Un successo il convegno annuale di Paleoworking e Archeosperimentare

ardauli2Se a Scansano si sta sperimentando la ricostruzione di un ambiente rurale etrusco, con l’impianto di un vigneto con viti clonate da relitti conservatisi in prossimità dei siti archeologici e coltivato alla maniera etrusca e romana – i cui primi risultati sono stati presentati il 23 maggio nel corso dell’incontro “ArcheoVino: dalla vite silvestre al Morellino di Scansano”, in Sardegna, ad Ardauli il 24 maggio, nell’ambito del VII meeting dell’archeologia sperimentale “Archeosperimentare in Sardegna” organizzato dall’associazione Paleoworking Sardegna, sono stati “sos lacos de catzigare” (i palmenti in pietra per la spremitura dell’uva, presenti anche in ambiente mediotirrenico) al centro dell’attenzione di ricercatori e studiosi.

Da una parte le forme della coltivazione della vite dall’altra le antiche metodologie di produzione del vino nella Sardegna centrale rappresentano le fasi ideali di una filiera produttiva frutto di scambi culturali e percorsi transmarini tra le diverse comunità che si affacciavano in antico sulle sponde del Mediterraneo.

ardauli1Nelle vigne ardaulesi, in cui la vite è allevata ad alberello e l’aratura avviene ancora con l’asino, si coltivano decine di uve differenti: Bovale Sardo, Bovale di Spagna, Moscatello, Semidano, Vermentino, Nasco, Barbera Sarda, etc.. Il vino bianco, ottenuto da uve Nuragus nella misura non inferiore all’80 per cento (chiamato ad Ardauli Mravasia), era conosciuto ed apprezzato in tutta l’isola.

Fino agli anni ’50 del Novecento anche l’allevamento di viti su sostegni vivi (quali querce, bagolari, lecci, frassini) era diffusissimo particolarmente lungo i corsi d’acqua e i confini di proprietà.

Molti di questi vigneti conservano uno o più palmenti, alcuni dei quali utilizzati fino ad epoca recente. La tipologia più comune, scavata nella roccia affiorante, è costituita da un sistema di due vasche – la vasca di pigiatura e la vasca di raccolta – comunicanti attraverso un foro o un’apertura a canaletta. La vasca per la pigiatura, denominata sa pratzada, leggermente inclinata, di scarsa profondità, risulta delimita – nella sua forma più antica – da una serie di ortostati di varia altezza.

ardauli3La vasca di raccolta, chiamata su lacu, posta sempre ad un livello inferiore rispetto a sa pratzada, mostra varie planimetrie: rettangolare, subcircolare, ellittica, etc.. Sul piano pavimentale, costante è la presenza di una fossetta utile alla raccolta del liquido. Mancano totalmente fori o alloggiamenti nella roccia funzionali al fissaggio degli elementi del torchio; la tecnica di vinificazione si basava dunque, principalmente, sulla pigiatura con i piedi.

Circa il loro utilizzo, dalla ricerca etnografica è emerso solo l’uso connesso alla viticoltura: le uve, – ammassate in sa pratzada – venivano sistemate man mano all’interno di sacchi di lino tessuti a maglie larghe (sas cuneddas) e poi schiacciate con i piedi da un pigiatore esperto (su catzigadore). Terminata questa operazione i sacchi subivano un’ulteriore azione di pressione mediante la cosiddetta perda ’e isbinare, un masso di pietra di forma grossomodo circolare dalla base appiattita. Alcune prazadas mostrano ancora una fossetta in cui, durante la vendemmia (sa innenna), veniva posto un acino (su pibione) per ogni cesto d’uva tagliata (sa cannada). In questo modo il proprietario della vigna (su bintzateri) riusciva a prevedere il quantitativo di mosto che ne sarebbe derivato, così da predisporre per tempo il numero di otri (sas butzas) utili per il trasporto a dorso d’asino e quello delle botti (sas cubas) necessarie alla fermentazione.

Dalle vinacce poste a macerare con l’acqua si otteneva, invece, su piritzolu, una bevanda identica a quella che gli antichi romani chiamavano “Iora”.

Un grande patrimono dunque da conoscere e valorizzare, unitamente alla ricchezza e varietà dei vitigni.

La felice coincidenza dell’iniziativa di Ardauli con quella di Scansano, ancorché situate in regioni distanti tra di sé, insieme al comune tema trattato, il vino, possono assumere maggior forza nell’ambito di strategie condivise tra enti territoriali e istituzioni.

I rapporti che legano Toscana e Sardegna in una prospettiva di lungo periodo che ha visto comunità le etrusche insediate nell’isola fino alle comunità di Sardi che, dopo la caduta della mezzadria, hanno rivitalizzato l’agricoltura in Toscana, costituiscono un’ideale filiera lungo la quale intessere strategie di marketing territoriale condiviso. Mettere a sistema iniziative locali, non copiate o offerte in maniera banale, ma che attingono direttamente a una storia vera e inoppugnabile (i palmenti dell’ardaluese, le viti del territorio di Scansano) permette la creazione di prodotti turistici esperenziali autentici, credibili e condivisibili, in grado di legare sapori e gusti lontani nel tempo e nello spazio, ma che attingono a un comune repertorio di pratiche culturali agricole di cui il Mediterraneo è stato il grande mediatore. Ed è anche un modo per far sapere/ che con la cultura non solo si mangia/ ma si puà anche bere.

 

Posted by admin

Leave a reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *