matteo-renziCome succederà prima o poi al nostro universo, anche la politica italiana sembra sul punto d’essere inghiottita da un enorme buco nero, tanto che è difficile preconizzarne il destino. Scompaiono i partiti, innanzitutto, per lo meno nella loro versione novecentesca di formazioni organizzate, compatte e unitarie, riflessi di blocchi sociali determinati e circoscrivibili. Spariscono la destra (almeno nella versione conosciuta dopo il 1994, sotto l’egida caratteristica di Silvio Berlusconi) e la sinistra (nella più antica accezione ereditata dal XX secolo, con forte radicamento nel mondo del lavoro e leadership riconosciute e riconoscibili). Non esiste più neanche l’aggregazione vincente del passato, quella rappresentata dal centro di matrice cattolico-interclassista, identificabile nella Democrazia cristiana. Si ha un bel dire che Matteo Renzi altro non sarebbe che la riproposizione dell’antica Balena bianca in versione twitter. Niente di più depistante e sbagliato. Renzi è invece qualcosa di profondamente diverso: è la politica 2.0, un modo nuovo (piaccia o non piaccia) di interpretare la politica, di organizzarla, di realizzarla in progetti (non necessariamente coerenti e sistematici).

Tutto ciò non è accaduto per caso. La realtà contemporanea, non solo quella circoscritta della politica, sta cambiando vertiginosamente sotto i nostri occhi. Succede qualcosa di simile a quanto accadde probabilmente agli uomini del tardo Settecento, che videro il passaggio dall’Ancien Régime alla prima età industriale e quasi non se ne accorsero; o prima ancora alle generazioni che dal Medioevo furono, senza ben saperlo, transitate nell’età moderna. Vivendo dentro il movimento non se ne avverte la spinta dinamica. Ma la spinta c’è, ed è enorme, per molti aspetti sconvolgente. La crisi mondiale dei primi anni Duemila, ancora in atto anche se speriamo per poco, ha mutato e sta mutando radicalmente le basi stesse della produzione, le tecnologie, la percezione del tempo e dello spazio persino. Scomparsa l’industria fordista e post-fordista, intere aree del mondo un tempo in testa allo sviluppo del pianeta retrocedono in coda, sopravanzate da altre che apparivano le ultime. Un giovane economista italiano, Enrico Moretti, ci ha scritto sopra un libro bellissimo, che meriterebbe d’essere studiato nelle scuole: si intitola, nella edizione italiana, La nuova geografia del lavoro.

Già, il lavoro: perché intanto si spostano le sue basi produttive (verso l’ex Terzo Mondo, in cerca di un ambiente meno regolato, con meno diritti per i lavoratori); e cambia la sua natura (scompare la grande concentrazione della fabbrica capitalistica); si afferma la robotica intelligente, che sostituisce l’uomo. Siamo al punto – spiegava l’altro giorno a Sant’Angelo dei Lombardi l’ex ministra Maria Chiara Carrozza (seminario del Centro Dorso di Avellino) che esistono automobili capaci di autoguidarsi da sole, senza né pilota né meccanismi esterni di indirizzamento: l’ultimo problema rimasto da risolvere è quello “etico”, cioè determinare come deve comportarsi l’auto senza autista nel caso le si presenti all’improvviso una scelta diciamo così “morale”. Possiamo scegliere se investire una persona che attraversi all’improvviso la strada o, per scartarla, andare essa stessa fuori strada, compromettendo la sicurezza del passeggero. Ma – ci rassicurava Carrozza – è solo questione di poco, e anche quest’ultima barriera sarà spianata.

Tempi nuovi. Un futuro che è già il presente.

Può tutto questo non incidere sui meccanismi di governo?

È esattamente questo il tema, in Italia e altrove. Come si governa, nel tempo veloce di internet, come si può restituire coerenza e sintesi a una società frammentata, contraddittoria, spezzettata, priva di aggregazioni sociali naturali alla sua base, sempre caoticamente in movimento e perciò quasi per definizione indecifrabile e incomponibile.

Abbiamo avuto in Italia 127 governi in 150 anni di unità statale (se togliamo i 20 anni della dittatura fascista, quasi un governo all’anno). Abbiamo una situazione demografica allarmante: Paese di vecchi ormai, non sappiamo chi potrà pagarci le pensioni del futuro. Viviamo un declino culturale, che si riflette nello smantellamento delle tradizionali aree forti della nostra economia. Cosa ci rimane? Lo slow food? L’abbigliamento? Il turismo (per altro malamente organizzato) nei luoghi d’arte? La nostra gloriosa tradizione musicale? O semplicemente, come sempre, lo stellone d’Italia?

Siamo in emergenza, e non solo perché il Pil non cresce abbastanza e il lavoro per i nostri ragazzi non continua a non esserci.

Di qui le riforme. Parola magica, equivoca, che spesso nasconde il nulla, o per lo meno occulta la confusione. E tuttavia, di quelle sul tappeto oggi, almeno tre stanno o sono arrivate ormai a maturazione: il lavoro, la scuola, le istituzioni. La quarta, fondamentale, arranca, bersagliata da veti incrociati, ed è quella dell’amministrazione.

Bisogna dunque ragionare su quel che questo governo Renzi ha già fatto e su quanto promette di fare.

Sul già fatto, al netto delle tante incongruenze, si intravede un disegno generale abbastanza coerente: più mobilità, molta semplificazione (finalmente l’uscita dal bicameralismo perfetto), meno rigidità. Ripeto: tutto è perfettibile, ed anzi ci dovremmo abituare, nella società che corre veloce, a considerare per natura modificabili le norme stesse che veniamo approvando. E tuttavia il segno unitario, in questi provvedimenti, c’è ed è chiaramente leggibile. Si obietta che la riforma istituzionale aumenta i poteri dell’esecutivo e diminuisce le garanzie. Che ciò confligge con la Costituzione. In parte è vero, la nostra Costituzione, per ovvie ragioni storiche, fu concepita sotto l’influsso del “complesso del tiranno”: privilegiò il parlamento sul governo, ad esempio. Ma oggi tutta l’Europa democratica, per non dire degli Stati Uniti, vedono di fatto (e spesso di diritto) il predominio degli esecutivi anche nella stessa sfera legislativa un tempo riservata all’iniziativa parlamentare. Ovunque si afferma il primato della leadership, sia pure temperata e controllata (questo è un altro discorso) come perno dell’azione di governo. Legge inesorabile: se hai la maggioranza devi poter realizzare il tuo programma, quando perdi la maggioranza te ne vai a casa e lasci il posto ad un altro. Tutti però mirano ad assicurare la possibilità di governare. Dappertutto ci si preoccupa di aumentare la rapidità delle decisioni.

Ugualmente nei rami bassi delle istituzioni. L’amministrazione italiana, così com’è, non può durare, è antidiluviana. E non perché abbiamo troppa burocrazia, come sostiene a vanvera da anni la polemica paleo-liberista. Tre milioni e poco più di dipendenti sono in linea con le medie europee. Specie se si pensa che la maggior parte stanno nella sanità e nella scuola, due settori che non possono essere tagliati se non a prezzo di conseguenze gravissime. Il punto è come sono reclutati, questi dipendenti. E come lavorano. Con quali standard produttivi. Se sono o no valutati, se sono equamente retribuiti, se hanno una formazione adeguata ai bisogni dell’amministrazione e quindi alla domanda dei cittadini.

Il passato, in questo senso, pesa moltissimo, come un macigno. Perché, storicamente, noi non abbiamo costruito nel corso del Novecento un’amministrazione al servizio del cittadino ma invece l’abbiamo voluta funzionale a sé stessa e a chi vi lavora. Abbiamo per decenni avuto i “molti e mal pagati” al posto dei “pochi e ben pagati”. Abbiamo assunto generazioni intere senza concorsi, con ope legis e cooptazioni clientelari. Abbiamo impartito una formazione professionale inadeguata (o nessuna formazione). Siamo rimasti indietro in moltissimi campi. Uno, vistoso, è l’età media: abbiamo i dipendenti più anziani d’Europa, i dirigenti più vecchi (e i più numerosi: siamo il Paese dei tutti generali).

Come se ne esce? Sviluppando le riforme che si fanno ormai dagli anni Settanta in tutta Europa e che noi, immobilizzati dai veti incrociati, abbiamo cercato di fare, ma riuscendoci solo episodicamente, negli anni Novanta. Dunque merito, valutazione dei risultati, delegificazione e riduzione delle procedure inutili, formazione continua su basi nuove, non libresche e non necessariamente solo giuridiche (abbiamo troppi esperti di norme, troppo pochi tecnici). Più responsabilità ai dirigenti, ma anche loro attento monitoraggio sui risultati raggiunti. E soprattutto più giovani: giovani donne (ce ne sono troppo poche, di donne, specie nella dirigenza) e ragazzi che appartengano naturalmente, per nascita, alla cultura dell’età dell’informatica.

Queste sono, nel loro nucleo di base, le riforme che ci servirebbero. Ma serve soprattutto una rifondazione della politica, e qui non basta il solo Renzi, anzi non sono neanche sicuro che il suo stare tanto sulla scena non faccia danno. Se i vecchi partiti, compresi quelli personali alla Berlusconi, sono inattuali, ci vorrà un ripensamento delle forme e delle strutture della partecipazione politica. Scrutando con attenzione, se ne avvertono le flebili (ancora però troppo flebili) premesse: un associazionismo su base volontaria in crescita in molti settori; la tendenza dei cittadini ad aggregarsi su singoli problemi, talvolta su scala locale; le nuove forme, tutte da studiare, della socialità giovanile; le mobilitazioni intorno a temi sino ad oggi ignorati dalla politica, spesso appartenenti alla sfera dei nuovi diritti che chiedono di essere introdotti in Costituzione. Esiste un condensarsi di spinte, spesso nate dalla domanda circoscritta di gruppi, che tuttavia tendono a proporsi, non solo come pressione di singoli interessi sullo Stato e sulle sue istituzioni, ma con valenze, obiettivi e linguaggi più generali. Lì, su quel terreno inesplorato, può nascere la nuova politica, antitetica a questa di oggi, che a sua volta si è ridotta spesso a sede di carriere individuali e a campo per ambizioni prive di radici sociali.

È la nuova società che bisogna capire e interpretare: non più costituita in classi come un tempo ma fisiologicamente frammentaria e perennemente in movimento. Ci vuole dunque una politica dotata di antenne per sentire i movimenti dal basso e di un’intelligenza moderna, capace di tradurli in azione collettiva, si sintetizzarli filtrandoli come deve fare da sempre la buona politica. E i quadri di questa nuova politica debbono essere tratti da quel tipo di società, trovando i modi più adatti per individuarli e selezionarli.

Discorso complesso, anch’esso appartenente alla categoria del 2.0. Ma questo è l’unico modo di venirne fuori. Non piacerà a molti, perché il passato è strutturato in corporazioni ancora attive e genera ancora modi di pensare tradizionali. Sarà difficile assuefarsi al cambio di marcia. Ma, come dicevano gli antichi, hic Rodus hic salta. A meno, altrimenti, di deperire progressivamente. In fondo la storia d’Italia, nel suo secolare svolgersi, ha conosciuto, accanto a fasi di esaltanti protagonismi, anche lunghi secoli di marginalità: attenti a non prendere, per pigrizia e paura del nuovo, uno di questi ascensori alla rovescia.

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