Si inginocchiano, con i volti che toccano all’unisono il terreno, mentre risuona un canto mistico e un po’ misterioso. E poi restano lì, con gli occhi chiusi, in preghiera. In una strada, tra le auto parcheggiate: una presenza ormai. abituale per i residenti di via del Collegio, nel quartiere Marina, ogni venerdì pomeriggio. È l’Islam che non fa rumore, mentre in varie parti del mondo c’è chi parla di guerra all’occidente, o di guerra al terrorismo. Ma il problema maggiore qui per le persone di fede musulmana è spesso ancora la mancanza di un luogo di preghiera, nonostante la libertà di culto sia garantita dalla Costituzione. Anche se le cose stanno lentamente cambiando nel capoluogo cagliaritano. È recente la notizia che dopo un utilizzo rinnovato di anno in anno la Provincia di Cagliari ha finalmente concesso in permanenza lo spazio polifunzionale all’interno del parco di Monteclaro, attraverso un affitto con canone agevolato: “è una scelta che abbiamo preso volentieri”, dichiara il commissario della Provincia Franco Sardi, “dato che finora si sono sempre comportati bene, e la gestione del parco è di nostra competenza”.

Questa scelta non ha mancato di suscitare qualche polemica. Tuttavia basta farci un giro per capire che questo posto è in realtà ben lontano da essere la prima vera moschea di Cagliari. È sempre venerdì pomeriggio, ora della preghiera: l’equivalente della “messa” cristiana, e sul posto incominciano ad arrivare i fedeli. Sono una presenza discreta e silenziosa, tra anziani che passeggiano e famiglie con bambini che giocano vicinissimo a loro. Lo spazio in cui trovano posto è un grande salone, che in breve si riempie: “siamo contenti di star qua, e vengono in tanti: almeno è una valvola di sfogo dal traffico in via del Collegio”, spiega Hassan Laudini, “ qui però stiamo in cento persone al massimo”. “Siamo davvero grati alla Provincia per il suo aiuto, ma purtroppo gli spazi rimangono un problema”, a parlare è Omar Zaher, consigliere comunale a Selargius e rappresentante dei musulmani della Provincia di Cagliari.“Secondo dati in possesso della Provincia in Sardegna sono presenti circa 33.000 musulmani, 5.000 nella Provincia di Cagliari, e 3.000 nella città di Cagliari”, spiega, “impossibile trovare tutti posto nell’area di Monteclaro”. Senza contare che in molti risiedono nella Marina, senza la possibilità di spostarsi; così la scelta è via del Collegio. Qui Triki Mehrez esercita ormai da tempo il ruolo da Imam: capelli grigi, si aggira tra i fedeli come un parroco, saluta e parla con loro mentre raccoglie le offerte, appena conclusa la cerimonia. “Questi pochi soldi ci daranno una mano per pagare l’affitto”, spiega prima di iniziare a raccontare: “ci siamo trasferiti qui negli anni 80. Allora la comunità era piccola, composta da appena una trentina di persone; col tempo siamo cresciuti e ora qua ogni venerdì siamo oltre 900”. Ovviamente chi non arriva primo rimane fuori: “al caldo d’estate e al freddo d’inverno, col rischio di ammalarsi: una situazione inaccettabile”, afferma con forza Zaher. Le soluzioni possibili sono rappresentate dall’acquisto di un terreno edificabile, o di una struttura già esistente: “andrebbe bene qualunque posto abbastanza grande vicino alla Marina, magari in viale la Playa”, continua Mehrez, “abbiamo già fatto qualche tentativo: all’inizio gli affittuari sono interessati, ma appena sentono che è per una moschea si tirano subito indietro”.

moskPurtroppo paura e razzismo si fanno ancora sentire. “L’immigrato in genere è sempre malvisto, a causa di una guerra tra poveri. Eppure abbiamo una comunità tranquilla e rispettosa. C’è qualche elemento che ignora le leggi ma non siamo tutti uguali”, garantisce Zaher, che in passato si è anche occupato di fare da mediatore quando alcuni immigrati che vendevano la loro mercanzia si sono comportati in modo aggressivo con chi non voleva comprare. “Se qualcuno è disonesto non lo vogliamo tra di noi”. E la sua è una storia d’integrazione: “sono in Italia da oltre vent’anni, e ho sposato una donna di qui, che è cattolica non praticante; mia figlia piccola invece l’altro giorno ha detto che vuole essere musulmana come papà”, ricorda sorridendo, “ma io lascio ognuno libero”. Mehrez gli fa eco: “io non sono un dio per far rendere conto agli altri della loro fede o per giudicarli”; per l’Imam di Cagliari l’Islam è una vera religione di pace: “Maometto voleva solo la pace, come Gesù”. E l’unico momento in cui perde la calma è quando si parla di terrorismo: “L’Isis è fuorilegge e chi ne fa parte non è musulmano. Solo nel caso in cui devi difenderti, puoi combattere”. E se dovesse sentire strani discorsi tra i suoi fedeli? “Denuncerei tutto alle forze dell’ordine”. E non regge neppure l’argomentazione che in altri Paesi di fede islamica, quella cristiana non è ben vista: “a Tunisi, la mia città, c’è una cattedrale più grande della moschea”, ricorda Triki.

Il più ecumenico di tutti è don Marco Lai, da anni suo vicino di casa dato che la parrocchia di sant’Eulalia è lì a due passi: “le religioni sono tutte buone, e spesso vengono strumentalizzate, per interessi nascosti di potere e denaro ”, riassume convinto e aggiunge “noi come chiesa abbiamo comunque il dovere di accogliere ed aiutare anche i nostri fratelli che vengono da lontano.” La Caritas ha anche provato a trovare una casa alla comunità musulmana, ma per ora senza grandi risultati: “ci hanno proposto uno spazio molto grande”, ricorda Triki, “ma era ad Elmas….”.

Resta un dubbio: ma se la Costituzione lo garantisce, qual è il percorso da fare per aprire una moschea? E di quali diritti gode un edificio di culto? Rispondere richiede di perdersi in una piccola giungla di norme dove non sempre tutto è definito. “I permessi ricadono sotto la competenza della divisione affari di culto della Prefettura, che provvede al riconoscimento legale di una chiesa”, spiega Giuseppe Giardina, capo gabinetto della Questura di Cagliari. Quanto a chi teme il pericolo terrorismo Giardina liquida subito la questione: “sono paure da social. Pensate a quei presunti terroristi arrestati ad Olbia: non avevano la Moschea, eppure progettavano lo stesso atti terroristici; e sono stati fermati. Anzi, avere uno spazio preciso consente di praticare il culto in modo più aperto e legale. Le forze dell’ordine sono comunque sempre all’erta”. Ottenere un permesso non è difficile, se si hanno documenti in regola e un edificio a norma. Ma non finisce qui: sarebbe infatti possibile ottenere contributi anche per costruire un edificio di culto o per svolgere lavori al suo interno: in questo caso basta rivolgersi alla Regione. Ma se volete costruire una moschea, un tempio buddista, una chiesa evangelica, non contate sull’aiuto di fondi pubblici. Perché solo le chiese cattoliche sono ammesse a ricevere questo tipo di contributi.

La situazione è ferma al febbraio 1961, quando in una legge regionale “edificio di culto” erano definiti “le chiese cattedrali, parrocchiali, vicariali, succursali, coadiutorie, i santuari”. E stop. Da allora molte cose sono cambiate, e anche la Sardegna è diventata un luogo molto più multiculturale. Non sarebbe ora di cambiare un po’ le leggi? “Purtroppo ci troviamo in una situazione di vuoto normativo”, spiega una nostra fonte alla Regione. Nell’ultimo anno in ogni caso per lavori riguardanti edifici di culto (in gran parte restauri) è stato stanziato circa un milione di euro. Usando una metafora biblica, non è tempo di vacche grasse. Per pagare l’affitto invece si può chiedere una mano al Comune, che però non ha obblighi: “facciamo tutto di tasca nostra”, dichiara Triki. La moschea di Monteclaro ha invece ottenuto un affitto agevolato dalla Provincia, ma solo perché quell’area è di sua competenza: “tutte le altre spese come acqua e luce invece li paghiamo noi”, elenca Zaher, “e abbiamo pagato anche i danni quando un vandalo ci ha rotto un vetro”.

C’è un’ultima novità, che potrebbe cambiare le cose. Una sentenza del Tar della Lombardia lo scorso anno ha bocciato il Piano generale del territorio del Comune di Brescia. Motivo? Nel piano non erano previsti luoghi di culto per cittadini non cattolici. Una scelta non sorprendente, dato che il sindaco, il pidiellino Adriano Paroli, non aveva fatto mai mistero di non vedere di buon occhio moschee sul territorio. Da qui il ricorso dell’associazione “Muhammadiah”, e la decisione del Tribunale Amministrativo. La sentenza crea un precedente importante, anche se il Comune ha fatto ricorso e la situazione è ancora in evoluzione.

Ma come la pensa invece il sindaco di Cagliari? “Nel caso arrivassero richieste di varianti urbanistiche saremmo pronti a discuterne in Consiglio comunale”, dichiara Massimo Zedda, ai microfoni di Sardi News, “già in passato ci erano stati dei tentativi, ma i rappresentanti delle varie comunità non avevano trovato accordi per le aree”. Per vedere una vera moschea in Sardegna però un modo c’è. Basta andare a Flumini, per la precisione in località di Capitana. Qui da anni la comunità si raduna in una villa, nota anche come “la Touba”. “L’abbiamo comprata a rate, siamo qua dal 94”, ricorda con un po’ di nostalgia l’Imam locale Moduk Mamouc. Lui da quando è in Italia ha scoperto che l’arte di arrangiarsi è la più utile anche qui: “se aspetti che si muovano i governi non combini nulla. Noi ci abbiamo messo anni per comprare la casa e per avere i permessi. Ma ora siamo qua”, conclude soddisfatto, non senza esortare i suoi fratelli “fare lo stesso” La villa è identica a tante altre del litorale: può contare su 150 mq, compreso un salone per le cerimonie. Tutto a disposizione della comunità: “non è una casa e nessuno abita qua”, spiega Mamouk, “svolgiamo anche varie attività, come raccolte di vestiti per i fratelli bisognosi. Anche la carità è un dovere”. Intanto nell’aria risuona di nuovo la chiamata del muezzin. I fedeli si radunano, e la preghiera può iniziare ancora.

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