di Elisa Salis

La racchetta in cielo e l’esultanza che inizia in un abbraccio, tutto italiano. Sorridono Flavia Pennetta e Roberta Vinci e lo fanno mentre aspettano le premiazioni agli Us Open di New York, sedute una a fianco all’altra, così come vent’anni prima nei piccoli tornei regionali di categoria in Puglia. Sembra non sia cambiato niente da allora: stessa passione, stesso entusiasmo, stessa complicità e stessa fame di vittorie. Eppure sono quattro i titoli di Federation Cup (equivalente di Coppa Davis femminile) e da più di dieci anni entrambe occupano un posto tra le prime cinquanta giocatrici al mondo. Ma in pochi sanno cosa tutto questo comporti: una vita in viaggio lontano dai propri affetti, dai propri luoghi, fatta di solitudine e innumerevoli difficoltà. Illusioni, delusioni, infortuni da superare col tempo, sfuggevole quando si tratta di assaporare le vittorie.

pennetta“Il ricordo più bello di questi Us Open? L’abbraccio con Roberta! Non sarebbe stata la stessa quest’avventura senza di lei”. Eppure non sono mancati, in tanti anni e a detta di entrambe, piccoli screzi, discussioni, nervosismi e allontanamenti. Ma fanno parte del gioco, un gioco bellissimo fatto di gioie, dolori e grandi sacrifici che ti convinci non verranno mai ripagati pienamente. Ma il tennis fa cambiare idea tante volte e stupisce sul finale come le migliori storie, come quella di Flavia che a trentatré anni diventa la tennista più anziana nella storia del tennis mondiale ad essersi aggiudicata per la prima volta in carriera uno Slam, eliminando rapidamente in semifinale la numero due al mondo, Simona Halep. E Roberta? Roberta esce con stile, non solo tennistico come d’abitudine, e un miracolo sulle spalle: aver fermato Serena Williams, la più grande tennista della storia e averla resa vulnerabile come poche volte l’abbiamo vista, interrompendo a un passo dalla fine la sua corsa al Grande Slam (la vittoria dei quattro tornei più importanti al mondo nello stesso anno). E a casa sua, davanti al suo pubblico, alla sua storia. “I’m sorry”, balbetta Roberta durante l’intervista post-partita, ancora in campo, a pochi secondi dall’ultimo punto, davanti a ventiseimila persone.

Alla vigilia della finale, la storia è comunque firmata Italia e poco importa chi ne uscirà vincente. La vittoria è doppia o se vogliamo una: la consacrazione di due donne, di due atlete di cui purtroppo negli anni si è parlato troppo poco. La faccia dell’Italia che non si arrende nemmeno davanti all’impossibile. E ancora una volta ha bisogno dello sport per dimostrarlo. Portando l’Italia in cielo lo sport lo ha dimostrato fuori casa, oltre confine (e a poche ore di distanza anche la vittoria di Fabio Aru a Madrid ci ha inorgoglito). Magari dessero queste dimostraaioni l’econ0mia, la politica, tutto il made in Italy. Ricordate i marchi Sergio Tacchini e Fila di una volta? Dissolti. Sepoliti. Inghiotti dalla globalizzazione. Imprenditori incapaci di competere, di resistere. Ma nello sport globale l’Italia è Italia (e, almeno quiesta volta, possiamo essere d’accordo con Matteo Renzi). Grazie Flavia. Grazie Roberta.

Posted by Redazione

Leave a reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *