Articolo pubblicato nel sito dell’Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale) e gentilmente trasmesso a Sardinews.

shangA partire dal giugno 2014 la borsa cinese ha cominciato a crescere a ritmi molto sostenuti, tanto che nel giugno 2015 i listini indicavano un aumento del 150 per cento rispetto all’anno precedente. Tuttavia nel mese di luglio è crollato il listino azionario, perdendo in pochi giorni circa un quarto del suo valore. Dopo un’iniziale stabilizzazione, dovuta anche ai provvedimenti adottati dal governo cinese, quali la sospensione di molti titoli e un intervento diretto attraverso acquisti nel mercato aperto da parte della China Security Finance Corp. (Csfc) – il braccio  operativo del regolatore cinese – la borsa di Shanghai ha perso ulteriormente a seguito della svalutazione dello yuan e della mancata fiducia degli investitori. In particolare, la dichiarazione del 23 agosto di non voler proseguire l’intervento della Csfcha causato l’andamento negativo del giorno successivo. La borsa di Shanghai ha chiuso le contrattazioni di lunedì 24 agosto con una perdita del -8,49 per cento (la più grande dal febbraio 1997), riportando i listini al valore del 31 dicembre 2014 e azzerando di fatto la crescita del 2015. Sebbene la borsa abbia rimbalzato negli ultimi giorni della settimana che si è conclusa il 28 agosto, la tensione nel mercato finanziario cinese resta alta, anche perché la cause della crisi appaiono strutturali.

Quali le cause della crisi finanziaria?

La svalutazione dello yuan a partire dall’11 agosto non è una semplice svalutazione competitiva, bensì la reazione al rallentamento dell’economia confermato dagli ultimi dati sulla produzione industriale, sugli ordinativi dell’industria (Caixin), sulle esportazioni, sulle vendite al dettaglio e sui consumi di energia elettrica, tutti in forte ribasso. La manovra ha motivazioni più complesse: si tratta della revisione del meccanismo di adeguamento della parità centrale della banda di oscillazione all’interno della quale fluttua (dal 2005) lo yuan (rispetto a un paniere di valute tra cui dollaro, euro e yen), come da tempo suggerito anche dal Fondo Monetario Internazionale. Inoltre, è stato in parte un riequilibrio del valore dello yuan in linea con l’andamento del mercato, che dall’inizio del 2015 in ogni singolo giorno ha chiuso a valori vicini al limite inferiore della banda di oscillazione (-2% rispetto alla parità centrale). Il ‘terremoto’ delle borse cinesi si inserisce nel contesto del rallentamento dell’economia nazionale. Da tempo il governo ha annunciato il nuovo slogan del “New normal”, un nuovo modello di crescita non più basato su investimenti ed esportazioni, ma su crescita di qualità e consumi interni. Dopo una crescita a doppia cifra degli ultimi decenni le previsioni per il 2015 sono del 7%, anche se molti osservatori ritengono che non si andrà oltre il 4-5%, anche a dispetto delle statistiche ufficiali, considerate poco affidabili. Un primo segnale del rallentamento dell’economia è costituito dal settore immobiliare, indicato come una delle cause del crollo azionario. Infatti, un eccessivo trasferimento di risorse dal ‘mattone’ al mercato finanziario ha causato la bolla poi esplosa a luglio.

Modello Cinese in bilico?

L’estate del 2015 si sta rivelando un passaggio cruciale per l’economia cinese. Al di là delle ricadute di breve termine, infatti, la questione che maggiormente proccupa gli analisti è sulla sostenibilità nel medio-lungo periodo del modello di sviluppo economico cinese. I successi degli ultimi anni avevano portato a teorizzare l’esistenza di un China Model politico ed economico, eventualmente applicabile anche ad altre realtà. Tuttavia, le stesse autorità cinesi sono impegnate dal 2012 a riformare il sistema economico puntando ad un maggior ruolo del mercato pur mantendo un forte indirizzo statale. Lo sviluppo del settore finanziario, in Cina ancora inferiore a quello delle altre principali economie mondiali, era inteso come una delle soluzioni al rallentamento dell’economia nazionale. Quello che potrebbe rivelarsi un fallimento della transizione verso il mercato pone interrogativi sia sulle opportunità future dello sviluppo economico cinese sia, nella peggiore delle ipotesi, sulla capacità della dirigenza comunista di assicurare la crescita dell’economia nazionale, mettendo così in crisi la propria legittimità basata sulla performance economica, anche se molti osservatori ritengono che non si andrà oltre il 4-5%, anche a dispetto delle statistiche ufficiali, considerate poco affidabili. Un primo segnale del rallentamento dell’economia è costituito dal settore immobiliare, indicato come una delle cause del crollo azionario. Infatti, un eccessivo trasferimento di risorse dal ‘mattone’ al mercato finanziario ha causato la bolla poi esplosa a luglio.

Quali conseguenze sui mercati internazionali?

Il crollo della borsa di Shanghai ha trascinato verso il basso tutte le principali economie asiatiche ed europee che hanno conseguito perdite significative. Le difficoltà finanziarie di Pechino fanno volare l’euro e lo yen, considerati beni rifugio, e la paura di un brusco rallentamento dell’economia cinese ha portato a una ulteriore riduzione del prezzo per petrolio sceso ormai ai minimi da sei anni e mezzo. Il terremoto cinese potrebbe far slittare l’intervento della Federal Reserve sui tassi di interesse americani previsto per il prossimo mese. Il programma straordinario di Washington per immettere liquidità nel sistema è stato avviato dopo la crisi di 2008 e ha contribuito a spingere verso l’alto l’economia americana e quella di molti altri mercati, tra cui la Cina. Ma già nei mesi scorsi sono bastati gli annunci da parte della FED a rivedere verso l’alto i tassi per convincere molti investitori a ritirare i loro capitali dai paesi emergenti. La fine effettiva del programma potrebbe avere conseguenze anche più drammatiche che sarebbe preferibile evitare in un momento delicato come quello che sta attraversando Pechino nelle ultime settimane il mercato finanziario, in Cina ancora inferiore a quello delle altre principali economie mondiali, era inteso come una delle soluzioni al rallentamento dell’economia nazionale. Quello che potrebbe rivelarsi un fallimento della transizione verso il mercato pone interrogativi sia sulle opportunità future dello sviluppo economico cinese sia, nella peggiore delle ipotesi, sulla capacità della dirigenza comunista di assicurare la crescita dell’economia nazionale, mettendo così in crisi la propria legittimità basata sulla performance economica, anche se molti osservatori ritengono che non si andrà oltre il 4-5%, anche a dispetto delle statistiche ufficiali, considerate poco affidabili. Un primo segnale del rallentamento dell’economia è costituito dal settore immobiliare, indicato come una delle cause del crollo azionario. Infatti, un eccessivo trasferimento di risorse dal ‘mattone’ al mercato finanziario ha causato la bolla poi esplosa a luglio.

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