Lezione con i detenuti e gli alunni dell’Alessandro Volta di Nuoro

badusArrivo alle 8.00 a scuola, gli alunni sono già tutti all’ingresso. È la prima volta che a quell’ora – sì, con gli 00 precisi – vedo tanti alunni insieme, puntuali come un orologio svizzero. Il fatto è che quella non è una mattina di scuola come le altre, infatti, è in programma una visita alla casa circondariale di “Badu ‘e Carros” di Nuoro. La visita fa parte di un progetto educativo che vede coinvolta, tra le altre, anche la nostra scuola, l’Istituto “Alessandro Volta “ di Nuoro e che ha come finalità quella di sensibilizzare i nostri alunni sulla dimensione carceraria e sulle dinamiche che s’innescano all’interno di quella difficile realtà. Osservo i volti degli alunni e mi colpisce subito il loro atteggiamento stranamente “serioso”, certo le battutine di spirito ci sono, ci sono le risate e i soliti sfottò, però avverto una certa tensione che attraversa un po’ tutti gli alunni e rende i loro volti meno rilassati del solito.

L’autobus della scuola ci lascia all’inizio del lungo vialone alberato che porta al carcere, qualche alunno sottolinea lo strano contrasto tra il verde che ci circonda e l’inquietante struttura che si staglia alla fine del viale. Rimaniamo tutti colpiti dall’enorme cancello di ferro che segna il confine tra il mondo libero e quello detentivo, è un cancello massiccio e imponente che sembra voler intimidire immediatamente chiunque si appresti a varcare quella soglia. Questa sensazione ostile però si mitiga quasi subito, infatti, ci accoglie un ispettore della polizia penitenziaria che comprendendo l’imbarazzo e la sottile preoccupazione degli alunni (ma non solo) cerca di sdrammatizzare con qualche battuta ironica e cominciando ad illustrarci come si svolgerà la visita all’interno del carcere.

Ovviamente all’ingresso dobbiamo lasciare borse e zaini e qualsiasi oggetto che possa in qualche modo mettere a repentaglio la nostra e l’altrui sicurezza. Attraversiamo i varchi di sicurezza attrezzati con un primo metal detector, superato il primo varco, un agente della polizia penitenziaria ci controlla individualmente con un altro metal detector, questa volta manuale, osservo che il sottoporsi a questa forma di controllo aumenta la tensione dei ragazzi che, in alcuni casi non riescono a nascondere l’emozione, i loro volti diventano paonazzi e non hanno più tanta voglia di scherzare. Superiamo un secondo cancello, ecco ora siamo proprio dentro, anche la nostra libertà, seppur per qualche ora è sospesa e questa non è per niente una sensazione piacevole. Varcato il secondo cancello però ci attende una sorpresa che allenta un po’ la sensazione claustrofobica che, inevitabilmente, ci attanaglia un po’ tutti, infatti, ci ritroviamo in una sala circolare le cui pareti sono tinteggiate con dei murales dai colori molto caldi che per qualche istante ci fanno dimenticare dove siamo.

Ci rendiamo subito conto che, effettivamente, così come ci era stato raccontato da chi ci aveva preceduto, siamo in un carcere “diverso”, in un luogo che nonostante l’inevitabile sofferenza e tristezza che contiene, è dotato di un personale altamente specializzato che presta un’ammirevole attenzione all’aspetto del recupero sociale di quegli individui che hanno sì commesso gravi errori, ma che, potenzialmente, possono sperare, in quel luogo, di avere anche l’opportunità di potersi in qualche modo redimere e ricominciare a costruirsi una vita. Sapevamo che avremmo incontrato dei detenuti e che avremmo parlato con loro, ma pensavamo che si trattasse di detenuti comuni, di persone che avevano commesso dei reati non molto gravi. Invece di fronte a noi, si presentano persone che stanno scontando pene molto severe tra i quali anche un ergastolano. I suoi occhi esprimono una profonda tristezza, ma nonostante il suo evidente imbarazzo e l’angoscia che probabilmente non lo abbandona mai, vuole dare il suo contributo, vuole cercare di dare qualche “consiglio” utile a quei giovani che hanno un’età molto vicina a quella che aveva lui quando ha commesso quel maledetto reato che gli ha causato la perdita della libertà. Comincia a parlare con molta difficoltà, l’emozione è evidente, interviene in suo aiuto Carla Ciavarella, la direttrice del carcere che da tempo è impegnata, insieme ai suoi collaboratori, in questo fondamentale lavoro di recupero, poggia una mano sulla spalla di quell’uomo schiacciato dai sensi di colpa. A questo punto l’uomo comincia a parlare, si rivolge ai nostri alunni guardandoli diritto negli occhi, le sue parole pesano come macigni perchè sono l’espressione di una dura realtà, non la querula voce di un conduttore televisivo che specula sulle tragedie della povera gente.

Quell’uomo entrato giovane in carcere e che ha probabilmente superato i cinquant’anni, pronuncia delle parole che vanno diritte al cuore dei nostri alunni, me ne accorgo osservando i loro sguardi, l’espressione cupa che assumono quei visi fino a qualche ora prima apparentemente (ma solo apparentemente) allegri e rilassati. Le parole di quel detenuto sono molto semplici, esprime concetti che in un altro contesto sembrerebbero banali, ma che in questo assumono una profonda saggezza: “non accettate provocazioni, anche se vi sfidano, fate finta di niente, girate la testa da un’altra parte e quando andate a qualche “spuntino” bevete poco, anzi non bevete per niente, basta poco, basta veramente poco per rovinare se stessi e tutti quelli che ci circondano”. Poi abbassa lo sguardo e con grande dignità cerca di nascondere il suo dolore.

Per qualche istante rimaniamo tutti in silenzio, alunni, insegnanti, poliziotti, educatori del carcere, poi da quel silenzio si sente la voce comprensiva del cappellano del carcere che rivolgendosi agli alunni, ma non solo, dice: “per vivere meglio dobbiamo imparare a dire tre cose fondamentali, scusa, grazie, per favore”. A questo punto, ne sono sicuro, il messaggio è passato e si è incardinato nell’anima di quei ragazzi, forse qualcuno di loro sbaglierà lo stesso, ma a tutti avremo dato qualche strumento in più per evitare “la strada cattiva”. Quando rientro a casa sono piuttosto soddisfatto di essere un insegnante, di lavorare nel mondo della scuola, di aver conosciuto dei colleghi “statali” in gamba e preparati che operano nel difficile mondo di “Badu ‘e Carros”. Subito dopo, inevitabilmente, mi torna in mente lo scellerato progetto della Buona Scuola di Matteo Renzi e Davide Faraone e mi convinco, ancora di più, che la buona scuola noi la pratichiamo già.

 

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