Il tema delle disuguaglianze crescenti in un saggio dell’economista Giovanni Razzu

giovanni-razzuIl dibattito internazionale sulle diseguaglianze, che ha avuto una risonanza particolarmente importante a seguito del libro di Thomas Piketty “Capitale nel 21 Secolo”, ha beneficiato ultimamente di un altro contributo, estremamente importante: “Inequality – what can be done” (Disequaglianza – cosa si può fare). L’importanza di quest’ultimo libro non deriva solo dal fatto che l’autore, Tony Atkinson, è il padre degli studi più moderni sulla diseguaglianza economica – molti dei più famosi studiosi sono stati suoi allievi o collaboratori, incluso Piketty – ma sopratutto, come suggerisce il titolo, per il fatto che contiene un’agenda di riforme e politiche specifiche per ridurre la diseguaglianza.

tony_atkinsonL’opinione di Tony Atkinson su questi temi è da prendere in seria considerazione. Come detto, è il padre degli studi moderni sulla materia. Il suo contributo è stato veramente eccezionale: è difficile riassumerlo in poche parole ma ci sono teoremi e misure della diseguaglianza che prendono il suo nome e, per chi avesse allergia (o anche un po’ di prurito) verso le cose prettamente tecniche e accademiche, il contributo di Atkinson al dibattitto e alle politiche sulla diseguaglianza è stato enorme. Si può andare indietro alla fine degli anni ’70, quando fece parte della Royal Commission sulla distribuzione della ricchezza, abolita nel 1979 da Margareth Tatcher. Ha collaborato in misura notevole con l’Unione Europea e il lavoro sull’Agenda di Lisbona e con il Governo Francese. Si può senz’altro dire che se gli studi sulla distribuzione della ricchezza e del redditto abbiano assunto una nuova linfa, il merito è senz’altro in gran parte suo: per usare la frase di un titolo di un suo articolo (e anche del discorso inaugurale della presidenza della Royal Economics Society) ha riportato l’attenzione sulla distribuzione del reddito “back from the cold”. Quindi, in un certo modo c’era da aspettarsi un suo contributo incisivo dopo il tanto interesse suscitato dal libro di Piketty. Il fatto che questo nuovo contributo ne sviluppi alcune considerazioni, offrendone una più precisa e dettagliata analisi di alcuni aspetti, e che muova il dibattito avanti, obbligandoci a pensare alle soluzioni pratiche, aggiunge altro merito a questo notevole contributo.

Questo elogio è d’obbligo. Tuttavia, qui voglio sviluppare alcune considerazioni sul contenuto del libro di Atkinson. Due tipi di considerazioni in modo particolare: in primo luogo sul perché la politica deve preoccuparsi della diseguaglianza; in secondo luogo, sul contenuto delle soluzioni proposte e, soprattutto, sulle implicazioni che queste possono avere per i governi, in particolare quelli di sinistra, generalmente più attenti a tali questioni.

Perché i governi devono preoccuparsi della diseguaglianza economica? Tradizionalmente, ci sono state due motivazioni principali che sottostavano / erano portate a giustificazione dell’intervento pubblico per ridurre le diseguaglianze. (Si tenga in considerazione qui il fatto che parliamo di diseguaglianze economiche, di gap tra i ricchi e i poveri e non semplicemente di povertà, per la riduzione della quale c’è sempre stato molto più consenso). Una motivazione è intrinseca e una strumentale. La motivazione intrinseca si basa sul fatto che le persone vedano sfavorevolmente le diseguaglianze economiche notevoli. A volte questa posizione è basata sul fatto che tutte le religioni più importanti, per esempio, non vedono di buon occhio le diseguaglianze. Altre volte ci si riferisce al fatto che tutti siamo egualitari sebbene in modo diverso: ogni posizione politica, o teoria che cerca di spiegare in qualche modo l’allocazione di risorse nella società, o più in generale il tipo di società “migliore”, ha una base egualitaria. Quello che le differenzia tra di loro non è tanto l’obiettivo dell’uguaglianza, quanto lo spazio dove l’uguaglianza deve essere raggiunta. Anche le teorie neoliberali più conservatrici, per esempio quelle alla Nozik, sono egualitarie, nel senso che prescrivono uguaglianza ai ranghi di partenza e in seguito che la gara si disputi e vinca il migliore: nessuna distribuzione finale è accettabile. Queste motivazioni intrinseche tuttavia non hanno mai convinto tutti. Si è sempre cercato quindi di trovare motivazioni più strumentali, che cerchino di giustificare l’intervento pubblico per ridurre le diseguaglianze sulla base del fatto che le diseguaglianze recano danno, sono strumentalmente negative.

Ma che danni possono arrecare? Gli studiosi si sono concentrati su due tipi: uno sociale e uno economico – anche se i due sono in molti casi connessi. Quello economico ha ricevuto un attenzione enorme, anche perché è legato a una delle questioni più salienti della teoria economica: il cosiddetto trade-off tra efficienza economica (essenziale alla crescita) ed equità. In generale, una posizione tradizionale dell’economia stabilisce che, se certe condizioni sono rispettate, più equità viene raggiunta solo alle spese dell’efficienza economica: la torta a disposizione della popolazione si riduce quando si cerca di redistribuire le risorse in modo più eguale. Questa posizione è forse riassunta in modo più emblematico dal premio nobel Robert E. Lucas, che sostenne che “ fra le tendenze più pericolose per l’economia, la più seduttiva, e nella mia opinione, la più velenosa, è l’attenzione ai problemi distributivi… il potenziale per migliorare la vita dei poveri attraverso la distribuzione di ciò che si produce è niente quando paragonata al potenziale illimitato che deriva dall’aumentare la produzione corrente”. Insomma, è bene pensare a come far crescere la torta invece di pensare a come distribuirla in modo eguale. Se si cerca di tassare di più i ricchi per diminuire la povertà, si arreca danno all’economia poiché la crescita diminuisce.

sTIGLITZUno dei motivi per cui questo dovrebbe avvenire è dato dall’effetto che la tassazione ha sugli incentivi delle persone a risparmiare e investire. Tuttavia, e Atkinson ci ricorda questo in modo forte, l’evidenza empirica a favore di queste posizioni teoriche, non è definitiva per niente e, se una conclusione si può raggiungere, questa è proprio che non c’è una relazione precisa tra equità e crescita: la crescita può avvenire, ed è avvenuta, anche con tassazione sui redditi per esempio, molto più elevata. Inoltre, altri studi più recenti, per esempio quello di Joseph Stiglitz, hanno cercato di costruire un legame chiaro tra la diseguaglianza crescente e la crisi finanziaria ed economica recente. Tuttavia, quello che mi colpisce di più di questa parte del libro di Atkinson non è tanto questa posizione, dopotutto abbastanza nota ai conoscitori della letteratura sulla relazione tra la crescita economica e l’eguaglianza – ma un’altra più fondamentale: l’idea che il perseguimento di una società più uguale sia importante non per la sua relazione con la crescita economica ma per una motivazione più intrinseca, morale e per la sua relazione con altri fattori come la coesione sociale. Questa non è una posizione nuova, tutt’altro: è per esempio al centro di un libro molto famoso di due studiosi inglesi di alcuni anni fa, The Spirit Level. Tuttavia, ho la sensazione che nel futuro più recente si cercherà di giustificare l’azione pubblica per ridurre le diseguaglianze non tanto per gli effetti sull’economia, quanto per le loro conseguenze sulla società in senso più lato e sulla base di motivazioni morali: la diseguaglianza elevata non piace, in generale, alle società moderne. Personalmente, non sono ancora convinto che l’azione pubblica per ridurre le diseguaglianze, così come le argomentazioni portate avanti da studiosi della materia, debba basarsi sempre meno sulla relazione tra crescita ed equità e cercare di approfondire l’impatto sociale e la motivazione morale ed intrinseca. Primo, perché penso ci sia ancora spazio per sfatare la posizione quasi automatica che l’equità è sfavorevole alla crescita, secondo perché non si può distinguere chiaramente fra società ed economia. L’impatto sociale è legato in molti modi all’economia. Non sono convinto che si possano fare molti passi avanti se la ragione per l’intervento per ridurre le diseguaglianze sia sostanzialmente fondata sulla morale, sul fatto che le diseguaglianze elevate non ci piacciano. La motivazione intrinseca è importante ma non sufficiente. Deve essere accompagnata da maggiore chiarezza sulla motivazione strumentale, data dalla relazione tra eguaglianza ed efficienza economica in modo particolare.

Il secondo tipo di considerazioni, come accennato sopra, riguarda le soluzioni proposte da Atkinson per ridurre le diseguaglianze. Atkinson propone un pacchetto di 15 politiche e che include aumenti di benefici e tasse (per esempio, una tassa sulle proprietà proporzionale o progressiva; una tassa sulle eredità, o sui trasferimenti cosiddetti inter-vivo, progressiva e calcolata sulla base dei capitali ricevuti durante tutta la vita; child benefit universali ma soggetti a tassazione uguale a quella sui redditi) politiche per il sostentamento del reddito e per l’occupazione (per esempio, l’introduzione di una politica sui redditi nazionali fatta di due elementi: un salario minimo e un codice di regolamentazione dei salari al di sopra di quello minimo, discusso da tutte le parti sociali; impiego pubblico garantito al salario minimo per i disoccupati). Questo allarmerebbe già molti! Tuttavia, se l’allarme fosse basato sui costi delle proposte – alcuni direbbero: “sì, tutto bello, ma da dove i soldi per tutto questo?” – ebbene, le proposte sono a costo zero per il bilancio dello Stato, secondi i calcoli di Atkinson sulla base del sistema inglese.

Quello che considero molto interessante è, non tanto il dettaglio delle politiche, ma la loro motivazione sottostante per ridurre le diseguaglianze. Infatti, questo obiettivo è stato “tradizionalmente” perseguito con politiche redistributive. Da qui nasce anche il dibattito sulla torta che si ridurrebbe se si cercasse di tagliarla in fette tutte uguali cui accennavo sopra: come detto, quando si prende un euro da un ricco per darlo a una povera, un po’ si perde per strada e quindi la povera riceve meno di un euro. Atkinson ci mostra che politiche di redistribuzione dei redditi e della ricchezza sono sì importanti per ridurre le diseguaglianze, ma non sufficienti. Importantissimo è il processo di creazione dei redditi e della ricchezza. È sul processo economico che genera i redditi che bisogna agire, sulla distribuzione dei redditi di mercato, più che sulla redistribuzione degli stessi una volta che hanno raggiunto le tasche dei cittadini.

Come fare? Si vuole dire che bisogna agire sui processi economici in modo più radicale? Bisogna interferire sul funzionamento dell’economia? Ebbene, per Atkinson questo non sarebbe strano per niente. Non vuol dire agire contro le libertà economiche ma essere pragmatici. Quindi, la direzione del progresso tecnologico, per esempio, dovrebbe essere un obiettivo della politica pubblica, in modo tale che si incoraggino quegli investimenti che aumentano le capacità individuali per trovare lavoro, promuovendo particolarmente la dimensione umana dei servizi creati dalla tecnologia. Inoltre, le politiche pubbliche devono mettersi l’obiettivo di ribilanciare i poteri tra le parti sociali, che, dagli anni ottanta in poi, sono mutati in modo sostanziale, con i sindacati che hanno visto una riduzione notevole del loro ruolo di rappresentazione dei lavoratori e della contrattazione collettiva. Essendo anche esplicito nel criticare il sindacato di alcune società nel quale la protezione del lavoro ha creato degli esclusi dal lavoro in modo quasi permanente, tuttavia, dice Atkinson, la politica pubblica dovrebbe introdurre un mandato distributivo esplicito nella competition policy, dovrebbe assicurare un frameowrk che permetta ai sindacati di rappresentare i lavoratori in modo paritario e, ovunque non esista o sia stato abolito (come in Italia) stabilire una Commisione economico-sociale rappresentata da tutti i partner sociali.

Ho già accennato della necessità del governo di stabilire un target esplicito di riduzione della disoccupazione e di sostenere questo obiettivo con l’offerta di occupazione pubblica garantita per chi non trovasse lavoro, pagata al livello di salario minimo. Ma c’è anche di più nelle proposte di Atkinson e che richiederebbero molto più spazio. Ma il punto chiave è che se siamo seriamente intenzionati a ridurre le diseguaglianze economiche, la redistribuzione attraverso tasse e benefici ci aiuta solo un po’. Bisogna agire sui processi economici che generano la distribuzione iniziale, facendo diventare nuovamente importante la creazione di lavoro, proteggendolo, garantendolo e anche generandolo direttamente se necessario.

Concludendo con le stesse parole di Atkinson, “è vero che dal 1980 in poi abbiamo vissuto un cambiamento radicale in termini di diseguaglianze economiche, e che il 21-esimo secolo contiene problemi importanti come il cambiamento climatico e l’invecchiamento della popolazione, ma le soluzioni a questi problemi sono nelle nostre mani. Se vogliamo usare la ricchezza economica che abbiamo accumulato per risolvere questi problemi, e accettare che le risorse economiche siano distribuite in modo meno uguale, allora ci sono ragioni per essere positivi”.

Una bella sfida per chi crede e vuole operare per ridurre le diseguaglianze.

 

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