kurdish-woman-kobaneDall’assedio di Kobane al futuro del giornalismo. Sardinews ne ha parlato con Lucia Goracci, corrispondente Esteri per RaiNews24 e da vent’anni testimone autorevole di conflitti e contraddizioni su e giù per il mondo.

L’alba comincia a Kobane” è il titolo del suo documentario girato in terra siriana, dentro la regione autonoma della Rojava, durante l’assedio alla città. “La guerra, tutte le guerre, non amano la cultura né la memoria. E distruggono l’istruzione”…

“Ho trascorso gli ultimi giorni dell’assedio dell’Isis a gennaio, sino alla liberazione della collina di Mistanour, la più importante strategicamente, preludio della liberazione della città. Una fase molto importante perché, durante quel mio passaggio sia sul fronte occidentale che meridionale, le scuole erano state trascurate prima dall’Isis e poi dai guerriglieri curdi che le avevano trasformate in fortini, in avamposti. In quanto edifici piuttosto alti nel panorama urbano avevano assunto rilevanza strategica. Tutte le guerre non hanno interesse all’istruzione, alla cultura, alla conservazione della memoria e del patrimonio. Pensiamo a quello che sta succedendo in Iraq per mano sempre dei terroristi dello Stato islamico a danno di un’archeologia che raccontava un mondo meticcio, fatto di stratificazioni e radici culturali. La cosa bella di Kobane è che mi fu fatta visitare una scuola che era appena stata riaperta sottoterra, in scantinati dove i bambini, figli di combattenti, di volontari, di quelle famiglie che avevano avuto il coraggio di rientrare in città prima della sua completa liberazione, venivano fatti studiare da ragazze volontarie e, “udite udite”, liberi di poter apprendere la lingua curda che durante il regime di Bashar Al Assad non veniva e, tuttora, non viene insegnata dalle scuole.”

Lei ha paragonato i combattenti di Kobane ai partigiani italiani, quelli che hanno combattuto i nazifascisti. Quali sono i tratti comuni secondo secondo lei?

“Una breve premessa. La mia passione per questo mestiere nasce dai racconti dei nonni, di un’Italia in guerra, di un’Italia solidale che testimonia, racconta e vive sia i combattimenti che le singole storie dell’uomo. Ed è questa difesa corale dell’uomo che ho vissuto a Kobane. Cioé l’idea di una città che, inizialmente, era negletta. Ricordo una frase del segretario di stato americano John Kerry, pronunciata alla metà di ottobre, che diceva che “siamo preoccupati a livello umano ma (la difesa di Kobane, ndr) non è centrale nella strategia degli Usa”. Una centralità attribuita successivamente perché senza i raid della coalizione anti-Isis concentrati soprattutto su Kobane, i guerriglieri curdi non ce l’avrebbero fatta a liberarla, a fronte di una minaccia più potente rispetto alle proprie capacità di difesa. Ebbene tutto questo mi ha fatto ritornare in mente la guerra partigiana. La guerra di un popolo che combatte perché non ci sono alternative, perché è in pericolo la sua terra, la sua gente, i suoi figli, la sua cultura, le sue radici. E in un mondo in cui si tende all’esclusione, in cui tutti, sebbene a diverse gradazioni, tendiamo a chiuderci a chiave ogni giorno di fronte alle sfide culturali che ci vengono fatte percepire come minacce, quello dei curdi di Kobane rievocava questa assonanza di tipo culturale e, forse, anche storica.”

Recentemente la questione curda è ritornata all’attenzione della comunità internazionale. Dai combattenti peshmerga, uomini e donne che hanno fatto la guerra in Iraq e Siria, ai risultati dell’Hdp, coalizzato con i partiti curdi, che hanno arginato con voto democratico le pretese plebiscitarie del presidente turco, Recep Tayyip Erdogan. Detto ciò, è ancora un’utopia uno Stato curdo?

“Si, direi proprio di sì. Non piace a nessuno, non è mai piaciuto a tanti. Non è solo un problema della Turchia, neanche l’Iran ha mai voluto uno Stato curdo. Poi ci sono Siria e Iraq, due failed states, due stati falliti dal futuro assolutamente incerto, fosco. Ma i curdi l’hanno capito. Credo che la ragione del successo politico ed elettorale di Demirtas, che ha superato persino i pronostici della vigilia con un buon 13 per cento, vista l’altissima e iniqua soglia di sbarramento elettorale al 10, sia dovuto ad un cambio di approccio. Éla prima volta dei curdi in Parlamento, che finora erano potuti entrare ma solo perché candidati in partiti diversi dai partiti curdi. Ebbene questo successo è dovuto all’aver esplicitamente rinunciato alle rivendicazioni di tipo statuale per puntare tutto su una forte difesa dell’autonomia, declinata in modo diverso nei quattro Paesi in cui i curdi sono sparpagliati (Turchia, Siria, Iraq e Iran, ndr) e che s’accompagna a una serie di rivendicazioni e programmi molto moderni, dalle politiche sociali ai diritti delle donne, da quelle di inclusione ai diritti dei migranti. Parole che fanno un certo effetto vista la situazione che stanno vivendo ora alcune parti del mondo.”

Jihad, Isis, terrorismo. La minaccia è davvero globale oppure è il world wide web e l’uso professionale che ne viene fatto a fini propagandistici ad amplificarne le paure nell’opinione pubblica?

“L’Isis si fa più forte di quello che è. Sicuramente se ci fosse un intervento di terra, di forze più consistenti di quelle che finora l’hanno contrastato, è probabile che queste minacce potrebbero essere militarmente terminate, anche in modo ragionevolmente breve. Questo non vuol dire che verrà politicamente sconfitto perché sono molto forti le componenti politiche del suo successo, soprattutto in Iraq. D’altronde ci sono diversi contesti in cui lo story telling ci racconta del monopolio dell’Isis, dalla stampa internazionale che sottolinea il ripiegamento dalla Siria (“la Siria in guerra”) alle gole tagliate ai giornalisti stranieri. E poi abbiamo uno squilibrio informativo. Da un lato c’è solo l’Isis mentre i giornalisti non ci sono più e, dall’altro, l’Isis ha tutto l’interesse a propagare il suo messaggio terroristico. Trovo di straordinaria efficacia giornalistica ma anche civile l’insieme di racconti, il lavoro di un anno diffuso l’8 giugno scorso dalla Bbc. di testimonianze di persone che, dalla caduta dell’Iraq nelle mani dell’Isis, venivano picchiate e assassinate per aver preso un telefonino o per altre banalità. Trovo che dobbiamo continuare a fare questo lavoro per far sì che non si crei un monopolio dell’informazione nelle mani di chi ha interesse a farci spaventare e intimorire con i “siamo a sud di Roma” o “stiamo arrivando” e altre cialtronerie del genere.”

Dopo Charlie Hebdo c’è più paura nelle nostre società multietniche. Mentre l’Isis attrae combattenti dall’Europa, noi temiamo il terrorista della porta accanto. La nostra paura è di trovare un “nemico” anche su un barcone di disperati…

“Charlie Hebdo era diverso. Sappiamo chi erano e hanno ammazzato. Stiamo parlando dei fratelli Kuachi e di Coulibaly, cittadini francesi. C’è pur sempre il rischio che i foreign fighters dalla Siria ritornino nei rispettivi Paesi decidendo di delinquere e colpire nei nostri territori. Ma non dovremmo fare paralleli immotivati in base ai dati storici, equiparando la disperazione dei profughi che fuggono da quelle guerre e il rischio terroristico. Francamente, per quanto sia solo una mia esperienza personale, sebbene segua il fenomeno delle migrazioni da vent’anni, non ho mai colto che chi arriva in barcone arriva per delinquere. Chi vuole fare terrorismo arriva in aereo e, spesso, viaggia con un biglietto di prima classe.”

Guerra_Libia8A due passi da casa i drammi nel Mediterraneo. Della Libia, a parte i barconi che partono alla volta dell’Italia e oggi verso la Grecia, sappiamo poco. Questa asimmetria informativa non sembra in contraddizione con la volontà di trovare una qualsivoglia soluzione politico-diplomatica?

“Si, purtroppo si. L’asimmetria informativa è dovuta al fatto che è estremamente rischioso recarsi in Libia. Ripiegare da certi fronti di testimonianza e di racconto giornalistico fa solo il gioco, purtroppo, di chi ci vorrebbe fuori da quei territori e la vorrebbe raccontare a modo suo.

Quando vedi su internet il video dell’uccisione dei dodici copti egiziani nelle coste libiche ti rendi conto che le paure sono legittime, sacrosante, ma vi è ragione per rammaricarsi di questo black-out informativo da certe parti del mondo. Nonostante all’estero i grandi networks continuino a mandare i loro inviati, in Italia invece abbiamo una gran paura a farlo. Io non lo condivido perché c’è la possibilità di poter mandare i media in condizioni di sicurezza, assumendosi le proprie responsabilità, così come gli inviati peraltro fanno sempre.”

Lucia Goracci. Professione: reporter. Dagli anni Ottanta ad oggi, epoca di internet e della contro-informazione di Daesh (lo Stato islamico), in che modo è cambiato il giornalismo di guerra?

“É cambiato in maniera profonda. Siamo più liberi perché prima per trasmettere un servizio radiotelevisivo dipendevamo dai satelliti oppure da televisioni di Stato o di regime che ci rendevano molto meno liberi. E siamo più veloci nel trasmettere gli eventi. Ovviamente questa esigenza di velocità, data dall’evoluzione tecnologica delle news, dalla specializzazione dei siti di informazione che hanno scavalcato le tradizionali agenzie informative nell’approfondimento o nella capacità di verifica delle notizie, porta internet ha ad essere un grande strumento di libertà e democrazia.

Le menzogne di regime adesso tengono veramente poco di fronte all’informazione, ai video e al fiume di notizie che arrivano da internet. Tuttavia le informazioni non sono informazione e l’internauta non è un giornalista. A maggior ragione considerato che tutti quelli che raccontano qualcosa su internet quasi sempre hanno un buon motivo per farlo, ovvero quello di vincere le loro cause, il giornalista invece segue una linea di principio, non la causa, e non ha partiti né appartenenze. E dovrebbe essere una persona onesta, come sottolinea Kapuścińsky in un suo bel pamphlet. Così, data la profusione di news che ci girano intorno, la figura dell’inviato resta essenziale nell’avvicinarci alla verità.”

Oriana Fallaci e Ryszard Kapuścińsky, reporter e giornalista polacco. In che modo queste due personalità hanno influito nella sua vita personale e professionale?

“Moltissimo. Ho letto tutti i libri della Fallaci, quelli che potevo leggere senza arrabbiarmi. Non condividevo più nulla dell’ultima Oriana, quella de “La rabbia e l’orgoglio”. Credo, voglio credere, che ci fossero profonde ragioni biografiche a spiegare quelle posizioni. Ho invece amato molto la prima Fallaci, quella che tutti conosciamo, quella scampata alla strage nella piazza delle Tre culture a Città del Messico, quella che litiga con Khomeini e si svela il capo, la Fallaci che si mette a nudo, quella che riesce a raggiungere liriche di sincerità anche con personaggi tutti d’un pezzo come Golda Meir. Ciò che invece mi piaceva di più di Kapuścińsky era quello di saper raccontare l’altro mondo. Sono due figure diverse ma complementari. Mentre lui riusciva a raccontare l’Africa, Oriana Fallaci raccontava il mainstream. Kapuścińsky raccontava l’Africa quando ancora non ci andava nessuno nessuno, poi ci ritornava e approfondiva. Era forse meno protagonista, meno personaggio, più narratore, ma forse più empatico con le popolazioni che raccontava.”

Al di là del Press Freedom Index, oggi fare il giornalista in Italia non è facile, men che meno l’inviato di guerra. Molti freelance, forte competizione al ribasso e tanta precarietà. Se per molti scrivere è diventato un ripiego, altri preferiscono smettere per non rinunciare ad offrire un’informazione indipendente, obiettiva, libera. Che idea si è fatta e quali possibili sviluppi intravede?

“La vita del giornalista oggi è necessariamente da freelance. Ce ne sono di bravissimi, anche tra i fotoreporter. Ovviamente rischiano di più e non é giusto. Da un punto di vista deontologico non dovrebbe accadere. Rischiano anche quando non rischiano, dal precariato nel lavoro alla libertà di vendere o svendere un pezzo. Una libertà relativa, una libertà imposta di cui, probabilmente, farebbero a meno. Io sono per i freelance che, tra l’altro, non subiscono i vincoli imposti dalle aziende per ragioni di sicurezza e possono andare dove a noi non permettono di andare. È una vita precaria però, per un mestiere che è straordinario e le nuove generazioni molto serie e professionali.”

Se “il giornalismo è una sfida per raggiungere la verità e la giustizia dei popoli”, quale consigli si sente di dare a chi oggi si avvicina alla professione e, nonostante tutto, sogna di diventare giornalista?

“Studiare tanto è la prima cosa. Sui social network si ha l’impressione che ci si possa occupare di tutto ma in realtà non è così. Bisogna cercare di avere fin da subito le idee chiare su quale disciplina studiare, quale zona o area coprire. Poi studiare le lingue serve sempre, magari studiando quelle meno convenzionali, l’arabo, il cinese, il russo. Tanta umiltà soprattutto agli inizia e tanta serietà. Ovviamente non ci sono ricette precofenzionate e buone per tutti gli usi. É un mestiere che non si improvvisa. Nessun mestiere si dovrebbe improvvisare e. ovviamente, sbagliando si possono fare anche grossi danni. Sono molto critica su come oggigiorno si sta affrontando l’emergenza migranti in Italia e in Europa. É un tema cruciale e delicatissimo, politico. Però si fa a chi strilla di più, lo fanno i politici e lo fanno anche certi programmi che pensano che i politici siano più attraenti, ma in realtà non è così. Ho citato su Facebook il post di una collega, Angela Caponnetto che, commentando un’operatrice umanitaria scrive che “questa gente ci sorride e ci ringrazia ogni giorno”. É questa la buona informazione. Quella che non strumentalizza le paure, soprattutto quelle di pancia. Perché se sei un comune cittadino hai diritto ad averle, ma se sei un giornalista o un politico che cerca una scorciatoria sfruttando le paure degli italiani meriti tutte le critiche del caso.”

Chi è Lucia Goracci

goracciNata ad Orbetello, in Toscana, il 16 marzo 1969, Lucia Goracci è una giornalista italiana. Laureata in Scienze politiche alla Luiss di Roma, lavora in Rai dal 1995. Prima inviata nella redazione del Testata giornalistica regionale (Tgr) Sicilia poi conduttrice del Tg3, ha sempre seguito i fenomeni migratori e la politica internazionale.

Dal 2013 è corrispondente dagli Esteri per RaiNews24, canale “All news” del servizio pubblico radiotelevisivo italiano. Come inviata di guerra è stata in Africa e Medio Oriente. Siria, Iraq, Afghanistan, Israele, Palestina, Iran (proteste dell’Onda Verde 2009), Haiti (terremoto del 2010), Libia (rivolte e bombardamenti anti-Gheddafi 2011), poi in America Latina, India ed Egitto.

Negli ultimi anni ha seguito la crisi siriana, le elezioni presidenziali americane, le proteste in Brasile durante la Fifa Confederations Cup del 2013, la crisi egiziana e, di recente, l’assedio di Kobane, in Siria. Ha ricevuto, tra gli altri, i premi giornalistici dedicati ad Antonio Russo (2008), Ilaria Alpi (2011), Luigi Barzini (2012), Maria Grazia Cutuli (2013).

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