelli Cesare e Giovanni agricoltori, Giovanna, Virgilio (sarto come lui) e Dario camionista. Prima destinazione Firenze dove diventa radiotelegrafista. Trasferimento a Santa Maria Capua Vetere. Allo scoppio della guerra, nello sbandamento generale, si ritrova in Piemonte, a Verzuolo. Lui, con la passione per il cucito, trova da lavorare nella fabbrica di un industriale, Cecco Ponte, ingegnere, titolare di alcune filande. A Jerzu il fratello Egidio, 86 anni, ricorda: “Quel lavoro gli piaceva, si occupava sempre di sartoria e confezionamento, poi lavorava in mezzo a tante ragazze simpatiche e antifasciste. Era benvoluto dai titolari dell’azienda”.

Dopo l’armistizio, come tanti altri eroi, Salis capisce qual è stata la tragedia del nazifascismo. Ed eccolo “salire in montagna ad aiutare i rossi”. Era necessario organizzarsi perché “il movimento partigiano era ancora sulla difensiva, i piccoli gruppi si sentono isolati, impotenti”. A marzo – scrive lo storico Piero Balbo in un libro di prossima pubblicazione – il gruppo di Salis è più compatto e viene inserito nel distaccamento “Bottazzi”, uno dei più determinati contro la dittatura. I fascisti vengono a sapere di una riunione dei “rossi”, li intercettano. Balbo: “Erano tutti giovani, fra i 22 e i 27 anni: Ernesto il comandante, Giorgio studente e poi Abete contadino, Cirillo, Dado, Edelweis, Ercole, Gabri, Gigione, Ivan, Pierre Pistola, Sander, Tigre, Ulisse. La zona del santuario è ancora coperta di neve, esposta a nord. Gradi 15 sotto zero. Si rendono conto di essere accerchiati e tentano di fuggire verso il colle di Maira. È un attacco a sorpresa. I fascisti vanno verso la Val Varaita, li intercettano a Valmala e sparano. Il primo a morire, fulminato al volto da una raffica, è proprio il sardo Ulisse-Salis. Era nei pressi del pilone votivo poco oltre”. Subito dopo viene colpito al petto, Giorgio, lo studente. A un centinaio di metri la carneficina. Nove morti.

Tigre – all’anagrafe Chiaffredo Rinaudo – ricorda: “Appena usciti, un tremendo fuoco incrociato si rovesciò su di noi. I fascisti sparavano a colpo sicuro. Rimasi ferito prima a un tallone, poi al capo”. Balbo: “Vengono circondati catturati e picchiati con un caricatore del mitra, Dado, alzandosi con un movimento brusco, è ucciso sul posto”. Più avanti “Sander e Pierre, medicati al braccio e al ginocchio, vengono freddamente eliminati con un colpo alla nuca dove è sistemata la lapide commemorativa”.

La neve è rossa di sangue. Si salvano in tre, fra questi Boero, l’amico del sarto di Jerzu. Ancora Balbo: “I corpi vengono deposti nelle bare costruite la notte stessa in una segheria verso Rossana. I funerali si svolgono il giorno 8 marzo officiati dal parroco don Francesco Demarchi, tumulati nel cimitero della frazione. Gli avvoltoi delle Brigate Nere arrivano sperando di sorprendere altri partigiani mentre danno sepoltura ai compagni. Accusano il prete che ha celebrato la messa – dicono – per ribelli e banditi”.

In questi giorni attorno al santuario di Valmala stanno girando un cortometraggio su quell’eccidio. Il film verrà proiettato a settembre. Saranno invitati anche i familiari di Ulisse che “dava casa e letto ai partigiani”, un’occasione per rileggere momenti e azioni dimenticate invocando la libertà. Vien da fare una riflessione: e se anche il Comune di Jerzu – come sta succedendo in altri paesi della Sardegna – ricordasse un suo vero eroe dimenticato, il suo unico partigiano citato nei libri di storia e nei documenti ufficiali? E ancora: quanti – oltre a quelli raccontati dal libro di Natalino Piras in “Pastores pitzinnos partigianos” e in poche altre pubblicazioni – sono i sardi che hanno sacrificato la loro vita in quella battaglia per la democrazia? La Storia ha ancora tanti eroi oggi anonimi e che meritano di essere ricordati.

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