Ciad, Darfur, Eritrea, Mali, Sierra Leone, Somalia e Siria sono solo alcuni dei luoghi di provenienza dei naufraghi che da anni muoiono nel Mar Mediterraneo per fuggire da terre devastate dalla guerra e dal caos seguito alle Primavere arabe nel nordafrica.

Terre e luoghi perché alcuni di essi, ad esempio Siria e Libia, sono “ex Stati” dei quali non esistono più i confini statuali, prede di bande di trafficanti e criminali, “multinazionali” dei traffici umani, che oltrepassano la finzione di Mad Max, celebre trilogia cinematografica diretta negli anni Ottanta dal regista australiano Henry Miller.

Un caos nel quale due ostaggi americani valgono più di migliaia di morti e dal quale è nato un vero e proprio esodo, principalmente proveniente dalla Libia, che ha assunto dimensioni preoccupanti. Dal 2006 al 2014 sono arrivati in Italia, Grecia e Spagna, rispettivamente 324.668, 87.067 e 39.771 migranti via mare. Con le morti in mare che, secondo l’Organizzazione internazionale per l’immigrazione (Oim), sono aumentate di 10 volte rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.1

Dopo il naufragio che nell’ottobre 2013 aveva causato 366 vittime a largo di Lampedusa, il governo italiano guidato da Enrico Letta, attivava l’operazione militare e umanitaria denominata Mare Nostrum, al fine di salvaguardare la vita in mare e contrastare il traffico illegale dei migranti anche spingendosi in acque libiche. Un’operazione che fino all’agosto dello scorso anno ha contribuito a salvare oltre 100 mila persone e arrestare 728 scafisti, nonostante una certa discordanza nelle cifre sui salvataggi fornite da Viminale (100.250), Frontex (130 mila) e dall’ammiraglio Filippo Maria Foffi, comandante della marina militare italiana (150 mila).

Ritenuta troppo costosa per i conti pubblici (12 milioni di euro al mese) in vista dell’avvio di un’operazione europea, è sopravvissuta a “ranghi ridotti”, affiancando una più limitata operazione di sicurezza dei confini marittimi con le navi impegnate nella ricerca e nel soccorso di naufraghi “solo in caso di necessità” e senza spingersi oltre le 30 miglia dalle coste italiane. Condotta da Frontex, Agenzia europea con sede a Varsavia, e denominata Triton, vi partecipano 21 Paesi membri ma con un terzo del budget di Mare Nostrum (3,6 milioni di euro). Una missione che da novembre ad oggi ha salvato 24.400 persone.2

Così, in tempi di “burocrazia della cifra” invece di proporre un rifinanziamento di Mare Nostrum, operazione lodata anche Oltreoceano, o di allargarne il coinvolgimento ad altri partner europei hanno prevalso la cifra e gli egoismi nazionali. Ma il naufragio, il più grande degli ultimi due anni, di un barcone con almeno 800 persone a bordo, tra donne, uomini e bambini, avvenuto a largo delle coste libiche tra il 18 e il 19 aprile, ha generato una risposta emotiva, un “something must be done moment” direbbero gli inglesi. Un momento in cui “qualcosa deve esser fatto”.3

“La comunità internazionale agisca decisa” ha ammonito Papa Francesco appellandosi all’Ue e all’Onu per attivare una “iniziativa umanitaria” nel Mediterraneo. In linea con questo appello anche la massima autorità spirituale della chiesa anglicana, l’arcivescovo di Canterbury Justin Welby che ha parlato di un’Europa che “nel suo complesso deve alzarsi, e cercare di fare ciò che è giusto”. “Sarà impegnativo, e questo è il motivo per cui l’onere deve essere diffuso in tutto il continente, e non preso da un solo paese o da una sola zona”.4

Un tempo lungo in cui l’Europa è rimasta a guardare, contribuendo a rafforzare proposte “spot” impraticabili per le implicazioni (giuridiche e geopolitiche), quali quella del “blocco navale internazionale” invocato dalle destre, dalla Lega Nord di Matteo Salvini, da Fratelli d’Italia fino a Forza Italia, sempre più fagocitata dal neo leader leghista che lucra consenso da questa “invasione”, più psicologicamente percepita che reale nei numeri, in vista delle prossime elezioni regionali.

Un mantra propagandistico quello del “blocco navale” già utilizzato nel 1997 quando, approdate in Italia le navi albanesi, il governo di centrosinistra (Ulivo) guidato da Romano Prodi cedette alle sirene leghiste. Appena promulgate, quelle misure militari, volendo creare pericolo per la navigazione, portarono al rovesciamento di una motovedetta stracarica di donne e bambini, la Katër i Radës, speronata da una corvetta della nostra marina militare, con 81 morti e 27 dispersi. Altro tentativo di “blocco” fu poi operato tra il 2008 e il 2011 coi respingimenti adottati dal governo di Silvio Berlusconi che vedevano i migranti intercettati in alto mare, sebbene potenzialmente profughi, riportati a Tripoli e consegnati ai carcerieri di Gheddafi.5

Da tempo l’Ue viene duramente criticata anche da importanti organizzazioni internazionali sia per restare “a braccia conserte” davanti al problema (Human Right Watch) sia per la scelta di “sostituire” Mare Nostrum con Triton in quanto “destinata a fallire” perché “sbagliava gli obiettivi” (Amnesty International).

Per un’iniziativa umanitaria “straordinaria” s’è poi espresso anche il neopresidente della Repubblica Sergio Mattarella chiedendo anche un coinvolgimento di agenzie dell’Onu, come l’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNCHR) che, dal 1950 è in prima linea ad affrontare sul campo le emergenze umanitarie, e il cui presidente Antonio Manuel de Oliveira Guterres recentemente auspicavas una “Mare Nostrum europea”.6

Cosa è stato fatto? Aver triplicato i fondi dopo il forte taglio del budget per salvare vite umane appare l’unico ripensamento nella strategia europea insieme ad coinvolgimento più significativo di alcuni Paesi. Tuttavia il Consiglio europeo straordinario del 23 aprile ha messo in evidenza forti limiti dell’azione in quanto, nonostante la straordinarietà, non ha raggiunto nulla di concreto riguardo politiche migratorie e di asilo comunitarie e ha rinviato a giugno eventuali nuovi passi.

L’UNCHR ha accolto positivamente il ritorno ad un budget di missione, ripartito fra 28 Paesi, vicino a quello di Mare Nostrum come “primo passo verso un’azione collettiva”, ma il mandato di Triton non cambia (sorveglianza delle frontiere esterne dell’Ue entro 30 miglia delle coste) e resta vago riguardo la ricerca e il salvataggio, come ha sottolineato Save The Children, pur essendo “un piccolo passo indietro dal baratro morale di oggi”.

Intanto mentre la “terza guerra mondiale a pezzi” riapre il fronte dello Yemen, Paese strategico sia per il passaggio del petrolio che per la lotta al terrorismo condotta dagli Stati Uniti, con Al Qaeda che ne controlla alcuni territori a sud, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) le ultime settimane di conflitto hanno causato 944 morti, 3.487 feriti e migliaia di nuovi profughi.7

“Per il resto delle nostre vite dovremo convivere con l’emigrazione dall’Africa e dal Medio Oriente”, ha scritto Lucio Caracciolo, uno dei più autorevoli esperti di politica estera internazionale e direttore di Limes, perciò “alla fine, non potremo però sfuggire al dovere di accogliere”. Infatti “un continente di mezzo miliardo di anime può attrezzarsi per riceverne nel tempo un milione e anche più, distribuendo concordemente lo sforzo sulle spalle di ciascun paese in proporzione alle sue risorse”.

Perché per evitare di “essere inghiottiti dalla marea che si vuole respingere”, la gestione di questo fenomeno senza fare uso della forza, ma prestando soccorso e accogliendo chi soffre e ha sofferto “anche per causa delle nostre incursioni armate in terre che non ci appartengono più”, sarà “l’ultima chiamata” per ciò che resta dei valori europei.8

5 Alessandro Leogrande, “Chi vuole imporre il blocco navale causerà solo più morti” in http://www.internazionale.it/opinione/alessandro-leogrande-2/2015/04/20/naufragio-blocco-navale-migranti (consultato il 23 aprile 2015)

8 Lucio Caracciolo, “Il dovere di accogliere” in http://www.limesonline.com/rubrica/il-dovere-di-accogliere-i-migranti (consultato il 24 aprile 2015)

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