euroL’euro ha forse appena superato la sua fase più critica da quando ha sostituito le monete nazionali dei vari Paesi facenti parte della cosiddetta Eurozona. Due principali posizioni critiche sono emerse, o meglio riemerse con forza, durante questo periodo di crisi: entrambe sostengono che bisognerebbe abbandonare l’Euro e rimettere in circolazione la Lira. Ma le argomentazioni a supporto di questa soluzione alla crisi sono ben differenti nei due casi.

Per semplicità, le definisco qui una posizione politica e una economica; dico per semplicità, ben tenendo presente che la politica e l’economia sono molto legate l’una all’altra e alcuni critici uniscono valutazioni politiche ed economiche nella loro critica dell’Euro e nelle possibili soluzioni alla sua crisi. Ma questa distinzione mi aiuta qui a focalizzare il ragionamento sulla critica più squisitamente economica e a metter da parte la posizione più prettamente politica, quella portata avanti quasi esclusivamente da partiti nazionalistici, che considerano l’Unione Europea un sovranazionalismo burocratico al quale gli Stati membri hanno affidato poteri importanti, come per esempio la politica monetaria. Non è tanto la crisi finanziaria ed economica che spinge la posizione politica a suggerire l’uscita dall’Euro quanto un “precedente”, originario antieuropeismo che ha riacquistato un po’ di forza a causa della crisi recente. Nessuna apprezzabile giustificazione economica viene portata sul tavolo della discussione da questo tipo di critica: il ragionamento fatto da tali critici è basato quasi esclusivamente sulla sovranità nazionale: per intenderci, pensate un po’ alla posizione della Lega, ma anche alle considerazioni frammentarie fatte da Beppe Grillo in Italia, ma anche il Fronte National in Francia e il Ukip nel Regno Unito.

La posizione che definisco più prettamente economica, invece, sostiene che bisognerebbe fare un passo indietro, che la perdita della politica monetaria rappresenta un costo troppo alto in una situazione di così palese diversità nelle economie facenti parti la zona monetaria europea, sopratutto in assenza di una comune politica fiscale e di bilancio. Tornerò su queste argomentazioni, ed anche se la mia posizione è contraria, spero di fare giustizia alla loro validità economica; per farlo però, ritengo opportuno partire da alcuni concetti base, anche perché penso aiutino non tanto il lettore non esperto di economia quanto me stesso a presentare le mie argomentazioni il più chiaramente possibile.

Quando un Paese abbandona la sua moneta per far parte di una zona monetaria comune ad altri Paesi, come quella dell’Euro, perde una leva economica importante per affrontare possibili shocks all’economia: non avendo più la moneta nazionale, il Paese non può più per esempio svalutare la sua moneta rispetto alle altre, per rendere i suoi prodotti più competitivi rispetto a quelli degli altri Paesi. Non può nemmeno ridurre i tassi di interesse per incentivare gli investimenti per esempio, poiché il tasso di interesse diventa unico alla zona monetaria europea ed è stabilito dalla Banca Centrale Europea sulla base delle condizioni economiche non del singolo Paese ma dell’intera zona monetaria. Un esempio meno teorico, anche se molto semplicistico: si supponga che le autovetture Fiat non piacciano più tanto mentre quelle Volkswagen invece sì. Questo è un cosiddetto shock asimmetrico, nel senso che colpisce l’Italia e la Germania in modo differente: riduzione della crescita e aumento della disoccupazione in Italia (meno auto Fiat prodotti e lavoratori Fiat disoccupati) e aumento della crescita ed dell’occupazione in Germania. Che soluzioni ci sono a questo shock economico? L’Italia, se avesse la propria moneta, potrebbe svalutare rispetto al Marco tedesco e rendere le macchine Fiat un po’ più competitive nel mercato automobilistico. Le vendite aumenterebbero e con queste l’occupazione. Tuttavia, quando si fa parte di una unione monetaria, questo è ovviamente impossibile: la Lira e il marco non esistono, e quindi la svalutazione del cambio tra le due monete non esiste più. Inoltre, la Banca Centrale non può abbassare il tasso di interesse comune a tutti i Paesi membri: se lo facesse, questo agevolerebbe l’Italia ma creerebbe più crescita del dovuto in Germania e quindi inflazione – l’opposizione tedesca alla politica espansiva di Draghi si può capire anche da questo concetto semplice.

Logicamente, si sapeva benissimo che la politica monetaria diventava molto meno potente quando ci si impegnò a stabilire l’unione monetaria europea. Tre principali soluzioni sono disponibili in teoria. La prima è il movimento di persone tra i Paesi dell’unione monetaria: continuando con l’esempio automobilisitico, quando la disoccupazione cresce in Italia, i lavoratori della Fiat si spostano in Germania a lavorare per la Volkswagen dove c’è richiesta di lavoratori. Questo è uno dei motivi principali perché l’Ue è così chiaramente favorevole al libero movimento delle persone tra i suoi Paesi membri. In pratica però, le persone non si spostano tanto facilmente tra vari Paesi anche quando colpiti da periodi di disoccupazione non marginale. Quindi, anche se disponibile in teoria, e implementata a livello legislativo dall’Ue, questa soluzione non può risolvere da sola la crisi recente per vari motivi pratici, economici, culturali. La seconda soluzione è quella di rendere le economie dei vari Paesi sempre più simili, così che gli shocks economici, quando avvengono, non hanno effetti asimmetrici ma colpiscono, continuando con l’esempio, la Germania e l’Italia in modo simile. In questo caso quindi, la politica monetaria comune riacquista efficacia: se lo shock negativo colpisce in modo simile l’Italia e la Germania, la Banca Centrale può abbassare il tasso di interesse – comune ad entrambi.

Tuttavia, quanto simili sono le economie dei Paesi membri dell’Unione monetaria Europea? L’evidenza empirica ci mostra che i Paesi sono alquanto diversi economicamente e, sicuramente, questa diversità è aumentata con l’allargamento a Est. La terza soluzione è la politica fiscale comune: se ci fosse un bilancio comune, questo opererebbe automaticamente nel trasferire fondi dalle zone in crescita alle zone colpite negativamente, cosi come avviene già a livello nazionale per esempio, tra zone più avanzate e zone più povere dei Paesi. La debolezza di queste soluzioni rappresenta molto delle motivazione economiche che spingono i critici dell’Euro, allora come adesso, a suggerire un passo indietro: l’eurozona non è una zone monetaria ideale.

Tuttavia, non penso che questi elementi siano sufficienti a giustificare la posizione critica dell’Euro. Ci sono state altre crisi economiche, che hanno colpito i Paesi dell’Euro differentemente prima di quest’ultima iniziata con la crisi finanziaria della fine del 2007. Quello che invece distingue quest’ultima crisi, e che enfatizza la debolezza dell’unione monetaria e dell’euro, non è tanto a mio avviso un fallimento di politica monetaria quanto della politica fiscale adottata dai governi nazionali, sopratutto dal 2010, in risposta alla crescita dei debiti sovrani determinati dall’intervento del 2008 e 2009 per affrontare la crisi finanziaria e dalla consequente caduta delle entrate. L’austerità quindi! A dispetto di alcune voci contrarie, l’impatto delle politiche di austerità sulla crescita economica nella zona Euro (ma anche nel Regno Unito per esempio), e quindi sulla capacita di ripagare (o rifinanziare) i debiti sovrani, è stata fallimentare. Paradossalmente, è stata la ritardata politica monetaria della Bce sotto la guida di Mario Draghi che sta aiutando l’Eurozona a superare la crisi, a dispetto delle politiche fiscali nazionali – tuttavia queste dettate in modo non limitato dai parametri europei e dall’appoggio iniziale, diretto ed indiretto, di altri organismi internazionali.

Per concludere, ci siamo trovati nella situazione critica perché c’è stato uno shock e questo è stato amplificato da politiche di austerity. È vero che shocks assimmetrici ci saranno sempre, però se ci si rende conto che questi si possono affrontare diversamente dal modo in cui si sono affrontate dal 2010 in poi, e se si aggiunge il ruolo di “lender of last resort” della Bce (quando necessario), si esce fuori dalla crisi e si può continuare verso l’integrazione delle economie e dei Paesi , così che diventino più simili. Su questo ultimo aspetto bisogna essere molto più pazienti e avere una visione lunga (e se volessi essere malizioso direi che questa è una cosa che molti macroeconomisti un po’ tendono a non avere). Quindi, anche se riconosco i limiti dell’euro e della struttura dell’eurozona, in particolare quando avvengono shocks asimmetrici, penso proprio che non valga la pena rinunciarci. Mi sembrano che abbiamo a disposizione strumenti, politiche ed approcci economici che ci permettano di affrontare anche le più severe crisi economiche. Insomma, molto Keynes a breve termine, per affrontare situazioni di crisi – che invece abbiamo accentuato – e più microeconomia nel lungo termine per far convergere i Paesi. Retrocedere in quello che è probabilmente il progetto di integrazione più importante e bello dell’ultimo secolo sarebbe, a mio avviso, inappropriato.

Posted by admin

Leave a reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *