primavera-araba-donneA Lucio Caracciolo, uno dei più autorevoli esperti di politica internazionale in Italia, giornalista e direttore del mensile di geopolitica Limes, Sardinews ha posto alcune domande riguardo gli sviluppi recenti della politica internazionale ed europea.

Il 2014 è stato un anno traumatico. Abbiamo drammaticamente scoperto che stiamo vivendo una “terza guerra mondiale a pezzi”, che lo “stato islamico” (Is nell’acronimo anglossassone, Daesh in arabo) persegue in vario modo e metodicamente il terrore globale, che non esistono più i confini statuali di Siria e Iraq, che nel Nordafrica la Libia è diventato uno “stato contrabbandiere” e che l’Egitto fatica a trovare un ruolo di mediazione tra “le tribù con bandiere” del mondo arabo. Come sta evolvendo questo caotico scenario?

“S’è detto tutto. Si stanno disfacendo gli Stati della fascia africana e mediorientale che si erano consolidati durante la fine del colonialismo. Questo disfacimento è stato accelerato dalle Primavere arabe ma ha ragioni più profonde legate all’impossibilità di mantenere nel lungo periodo gli assetti post-coloniali che sono stati disegnati dalle potenze occidentali. Questo significa che, da un punto di vista italiano, tutta quest’area di instabilità significa vivere in un mondo estremamente pericoloso perché si trova al nostro margine meridionale”

A Perugia, al Festival internazionale del giornalismo di quest’anno si è parlato anche del rapporto tra mondo dell’informazione e propaganda islamista. Dalla spettacolarizzazione della violenza alle nuove narrazioni su giovani Jihadi John che da un’Europa matrigna vanno a fare la guerra nei teatri mediorientali, ci può spiegare un po’ la fenomenologia mediatica dell’Is e come sta incidendo sui media occidentali?

“Lo Stato islamico gioca tutto nella propaganda in rete e lo fa con grande efficacia, a dimostrazione che ha delle ottime connessioni nel mondo occidentale, sia musulmano che non musulmano. L’idea di fondo è quella di presentare lo Stato islamico come un’organizzazione che lotta per il riscatto dell’umanità intera, non solamente del mondo islamico, e che come tale può coinvolgere gruppi e persone, le più diverse, che poi trovano almeno nell’apparente dichiarazione di fede islamica una legittimazione delle loro iniziative e delle loro azioni. Il fatto che molti combattenti dello Stato islamico vengano dall’Europa è dimostrazione di questo. La propaganda dell’Is gioca su due livelli: uno è la paura, l’altro è la capacità di costruire un’alternativa al caos dei regimi. Il primo registro è dedicato soprattutto alle popolazioni che operano nella regione, il secondo invece, a coloro che possono essere positivamente attratti dal suo disegno”

Veniamo agli Stati Uniti, al centro dell’ultimo numero di Limes intitolato “U.S Confidential”. Della cosiddetta “missione civilizzatrice” intrapresa dalle amministrazioni Bush a partire dal 2001 sappiamo più o meno tutto. Cos’è che non sappiamo invece sulla “Pazienza strategica” di Obama e sui poteri dell’America oggi?

“La “pazienza strategica” di Obama è figlia del fallimento di Bush. Obama nasce per rimettere in piedi una potenza molto male in arnese, soprattutto nell’immagine internazionale. Quindi il suo obiettivo era ed è in parte riuscito, ovvero quello di portare a casa i soldati e di dare dell’America un’immagine meno bellicista e più aperta al resto del mondo. Sotto questo profilo ci è riuscito anche se, e qui subentra il secondo aspetto, all’interno del sistema americano vi sono forze, a partire dal Congresso, che non apprezzano per nulla questo sforzo”.

Dopo aver fatto da spettatori durante le Primavere arabe, a seguito delle tragedie in mare nelle scorse settimane, il Nordafrica sembra ritornare al centro della politica estera europea. Si parla di intervento militare e di accoglienza per chi fugge dalle guerre. Cosa ne pensa delle linee guida sulle migrazioni presentate il 13 maggio dall’Unione?

“Penso che in linea di principio sia un passo avanti apprezzabile. Da un punto di vista poi dell’attuazione pratica bisogna vedere, ma l’idea che ci sia una equa distribuzione dei migranti credo che sia un passo importante verso la solidarietà europea”.

Tra le azioni dell’Ue è previsto un coinvolgimento della Libia. Ma la Turchia di Erdogan ha armato i jihadisti in Siria e pare stia armando quelli libici, che si oppongono all’attuale governo di Tobruk. Chi è che cerca il conflitto e perché?

“In Libia il conflitto ha carattere essenzialmente interno perché è l’esito della caduta di Gheddafi e del fatto che non ci fossero e non ci siano le condizioni per sostituire Gheddafi con una qualsiasi forma di regime diverso. Il risultato è che in questo caos sono intervenute delle potenze straniere, come per esempio la Turchia e il Qatar a sostegno di Misurata e Tripoli o, invece, l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e l’Egitto a sostegno del governo internazionalmente riconosciuto di Tobruk. Credo che questa situazione di incertezza sia destinata a durare ancora a lungo perché non si vede profilarsi nulla di concreto in termini di risoluzione pacifica”.

Ritorniamo al cuore del Vecchio continente e ai suoi nodi. Lei ha definito l’Euro “un’idea geopolitica che ha cambiato l’Europa, come la caduta del Muro di Berlino, che vede la Germania e la Bce quali istituzioni egemoniche di quest’idea”. Un’idea fortemente indebolita sia dalla demonizzazione dei partner mediterranei (definiti Pigs o Club Med) che dalla pretesa di “germanizzazione”. Che futuro può avere un rapporto animato da accuse reciproche?

“Non un futuro brillante. Direi che l’Euro di fatto ha contribuito a disintegrare la solidarietà europea e a rinazionalizzare le politiche europee, perché mancava e manca, e probabilmente mancherà, di una cornice politica istituzionale che possa governarlo. Questo era qualcosa che probabilmente già i padri fondatori dell’Euro sapevano ma contavano sul fatto che fosse un processo correggibile nel tempo, più che il mancato funzionamente del sistema potesse provocare l’urgenza di una riforma. Così non è stato e quindi dobbiamo attrezzarci a vivere una stagione molto difficile”

L’altro nodo è il salvifico “whatever it takes” di Mario Draghi, ovvero l’affermazione di non reversibilità dell’Euro precedente il “Quantitative easing”, la potente iniezione di liquidità nell’economia europea che, favorita da altre contingenze, dovrebbe rilanciare l’economia reale. Questo, più o meno, è il senso di ciò che deleghiamo all’Euro. C’è qualcosa che non funziona in questo assunto?

“L’idea che ci possa essere qualcosa o qualcuno di irreversibile al mondo mi pare una follia. Saremmo rimasti al sesterzio con questo ragionamento. La storia corre, cambia e dobbiamo convivere con essa. É chiaro che una dichiarazione di questo tipo si spiega solamente con il timore che l’Euro sia reversibile in tempi non nemmeno troppo lunghi e, quindi, l’idea di dover dare invece il senso di un forte impegno della Banca centrale europea e dei governi a sostegno dell’Euro. Un sostegno che finora soprattutto da parte di Draghi c’è stato, senza però correggere le strutture di fondo del sistema”.

Chi è Lucio Caracciolo

1Giornalista, editorialista e saggista, è nato a Roma il 7 febbraio 1954. Dirige la rivista italiana di geopolitica “Limes” (fondata nel 1993) e dal 2000 “Heartland, Eurasian Review of Geopolitics”. Dal 1973 al 1975 ha lavorato al settimanale “Nuova Generazione” e dal 1976 al 1983 al quotidiano “la Repubblica”. È stato caporedattore di “MicroMega” dal 1986 al 1995. Scrive articolo di taglio geopolitico per “la Repubblica”, per il settimanale “l’Espresso” e per riviste straniere. Ha collaborato a progetti di ricerca, tenuto corsi e seminari di geopolitica in alcune università e dal 2009 insegna Studi strategici all’Università Luiss di Roma.

Per gli Editori Laterza, tra gli altri, è autore di “Alba di guerra fredda” (1986), “Euro no. Non morire per Maastricht” (1997), “Terra incognita. Le radici geopolitiche della crisi italiana” (2001) e “Dialogo intorno all’Europa” (con Enrico Letta, 2002). Nel 2010, sempre con Enrico Letta ha pubblicato “L’Europa è finita?” (Add editore) e per Laterza, nel 2011, “America vs America. Perché gli Stati Uniti sono in guerra contro se stessi”.

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