i-bambini-sannoDavide, Valerio, Kevin, Matteo, Lorenzo, Mariusz, Luna e Gaia sono i nomi di alcuni dei 39 protagonisti tra gli 8 e i 13 anni de “I bambini sanno”, il secondo film-documentario di Walter Veltroni.
Così, dopo quello dedicato alla memoria di Enrico Berlinguer, uno dei più amati leader politici italiani (“Quando c’era Berlinguer”), sono andato ad una delle anteprime in presenza del regista senza sapere quasi nulla sui piccoli protagonisti senza nome e cognome.
Davide, nato a Napoli, racconta del padre militare in missione in Libano, della nostalgia e dell’attesa di sentirlo su Skype. Valerio, con la sua cadenza catanese, svela che “la matematica si basa sul tutto e tutto si basa sulla matematica”.
Gli occhi sognanti di Kevin, di origini filippine, immaginano montagne, alberi, frutti e la casetta sull’albero che ha lasciato all’età di due anni. Matteo, che quando ne aveva 9 ha lottato e vinto la leucemia racconta di come i compagni lo hanno allontanato. Mentre Lorenzo, parlando della crisi, dice che “bisognerebbe fare un po’ una rivolta”.
Sono bambini e bambine che rappresentano multiculturalità, differenze sociali e qualche trauma. Una bambina nigeriana abbandonata dal padre, una giovanissima musulmana che dialoga di altre religioni, il rom col padre in carcere, due gemelle di cui una con sindrome di Down, la figlia di una coppia di lesbiche, i figli orfani di un padre ebreo omosessuale, il nipote di una vittima del terrorismo brigatista e il bambino arrivato su un barcone dalla Libia.
Dall’amore e l’amicizia alla crisi economica, dal rapporto coi genitori a quello con la scuola, da ciò che pensano dell’omosessualità e della religione all’idea di Dio o quella del paradiso, sono tanti i temi su cui hanno una risposta mentre raccontano le loro vite, a volte alle prese con problemi esistenziali, altre con la paura che un genitore perda il lavoro, una dura realtà, spesso tenuta loro nascosta.
E nel mezzo delle domande irrompono aforimi che, non avendo letto Aristotele, Kant o Voltaire, sono dei viaggi nel sentire umano. Dal “fare la guerra è inutile” alla domanda “cos’è l’anima?” a cui uno di loro risponde che “è la nostra parte interiore, la parte che incontra i nostri sentimenti e che ci fa fare delle cose che a volte non vogliamo fare”. Come la creazione del mondo, attribuita un po’ a Dio e un po’ al Big Bang perché “Dio potrebbe avere creato il Big Bang e il Big Bang aver creato il mondo”.
Il cuore del documentario, ovvero il casting e il montaggio, è molto curato sia per i 39 bambini “più spigliati” scelti tra oltre 350 sia per riuscire a ricreare un complesso mosaico dell’Italia di oggi, dalle classi sociali all’identità religiosa.
Ma i 113 minuti di dialogo tra la voce off del regista, sempre presente, empatica, talvolta assertiva, e i piccoli interrogati, pur avendo dei momenti di intensità autentici, si compiacciono troppo del “protagonismo” di alcuni bambini, sebbene non tutti siano simpatici allo stesso modo, curiosi allo stesso modo, spigliati allo stesso modo. Non tutti capaci di silenzi “alla De Niro (Robert)”.
Nella regia e nel montaggio, nonostante le 65 ore di materiale raccolte, la scelta di mostrare solo le camerette, importante microcosmo di vita a quell’età, limita il contatto col mondo esterno e circoscrive la dimensione del loro racconto portandoci a pensare che Walter Veltroni abbia voluto solo celebrare l’infanzia in quanto “loro sono noi perché noi siamo passati di lì”, senza però metterla in relazione col resto del mondo.
Eppure sia i bambini che le loro capacità riflettono il cambiamento della società e di ciò che li circonda, dalla scuola ai luoghi frequentati abitualmente. Infatti emergono alcuni aspetti relativi alla loro esistenza “fuori”, dalle “maestre che mi prendono per autistico” al problema di essere allontanato dai compagni.
“I bambini sanno” è un documentario che genitori e insegnanti dovrebbero vedere anche perché “ciascuno di noi può trovare nel film frammenti della propria vita”. Tuttavia Veltroni non va oltre la constatazione di aver vissuto una gioventù meno influenzata dai media e meno consapevole di sé.
Eppure le scene in esterno, dall’acciaieria dismessa di Piombino ai rottami degli scafi incagliati fino al topo del campo Rom, suggerivano che esiste un mondo che va oltre le camerette e che porta a quelle emergenze attuali che turbano non solo i bambini “che hanno vissuto solo la crisi” e che “hanno coscienza dei problemi”, ma anche la generazione dei padri e quella dei nonni.
Alla fine della proiezione il regista, rappresentante della classe dirigente politica italiana al potere da oltre un ventennio, interpellato su cosa “la politica può fare per i bambini oggi”, non ha risposto. Forse è anche per questo che, sebbene “futuro è una bella parola”, i bambini non possono che osservare il presente con timore, ma pensando ad esso con un po’ di speranza. Perché loro sanno, più di chi li ha preceduti. E sono già “In viaggio”.

Posted by admin

Leave a reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *