20150525_163400Parte da molto lontano questa storia, dal 1962. Siamo a Bitti, paese del nuorese. Sono gli anni in cui in una onesta famiglia di pastori, come innumerevoli ce ne sono, Giovanni Antonio Bandinu e Grazia Calvisi diventano genitori di un bambino che chiameranno Giuseppe Luigi, per gli amici semplicemente Giuseppe. Bravo a scuola, più nelle materie scientifiche che in quelle umanistiche, con qualche lacuna in educazione artistica come egli stesso ammette, sorridendo. All’età di 14 anni decide che è ora di dire basta con i libri, quantomeno quelli di testo. Raggiunta la terza media, pone al capolinea la sua esperienza didattica: d’ora in poi sarà un pastore a tempo pieno, tra le campagne di “Mastruossanu” e “Su indrai”, località dove Giuseppe, dietro al suo bestiame, trascorre le giornate nei due ovili di famiglia. Se ne sta là, serio e diligente, a lavorare con i suoi due fratelli maggiori, Mauro e Giovanni, mentre la sua unica sorella Lucia, diventerà insegnante di Chimica dopo la laurea.

Le lunghe giornate in campagna, oltre le fatiche che solo chi esercita quest’antica e nobilissima professione conosce a menadito, prevedono anche tempi morti, dove il pastore ha modo di fare le sue meritate pause. Giuseppe queste ore le colma con uno dei grandi amori della sua vita: la cultura. Legge come un forsennato, divora libro dopo libro, riempie l’ovile di tanta carta ricca di contenuti che stavolta, a differenza di quand’era scolaro, non deve ripetere ad alcuno se non a sé stesso, perché è per suo spontaneo ed esclusivo interesse. Lo fa saltando da Nietzsche, a Dostojevskij e Gramsci, ai saggi di storia, senza tralasciare la poesia sarda. La sua biblioteca mentale si arricchisce ogni giorno di più. Spronato da due amici di famiglia, insegnanti, che rispondono ai nomi di Nino Bandinu e Antonietta Mossa, inizia così a covare l’idea, maturata forse inconsciamente o forse no, che è ora di sollevare l’asticella e prende una decisione che farà da spartiacque alla sua esistenza. Giuseppe vende la sua parte di gregge, col ricavato si trasferisce a Roma, a prendersi da privatista la maturità scientifica e poi la laurea in Giurisprudenza all’università “La Sapienza”, con una tesi sul banditismo sardo comparato ad altre forme di devianza rurale. “Il giorno della mia prima laurea avevo la discussione di pomeriggio, ci andai dopo che al mattino avevo munto le pecore con mio fratello, pastore a Campoleone, a 30 chilometri da Roma”. Nuova laurea nel 2006, presso la facoltà di Lettere e Filosofia con una tesi sull’Impero Ottomano.

Tosatura pecore

Già prima del primo traguardo inizia a collaborare con la cattedra di Criminologia, dove fa l’assistente e ottiene la specializzazione oltre a quella in Diritto penale. Gli anni fra il ’96 e il ’98 sono quelli forse più prolifici sotto l’aspetto formativo professionale. Consegue il titolo di avvocato dopo la pratica forense ma, nel contempo, si classifica secondo su 670 partecipanti in una selezione del ministero di Grazia e Giustizia, diventando quindi “Criminologo clinico”. Sarà uno dei promotori della riapertura del Museo criminologico di Roma insieme ad altri colleghi, oltre a mettere la sua firma nella stesura al testo universitario tutt’ora in uso all’università. Viene designato dal ministero di Giustizia come uno dei rappresentanti italiani nella Commissione europea per l’armonizzazione del diritto penitenziario nei Paesi membri. In quella sede, con i suoi colleghi europei, discute e presenta la figura dei “Probhomines”. Questi erano coloro i quali, per indiscussa saggezza riconosciutagli dalla comunità, si occupavano della risoluzione delle controversie nelle campagne fra pastori, mediando e arrivando ai compromessi ritenuti equi da ambe le parti. “Uomini che, svecchiati e rimodellati con le esigenze dei tempi odierni, sarebbero un ottimo viatico e toccasana per la giustizia in una società oramai sempre più multiculturale visti i flussi migratori su scala mondiale”. Ne parla fra lo stupore dei suoi omonimi stranieri, rimarcandone le peculiari caratteristiche.

In tutto il mondo si sta studiando, e in alcuni Paesi anche provando, a utilizzare figure come quelle dei nostri probhomines. Sarebbe bene, a mio avviso, che le corti giudicanti fossero integrate da moderni “probhomines”, che devono essere depositari delle culture di provenienza degli autori dei reati ma devono anche essere dei moderni “probhomines”, dotati di conoscenze penalistiche, criminologiche e sociologiche.”

Non è cambiato Giuseppe, nell’animo è sempre lo stesso pastore, rimarcando sempre che essere pastore non significa solamente farlo, il pastore è una concezione di vita, uno stato d’animo. Ancora oggi Giuseppe, dopo aver fatto, per 14 anni, il giudice esperto in criminologia presso il tribunale di Sorveglianza di Roma, attualmente è nominato dal Csm giudice nella sezione penale dibattimentale del tribunale per i minorenni di Roma, guarda il cielo e i venti con la stessa attenzione e premura di quando si augurava la pioggia di settembre “pro achere attunzu vonu”. È sempre lo stesso quando ci si chiacchiera, quando si taglia un pezzo di formaggio con la confidenza con cui Francesco Totti dà un calcio al pallone. La sua scuola è stata l’ovile, la sua ex professione che ne ha segnato la forma mentis. “I miei migliori amici sono tutt’ora pastori, gli stessi di quand’ero ragazzo”, dice con un filo di orgoglio mischiato a un accenno di emozione.

Ma quindi Giuseppe, la sua non è stata una voglia che è maturata proprio da grandicello, lo possiamo dire?

La scelta è maturata piano piano, negli anni dai 18 ai 22, a 23 anni ho preso la decisione di fare la rivoluzione nella mia vita, perché se fosse passato ancora qualche anno non l’avrei fatto più. Ma avevo la curiosità del sapere, l’amore della cultura, illudendomi che lo studio e l’università mi avrebbero fatto comprendere la realtà. Poi, negli anni mi sono accorto di quanto appunto fosse un’illusione e di come lo studio solo libresco non bastasse a realizzarsi. La qualità della vita che facevo da pastore, poi, sicuramente è meno stressante e impegnativa di quella di una città dove mi sono trovato ad operare. A me piaceva fare il pastore. A 14 anni ho scelto io di farlo, contro il parere dei miei insegnanti, non vi sono stato costretto. Solo, all’ovile, negli anni, mi sono letto, credo, centinaia di libri e la cultura che mi sono fatto, allora variegata e confusionaria, come è quella degli autodidatti, mi ha spronato. Pensavo che il sapere fosse all’università e ho scelto di farla, solo per amore di cultura. Non avrei mai e poi mai cambiato il mio lavoro, il mio modo di vita” (“fare il pastore è essere pastore” rimarca con fermezza) con un altro lavoro manuale. Avevo scelto di laurearmi in Giurisprudenza proprio perché mi interessava lo studio approfondito delle interazioni tra l’ordinamento giuridico consuetudinario che regolava la mia vita da pastore e l’ordinamento ufficiale dello Stato, sulla scia degli studi di due grandi pensatori di casa nostra, Antonio Pigliaru e Michelangelo Pira, le cui letture mi avevano fatto nascere la curiosità intellettuale in tal senso”.

Considerando la sua storia personale, cosa le piacerebbe scolpire e trasmettere nella voglia delle persone di realizzarsi, visto che lei può essere uno degli esempi del “non è mai troppo tardi”?

Appunto, il non è mai troppo tardi. Nella nostra vita, dobbiamo essere noi i protagonisti, noi dobbiamo scegliere cosa fare, magari anche sbagliando, “nulla è scritto”, come invece dice un proverbio arabo. Io non credo al destino, ma al libero arbitrio. Chiunque faccia quello che vuole: studi o faccia il pastore, ma questo sia frutto di una scelta. Ora, il senso di responsabilità e la serietà delle scelte è una delle cose che ho imparato all’ovile negli anni della formazione sociale e personale e ancora oggi – vi assicuro – le metto a frutto. Attualmente, processo ogni giorno, al tribunale minorile di Roma, sezione penale, i ragazzi dai 14 ai 18 anni che commettono reati. Nell’ordinamento penalistico minorile italiano esiste un istituto detto “la messa alla prova” che consiste in una sospensione del processo per il minore processato che, sotto la supervisione del giudice, viene affidato ai servizi sociali per svolgere nei suoi confronti attività di osservazione, sostegno e controllo. Queste attività servono per conoscere le caratteristiche di personalità del ragazzo che inducono a ritenere possibile il suo recupero, attraverso la mobilitazione delle sue risorse personali e di idonee risorse ambientali. In caso di esito positivo della “messa alla prova”, il giudice con sentenza “dichiara estinto il reato” e il minore imputato viene prosciolto dai fatti addebitatigli. Ai miei ragazzi sottoposti alla “messa alla prova” che seguo, dico sempre che “nulla è scritto”, che loro devono essere i protagonisti della propria vita e sempre loro devono decidere cosa farne. Gli ricordo sempre una frase che suona più o meno così: “prendete in mano la vostra vita e fatene un capolavoro”.

Così parla il giurista Giuseppe, ex pastore.

 

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