Due lettrici di Sardinews, Anna Segreti Tilocca (già direttore degli archivi di Stato di Sassari e Nuoro) e una sua amica, Silvia De Francisci (scrittrice), hanno inviato il seguente racconto a Sardinews. Ripropone – in documentata versione storica e in stimolante forma letteraria – il problema delle “donne di servizio” o delle “serve” che le due lettrici hanno rivisto leggendo le pagine del libro “Le ragazze sono partite” (edizioni Cuec) di Giacomo Mameli. Proponiamo volentieri e con piacere il testo ai nostri lettori.

di Anna Segreti Tilocca e Silvia De Francisci

catalanaAlghero, 1706. La vedova Vittorina Pinna è dal notaio per firmare, con una croce naturalmente, il contratto con cui colloca a servizio presso il mercante Bertoloni la propria figlia Maria Josepha di appena dieci anni. È stato duro prendere una decisione così grave, ma non c’era altra scelta dopo la morte del marito, Gennaro Vitelli, accaduta durante un’immersione per “corallare”. Dal notaio ci sono anche il fratello e una nutrita serie di testimoni, come la legge stabilisce per la stipula di un atto in cui le parti non sanno firmare. In più la contraente ha dovuto esibire l’autorizzazione prevista per le donne che in qualunque modo vogliano prendere delle decisioni. È inutile, la famiglia sta andando allo sfascio; non solo Vittorina fatica a sfamare i numerosi figlioli che per fortuna continuano a crescere con l’aiuto della Provvidenza, ma ormai cominciano a mancare anche le cose più normali, i vestiti, gli indumenti, le calze; per non parlare poi di tovaglie, lenzuola e coperte, ormai consunte e non più rammendabili. Lei va di casa in casa, si dà da fare e per la verità tutti le sono di aiuto; è brava a cucire e, quando può, lavora a casa. Spesso però deve lasciare i due figli più piccoli, Thomas e Andrea, dalla vicina di casa e va lontano, a lavare la biancheria delle famiglie più abbienti. Ma è inutile rimandare la soluzione del problema, non è una vergogna, lo fanno in tanti, il notaio lo sa bene, nessuno la potrà rimproverare, neanche la sua coscienza. Guarda caso, si dovrà privare proprio di quella creatura che ultimamente le ha dato il maggiore aiuto, Julia. Quando cresceranno anche i due maschietti, per loro ci sarà senz’altro una sistemazione più favorevole; i contratti di servitù “maschile” infatti sono ben diversi; in genere i bambini vengono appoggiati a qualche artigiano, fabbro, calzolaio, sarto, bottaio, orafo e poi muratori, barbieri, farmacisti; a seconda del mestiere iniziano a ricevere presto un salario e certe volte non c’è neanche bisogno che lascino la propria casa. Per le femmine non è così, loro resteranno solo “mosse di casa”.

alghero1Intanto il mercante Bertoloni le dà subito un bell’anticipo sul contratto, così passeranno qualche mese in tranquillità; perciò di cosa ha paura? L’atto parla chiaro, per ambo le parti è prevista una serie rassicurante di diritti e doveri; glieli leggono, parola per parola, a voce alta e chiara, in catalano, lingua che lei capisce benissimo, dato che non si è mai mossa dal paese! Sente spesso parlare altri linguaggi, perché la città è abitata da gente che viene da lontano – Genova, Torre del Greco, Spagna, ma anche dal Logudoro e dal Campidano – quelli non li capisce proprio. La famiglia prescelta è benestante e poi la rassicura il fatto che è praticamente la figura femminile a fare da capofamiglia, una specie di mamma – si augura – visto che il mercante è quasi sempre fuori città, tra Marsiglia e Genova. Hanno cinque figli, ci sarà di sicuro un bel da fare, nonostante lo stuolo di servitori che, a quanto si dice, in quella casa hanno trovato una sistemazione di tutto rispetto. Anche sua figlia potrà trovare in quella casa un presente dignitoso e un futuro garantito.

La bambina – come è previsto nei contratti di encartament – ha diritto, oltre all’alloggio, anche al vitto, all’ abbigliamento e “cama decent”, letto decente, in luogo del sottile pagliericcio cui era abituata, insomma un trattamento globale adeguato alla condizione socio-economica del padrone; questo le dovrà somministrare anche le medicine: non per tutte le malattie, purtroppo. Una clausola sconvolgente prevede che, in caso di lebbra, la bimba non debba essere curata; oddio, la donna non ha mai neanche sentito nominare questa malattia, mentre la peste sì, naturalmente! Incrocia le dita e confida che Dio la protegga. Tutte queste cose Julia se le sarebbe sognate se fosse restata a casa sua; ma non basta, il notaio legge una ulteriore clausola. L’“amò”, il padrone, si impegna a non maltrattarla arrecandole lividi, “a non fer les carns negres”, sempre che nel servizio la bambina mostri un’obbedienza completa e incondizionata, non rifiutandovisi mai, né di notte né di giorno, dentro e fuori della casa e della città, da chiunque richiesti, padroni e padroncini. Se dovessero arrecarle qualche violenza, Julia non solo sarebbe autorizzata a fuggire, ma il Veghiere – magistrato civico con potere politico, amministrativo e giudiziario – potrebbe infliggere al ricco mercante severe sanzioni, non solo pecuniarie. Tutte le clausole rassicurano la donna, in particolare il divieto dei maltrattamenti, fenomeno sempre e ovunque diffuso nei rapporti tra padroni e servi. Tuttavia, entro le centinaia di contratti analoghi presenti nella documentazione notarile fino alla fine dell’ottocento non è mai nominata la tipologia del “maltrattamento con lividi”. Il nostro notaio sembra particolarmente rigoroso ed attento più di altri ai diritti dei bambini, troppo spesso trattati con forme di violenza subdole e difficili da perseguire. Le carte documentano infatti non solo le numerose fughe infantili ma anche casi non infrequenti in cui genitori premurosi e disinteressati riescono ad interrompere contratti economicamente vantaggiosi, in cui il sopruso del più forte è il pane quotidiano delle innocenti vittime. In questi casi la protezione dei propri figli diventa un obiettivo primario, altro che i soldi!

Julia crescerà facendo praticamente e unicamente la serva, senza alternative, fino a diventare una donna: alla conclusione della servitù – tra tredici anni – riceverà un congruo corredo, vari capi di abbigliamento, gli arredi per mettere su casa, che si sposi o meno. Può anche darsi che in quel momento la ragazza possa godere di un atto di munificenza; non è raro leggerne. Alcune ragazze, uscite di casa in tenera età, avevano ricevuto dai padroni ben più del pattuito, al momento della scadenza del contratto; perciò, perché non confidare nel futuro? Perché in verità alla povera madre vengono in mente anche storie di bambine fuggite per le oscure attenzioni di anziani padroni, di altre messe incinta da intraprendenti padroncini, o di altre che non furono curate a dovere e ci lasciarono la pelle. Il cuore di Vittorina è gonfio di tristezza, il fratello la sostiene mentre appone la croce su un atto che segna per sempre la sua vita e quella di una figlia bambina.

Molti anni dopo – è il 1726 – rinveniamo il testamento della padrona di Julia, redatto poco prima della morte; ci colpiscono due disposizioni, la prima non frequentissima, ma neanche eccezionale: la donna lascia a Julia un paio di orecchini di perle e un anello con una pietra verde, per “les particulars atencions” ricevute nella sua lunga malattia. Con la seconda, la testatrice destina alla serva una somma pari al doppio dello spettante “per aver giocato con i propri figli”. Restiamo piacevolmente sorpresi non tanto per la generosità del lascito, quanto per l’emozione di scoprire che la nostra bambina non è stata completamente privata del diritto al gioco: è un caso fortunato, forse unico.

Ancora oggi troppi bambini non hanno giocato mai: quelli che con le loro dita sottili e le schiene ricurve tessono tappeti, cuciscono palloni, scavano in miniera o frugano nell’immondizia, vengono addestrati alla guerra, si prostituiscono, tingono guanti maleodoranti, vendono droga, lavorano per le mafie, nel terzo mondo come in Italia, in Nepal come a Napoli e a Prato, in Siria come in Brasile. A loro dedichiamo questa storia dal lieto fine.

Posted by Redazione

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