Dite Drim e Oristano fa cultura
Un vero caffè letterario mediterraneo col genio di Driss e Michele

drissScandire un acronimo per entrare in un sogno. Può capitare se ci si ferma al n. 316 della via Cagliari di Oristano, proprio là dove un tempo la porta a mari divideva l’antica città dagli stagni che la circondavano. Ora, tra il via vai delle macchine e di troppi passanti distratti, varcare la soglia del caffè letterario che trae il suo nome dalle sillabe iniziali di Dri (ss Ousguanou) e M(ichele Mereu) significa un po’ saltare dentro lo specchio. In un intrigante mix di Sardegna e Marocco, di Francia e di Spagna, un meticciato di colori e profumi e una raffinata mescolanza di stili che si concretizza in bellezza da respirare. Mentre l’allegria del recupero creativo, il calore del vintage con la sua sottile vena malinconica, la straripante abbondanza dell’esotico accolgono in un abbraccio caldo e indimenticabile. Un’atmosfera ricca di fascino che entra nell’anima e un po’ ci scava dentro. Per una sorta di insondabile complementarietà tra arte e accoglienza. Sul muro, a caratteri sottili ed eleganti, una scritta tratta da “il piccolo principe” di Antoine de Saint-Exupery : “L’essentiel n’est pas visibile aux yeux” . È l’indicazione visiva del dialogo che si stabilisce tra il locale e i suoi frequentatori. Perché anche gli oggetti raccontano storie e incontri, reinventano spazi e innestano processi sensoriali. Con mille svariati dettagli. Minimi come certe tazzine o scatole di latta, inusuali come i morbidi plaids appoggiati con noncuranza sulle spalliere delle sedie, originali come i manichini con gli abiti prestati dal laboratorio di Carlo Petromilli o dalla bottega artigiana Mae, di Franca Lilliu. E poi libri, tanti libri sparsi qua e là. Sui tavoli, fatti su misura leggermente più grandi della norma e quindi più comodi, su scaffali allegramente reinventati con materiali da riciclo, sui box appesi al muro, sui mobili raccolti in scorribande continue per mercatini e rigattieri. Libri come occasione di incontro e di confronto, di dialogo o di piccola evasione, di sogni o di tuffi nella realtà. Un coloratissimo puzzle che estrae dal tappeto disegni sempre diversi. In connessione intima e profonda con i suoi ideatori, guidati da una passione straordinaria, equilibristi sempre in bilico tra le esigenze profonde di una prorompente creatività e i rischi delle imperanti esigenze commerciali. Per risultati assolutamente straordinari. L’orario può essere flessibile e assecondare, nell’offrire una pausa pranzo o la cena, le esigenze della vita cittadina, ma garantisce la possibilità di una colazione e una merenda piene di coccole golose, frutto della cucina di Driss, etnica e internazionale, in un misto di leggerezza  e sapore,  equilibrio e audacia. Il bar è affidato invece a Michele,  alla sua accoglienza fatta di attenzione e delicatezza.

Stessa passione in entrambi, stessa percezione del mondo, stesso entusiasmo e stessa creatività, declinate naturalmente in modo diverso. Il fuoco bruciante di Driss e l’ironia leggera e un po’ sorniona di Michele cementano un’attività nata da una grande amicizia. È Michele a raccontarla: “Ci siamo incontrati qui a Oristano, dove Driss, nato a Mekness, in Marocco, è arrivato nel 2006. Laureato all’Accademia della tecnologia cinematografica de Il Cairo, era stato selezionato tra i 10 migliori studenti per uno stage presso gli studi di Telenova in base a un protocollo di scambio tra Italia e Marocco. È stato lui a convincermi a partire per un’esperienza all’estero, una sorta di Erasmus un po’ in ritardo. Lui invece aveva in programma un master sugli effetti visivi.”  Destinazione Madrid, per un anno, il 2010, passato a sognare di portar via l’atmosfera incantata del quartiere di Malasana o quella di Malapies, dove vivono, in un amalgama perfetto, persone di 380 nazionalità. Gli occhi di Driss si accendono, la voce cambia tono mentre aggiunge: ” Vie fatte di piccoli locali colorati dove non ci si ferma ad una sola attività. Perché se vai dalla sarta puoi aspettare che finisca il suo lavoro sorseggiando succhi di frutta e gustando le sue verdure, se entri in un caffè puoi fermarti a realizzare e cuocere ceramiche da portar via o lasciare lì. E intanto le idee circolano, si mettono in discussione, si mescolano le carte in un caleidoscopio di colori, sensazioni, design. Le diverse culture si mettono a confronto, nasce la sintesi, si crea integrazione.  La si respira con i profumi, la si vede nei colori. Era tutto questo che volevamo trasportare qui…”.   Viene dal Marocco Driss, e ricorda la sua bella città imperiale, Mekness, le domeniche trascorse da ragazzino a scambiare con i suoi coetanei libri e storie, quelle stesse che mentre leggeva gli si snodavano davanti nelle loro scenografie guidandolo nella costruzione di un progetto di vita: diventare regista. Progetto per ora solo accantonato o vissuto attraverso piccole collaborazioni con enti locali, come ad esempio i lavori svolti per il Consorzio Uno.

Fa parte del team, con la sua preziosa collaborazione  per la ricerca, l’organizzazione e la presentazione degli eventi, anche Santina Raschiotti, che precisa: “ Conosco Michele da quando, 15 anni fa, giravo per Videolina la trasmissione Quattro passi, in cui lui era aiuto cameraman. Poi ho incontrato Driss al suo arrivo in Sardegna. Ho seguito tutte le fasi del processo di ideazione ed apertura, ma non faccio parte della società, la nostra è solo una grande amicizia rafforzata dagli stessi intenti e interessi culturali. Soffro e gioisco con loro, mi diverto, mi guardo intorno e contribuisco a dare una mano”. Un aiuto importante, indispensabile, come quello di Mattia, fratello di Michele, che cura di volta in volta gli allestimenti scenici e le vetrine.  Perché  le idee sono  tante, ma la loro realizzazione non sempre facile.

“Poco il tempo per noi”, commenta Michele che,  studioso di biologia marina, abbandonati gli animali dopo 2 anni trascorsi in un laboratorio di ittiopatologia ironizza sul suo sogno di poter nuotare con i delfini. ” Alla fine anche i ritagli di tempo libero li trascorriamo qui. La vita privata è scomparsa, ma cerchiamo almeno di esprimere quello che abbiamo dentro. Coltiviamo la nostra curiosità per accendere quella degli altri. Rileggiamo le opere d’arte  e ci giochiamo cercando di riutilizzarne immagini e convenzioni, cogliendone gli aspetti più originali per ricavarne, ad esempio, cene a tema che stimolino la riflessione. Attraverso realizzazioni che includono l’intero contesto ambientale.”

 E così ci si può trovare una sera, a cena,  immersi nella struggente atmosfera del Titanic o tra i veleni della nostrana famiglia descritta da Monicelli in “Parenti serpenti”, a gustare gli stessi cibi e a scatenare dibattiti partendo dall’analisi di un semplice frame. La scommessa più grande è, come afferma Michele, “tenere insieme il nostro estro creativo, le nostre esigenze, comprese quelle commerciali, con  quelle di difesa e diffusione della cultura. Che deve essere attrattiva. Non uno sfoggio, un decoro, ma un’occasione di crescita. Per vivere e capire il mondo. Abbiamo voluto uno spazio diverso dove l’arte si faccia strumento di espressione delle idee, allargando le possibilità al cinema, alla letteratura, ai dibattiti, creando una rete che ci permetta la circolazione di ciò che è vivo. Anche attraverso il fotografo che presta i suoi scatti  e i suoi attimi di vita da appendere qualche giorno alle pareti. Per combattere la musealizzazione inerte”.

 Memoria e futuro si intersecano in quello spazio rimodellato costantemente per messe in scena sempre diverse, luogo di transito e di incontro, aperto alle famiglie e alle scuole, dove quotidianamente si creano e ci consumano eventi. Si respira bellezza, e si spazia dal cineforum ai monologhi teatrali, alla lettura di tragedie greche, ai segreti della genomica per gli aperitivi con delitto.  Si passa dalla storia all’archeologia, ai problemi più scottanti dell’attualità. Tra presentazioni, dibattiti, dialoghi, incontri, reading, giochi, conversazioni per imparare l’inglese ma anche semplicemente per rilassarsi con il tricot. E poi danza., musica, tradizioni popolari, medicina, psicologia e diritti umani, filosofia, yoga, sessualità, curiosità e stranezze del vivere quotidiano.

Non è stato facile decollare, né lo è ancora. E non si tratta solo di sogni interrotti. Si tratta anche di arrabattarsi tra le mille difficoltà di una giungla burocratica, tra le insidie di un meccanismo tutto italiano generato da un sistema inerte nei confronti delle proprie risorse. Da comportamenti pubblici e privati capaci solo di arretrare di fronte al nuovo. O di chiudere gli occhi. “Vorremmo fare qualcosa per impedire alla città di morire, afferma Driss. “La prima cosa che mi ha colpito qui è stato il non vedere mai ragazzi con un libro in mano. Solo auricolari alle orecchie, consumo del superfluo. Sembra che si vaghi in un deserto”. “Manca lo scambio”, aggiunge Michele. Entrambi lamentano l’assenza totale delle istituzioni. “La rete funziona, dicono, ma la città non riesce a orientare verso il consumo della cultura, non la vede come indotto fondamentale per la crescita”. Raccontano di non aver potuto visitare siti archeologici per via di orari impossibili, di essere stati quasi inutilmente alla Pro loco a chiedere depliant capaci di interessare e indirizzare i cittadini in occasione della manifestazione ”Monumenti aperti”.  “Volevamo distribuirli, metterli sui tavoli, ma non è stato assolutamente possibile averne più di 15”, commentano amareggiati. La voglia di mollare arriva più o meno a giorni alterni. Ma non la ascoltano. Abituati a combattere le battaglie individuali nella ricerca incessante della libertà e dell’indipendenza interiore, affilano le armi per quella collettiva. “E’ stata dura sin dall’inizio”,  confessa Michele. “Abbiamo impiegato un anno per mettere a punto il progetto. L’intero periodo trascorso a Madrid è documentato da una specie di quaderno di bordo dove annotavamo idee e progetti, intuizioni e constatazioni. Appunti, post-it , bigliettini volanti. Un sogno che assumeva il volto dell’ossessione. E che nella sua realizzazione è necessariamente venuto a patti con la realtà di un luogo abituato a sonnecchiare. “Un’impresa anche trovare il locale”, ricorda, ” ci consideravano pischelli e non ci davano fiducia. Eppure la Regione Sarda aveva subito accolto il  progetto, considerato il primo per creatività giovanile nel 2011”.

 E il 16 gennaio 2013, finalmente, l’apertura. Ricordano le emozioni, le lacrime dei genitori che sino alla fine non avevano capito bene il progetto e non riuscivano neppure a entrare nel locale, e che oggi si dicono orgogliosi di quanto i loro figli sono stati capaci di realizzare da soli. Ma non parlano di se stessi i due ragazzi,  bensì della città, dei bisogni soffocati di pochi, della distrazione e dell’indifferenza di troppi.”Difficile trasferire l’idea del Caffè letterario”,confessano”, “molti clienti si spaventano di fronte ai libri, vanno via appena iniziano gli eventi. Paradossalmente sono gli anziani a rispondere meglio. Anche se la fascia più presente è quella giovane. Ma si acquista forza nel confronto duro con la realtà”.

 Il sogno nel cassetto di Driss è quello di partecipare fattivamente all’amministrazione della città. Nel suo grande immaginario, coltivato da continue piccole “fughe” all’estero, ha compreso il gioco, la forza delle produzioni locali, l’importanza della cultura.”Ho scritto una lettera al Ministro del lavoro”, svela con aria divertita. “Contiene una proposta pazza per una risposta o un incontro”. Ma non dice di più. “Andare avanti è un’impresa quotidiana, a livello burocratico e sociale,” conferma Michele, “sono troppi i blocchi derivanti dall’isolamento. Ma noi continuiamo, cerchiamo di proporre alternative possibili. E credibili. Anche le delusioni sono utili. Ti ancorano alla realtà. Solo quest’anno siamo riusciti a ricavarci finalmente uno stipendio per noi, questo mese per la prima volta. Ma vogliamo investire, crescere. Insieme alla città. Per fortuna c’è uno zoccolo duro di clienti che ci segue, ci incoraggia con critiche costruttive.  Conserviamo ancora una cartolina,  quasi un reperto archeologico”, sorride, “di una turista che ci ha scritto per ringraziarci dell’ospitalità, definendoci il luogo più bello che avesse incontrato in Sardegna”.  “La cosa più grande che ci è capitata,” aggiunge Driss, “è stato vedere formarsi nel nostro locale delle coppie, e poi  seguirle nella loro crescita, nei loro progetti di vita. Ben quattro bambini sono venuti al mondo da storie nate con noi.”.

Certo, è bellissimo, e viene da pensare che come in ogni impresa ciò che conta non è la meta, ma il viaggio. Perché Itaca è il viaggio. Lo diceva Kavafis. Ma Driss e Michele sembrano confermarlo.

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