Battaglia Comune di Oristano-Demanio
sull’antica reggia di Arborea

seraf-fenuDuello in piena regola quello tra l’amministrazione comunale di Oristano e il Demanio. Altissima la posta in gioco: il recupero di un bene architettonico quale l’antica reggia degli Arborea, da secoli trasformata in carcere. Il ministero dell’Economia vorrebbe ricavarne degli uffici, nella prospettiva, peraltro miope, del risparmio sulla spesa pubblica senza troppi riguardi alla cultura. Ma è proprio secondo la visione ben più ampia di un uso efficace delle risorse territoriali che l’edificio, autentico simbolo di memoria e specchio di un particolare contesto storico, deve essere recuperato per un legame interattivo con un’identità che ha la sua ragione d’essere nel rapporto con la propria storia, i propri spazi, il proprio patrimonio culturale.
Il curatore della Pinacoteca di Oristano, Ivo Serafino Fenu, tende, tra mille difficoltà, a trasformare il patrimonio collettivo in cultura viva, per raccontare non opere singole ma un unico contesto che, nell’apertura al nuovo e nel rispetto del passato, rafforzi la percezione di una città capace di materializzare il proprio genius loci e di raccontarsi attraverso i mille volti del suo sapere e del suo saper fare.

Dice: «il Ministero dell’Economia sembra sminuire il valore dell’immobile considerandolo niente più che un vecchio carcere. Ma proprio perché davvero tale nella sua odierna identità, spogliato da tempo di ogni residuo medioevale, l’edificio dovrebbe essere conservato, con il suo carico di angoscia e sofferenza, quale polo museale cittadino che, attraverso le trasgressioni dell’arte contemporanea (arti visive, teatro, danza, musica …), porti a una riflessione sulle infinite declinazioni della condizione umana. Stiamo assecondando un progresso che annulla l’identità cercando di cancellare la storia. In realtà il problema è molto ampio, chiede il recupero di una dimensione culturale come racconto delle vicende umane che si materializzano in paesaggi naturali e urbani. Per recuperare la forza della memoria è necessario porla in costante dialogo con il presente».

seraf-fenu-bisUn suggerimento prezioso per una politica che, proprio perché priva di mezzi, deve giocoforza affidarsi a ingegno e creatività per dar vita nuova alla nostra ricchezza più grande, quella che oggi è forse la meno amata e condivisa perché più lontana dalla quotidianità: l’arte. Una vera e propria battaglia per la quale Ivo chiede l’appoggio di tutti gli oristanesi. I titoli del suo prestigioso e interminabile curriculum, che comprendono importanti e diverse esperienze nella salvaguardia dei beni culturali e nel recupero dei centri storici a livello regionale e non,  le molte collaborazioni con istituzioni culturali laiche ed ecclesiastiche, pubbliche e private quali università, enti, fondazioni e musei importanti come il Man di Nuoro, nonché manifestazioni e festival internazionali, affiancati da una continua attività di saggista e storico dell’arte, non bastano a spiegare la passione con cui Ivo Serafino Fenu vive il suo incarico. Per contribuire, sulla base del valore civile della memoria, alla creazione di una realtà dove le radici più autentiche possano fermentare in risposte nuove ai problemi del presente.

La Pinacoteca, dedicata dalla città a Carlo Contini, il suo pittore più grande del ‘900, è collocata negli ambienti prestigiosi dell’antico ospedale giudicale Sancti Antoni e gode oggi di una vivacità e una salute forse proporzionali alle difficoltà in cui si dibatte nel quotidiano. L’esiguità delle risorse destinate alla cultura si concretizza infatti in problemi importanti: «i locali fanno parte di un complesso suggestivo e prestigioso, che suscita spesso l’ammirazione degli artisti invitati e dei critici, ma – afferma Fenu – sono in realtà inidonei alla concezione di una cultura che si traduca in percorsi mirati alla conoscenza e comprensione dell’unità delle arti, che risvegli la sensibilità e favorisca relazioni creative. Tralascio poi difficoltà spicciole ma non ininfluenti quali le numerose carenze strutturali tipiche di molti edifici storici e ancora irrisolte, insufficienza di adeguati spazi espositivi che, giocoforza, limitano e condizionano i progetti espositivi nonché la mancanza di locali di servizio ai visitatori e alle funzioni organizzative che ne limitano le potenzialità. Inoltre, poiché come curatore non ho competenze amministrative, mi ritrovo a lottare contro indicibili perversioni burocratiche che mi sfiancano e mi portano spesso ad utilizzare risorse personali per materiali e manodopera spicciola, e questo nonostante un sostegno sempre presente da parte degli uffici comunali e del personale che segue le attività della Pinacoteca. E se, come diceva Manet, preparare una mostra significa cercare alleati per una battaglia, tale battaglia è possibile vincerla solo affidandosi allo scambio di opere e alla collaborazione tra curatori. Che di per sé è certo un bene, ma non deve rappresentare una scorciatoia. Al di là di tali difficoltà posso comunque affermare che l’attività della Pinacoteca è oggi in attivo, con una media di una mostra ogni tre mesi e l’inserimento in un circuito che gode di collaborazioni diverse e prestigiose quali, ad esempio, Dromos e Time in jazz e altre realtà museali sarde e internazionali».

 La Pinacoteca, nata in occasione di Monumenti aperti del maggio 2012, con un nucleo minimo di opere di proprietà del Comune messe in relazione ad opere d’arte contemporanea nelle mostre inCollectionone, inCollectiontwo, inCollectionthree, per volere dell’allora commissario prefettizio e poi sostenuta dall’attuale amministrazione, conta attualmente una consistente collezione storica il cui nucleo più importante è costituito dal lascito di Titino Sanna Delogu, risalente al 1969, di più di 50 opere di importanti artisti sardi. Dialogano tra loro, grazie agli sforzi congiunti del Comune e di privati cittadini, opere, oltre a quelle dell’eponimo Carlo Contini, Giuseppe Biasi, Antonio Ballero, Felice Melis Marini, Mario Delitala, Pietro Antonio Manca, Melchiorre Melis, Carmelo Floris, Stanis Dessy, Giovanni ed Enea Marras, Foiso Fois, Dino Fantini, Antonio Atza, Ermanno Leinardi, Antonio Corriga, Antonio Amore, Pinuccio Sciola e Maria Lai. Ma sono stati ospitati, nella sezione dedicata alle mostre temporanee, artisti di respiro e fama internazionale. Basta citare, tra gli altri, Peter Belyi, Blue Noses, Oleg Kulik, Darren Almod, Robert Gligorov, Matteo Basilè, Li Wei, Zhang Huan, Ale De La Puente, Magdalena Campos-Pons.

«Si deve distinguere – sostiene Fenu – tra collezione storica e arte contemporanea ma è fondamentale permettere loro di dialogare per dare nuova linfa al nostro patrimonio culturale. Occorre una tutela che sia condivisione, fatta dalle voci della contemporaneità, con cui dobbiamo confrontarci. Per l’arte contemporanea però occorrono, come ho già detto, più spazi, ma darne di più alla Pinacoteca significherebbe toglierli alla Biblioteca, ubicata nel medesimo sito e risorsa altrettanto vitale per la città e con la quale abbiamo portato avanti diversi progetti in un arricchimento reciproco. La soluzione esiste, e naturalmente solleva problemi di strategie e modelli di sviluppo adeguati fondati sulla gestione della storia e dell’arte sul campo. Significa abbandonare l’elitismo e favorire collaborazioni orizzontali per una progettualità in grado di generare valore economico e sociale. Il mio sogno è realizzabile e sostenibile – prosegue – e si basa sulla sinergia di poli museali oggi divisi per funzioni distinte. La mostra su Corriga, limitata da problemi di natura ambientale e infrastrutturale, ad esempio, sarebbe potuta essere decisamente più ricca e articolata con la collaborazione-contaminazione dell’Antiquarium Arborense, che avrebbe avuto le strutture idonee ad ospitare la sua vasta produzione ceramica. Se riuscissimo ad abbattere i muri che sono rimasti dentro la città invece di piangerci addosso per la distruzione di quelli giudicali potremmo creare itinerari meravigliosi in un unico percorso capace di attraversare le sedimentazioni storiche per ritrovare un’identità in grado di misurarsi con l’alterità e la contemporaneità. Per combattere la musealizzazione inerte c’è sempre più bisogno di luoghi di conservazione dell’arte meno polverosi e accessibili a più livelli di utilizzo. E di rispondere alle necessità di aggregazione sociale attraverso servizi culturali che si trasformino in educazione al civismo senza abbassare il proprio livello ma diffondendosi capillarmente. Perché non valorizzare come polo museale le autentiche ricchezze prodotte da una manualità prestigiosa quale quella di un Liceo artistico che si è affermato nel tempo a livello internazionale?».

Un modo nuovo di concepire la tutela del patrimonio artistico. Non più un campo chiuso ma aperto alla collaborazione con le scuole, le fondazioni culturali, gli archivi privati e i beni ecclesiastici, che sono preziosi ma quasi nascosti. «La parola chiave è contaminazione, afferma. Abbiamo finito  per perdere il senso della realtà a furia di vivere nel mito. Perché il mito diventa prigione, isola mentale.  Che sia quello della Sartiglia o quello del giudicato poco importa. Oristano non è una città medioevale, non lo è più, deve prendere coscienza di questo per salvaguardare il bello che ancora sopravvive agli scempi urbanistici. La mancanza di un piano per il centro storico propriamente detto e dei suoi borghi altrettanto caratterizzati e caratterizzanti ne ha deturpato il volto più autentico facendole perdere la reale percezione del proprio sé, quello di un una città che è diventata tale nell’Ottocento, con la decorosa semplicità neoclassica dei suoi palazzi più rappresentativi, tanto che stili quali il neoromanico, il neogotico, lo stesso liberty sopravvivono esclusivamente nel cimitero monumentale, che racconta la nostra esistenza  come uno straordinario Spoon river. Un autentico circuito museale deve rileggere le architetture come luoghi simbolici, riflettere sull’urbanistica quale specchio di un contesto storico, aprirsi alle esigenze e alle esperienze dell’oggi, in un unico itinerario che possa comunque abbracciare anche il degrado della contemporaneità, magari riqualificandolo. Spazi popolari abbandonati e archeologia industriale sono i luoghi ideali per le esposizioni e le installazioni dell’arte contemporanea e, in tal senso, penso al Foro Boario e alle sue potenzialità ma per il quale so che vi sono altri progetti, purtroppo anch’essi legati a quel mito asfittico di cui sopra».

È su questa linea di collaborazione e dialogo che si ascrivono i progetti immediati per il futuro della Pinacoteca.

«Sì, il primo sarà per Dromos Festival 2015 – annuncia Ivo – e giocherà sul tema proposto: “I have a dream. L’utopia necessaria”.

Una mostra che si articolerà in due sezioni. La prima, costituita da opere di artisti contemporanei di respiro internazionale prestateci dal collezionista Tonino Manca, e dialogherà con la seconda, che racconterà invece un’altra importante utopia, quella di Egle Picozzi, capace di esorcizzare, attraverso l’arte, la malattia e la sofferenza, dove all’utopia si aggiunge un’ironia “necessaria”. Nell’insieme un intersecarsi di contesti diversi, tra locale e internazionale.

 In programma, in autunno, sono previste altre due mostre d’arte contemporanea, la prima dovrebbe appartenere a un ciclo intitolato “Nel segno di Eva”, uno sguardo dell’arte declinato al femminile e che vedrà una mostra antologica di Rosanna Rossi, tra le artisti più rappresentativi del contemporanei in Sardegna e non solo; la seconda, “Life is Beautiful”, in calendario da anni e non ancora realizzata,  fa riferimento a una delle più famose soap opera al mondo, riletta dagli artisti quale durissimo specchio dei paradossi della contemporaneità. Artisti diversi si metteranno in gioco sulla quotidianità intesa come telenovela.

Ancora arte non come monumento ma come dialogo per abbattere muri e stereotipi culturali, linea direzionale per il futuro, sfida e scommessa. Da vincere. Come la battaglia sulla reggia-carcere.

 

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