Pasquale Ferrara

Nell’immaginario geo-politico statunitense, le “Americhe” (Nord e Sud) sono puntigliosamente definite “Western Hemisphere”, l’Emisfero Occidentale.  Questa definizione è stata letta, secondo alcune prospettive, come testimonianza della volontà egemonica di Washington sull’intero continente, oppure come rivendicazione di una sua unità potenziale. Versioni assai più blande di quella immaginata da Simón Bolívar sono state realizzate– a titolo di esempio – per via rigorosamente diplomatica (l’Organizzazione degli Stati Americani), libero-scambista (il NAFTA, “North American Free Trade Association”), parzialmente integrativa (MERCOSUR), o velleitariamente anti-globalista (ALBA, Alternativa Bolivariana per le Americhe, di “chaveziana” memoria).

Da parte sua, un Papa proveniente dal Cono Sud dell’Emisfero Occidentale ha contribuito ad abbattere una delle barriere del continente che apparivano più incrollabili, anche se “invisibile”: quella che ha separato per 54 anni Cuba e Stati Uniti, assunti per alcuni decenni a simbolo di diversi e inconciliabili modelli sociali, economici e politici, in una sorta di polarizzazione continentale a carattere fortemente ideologico.

Benché tecnicamente il ruolo assunto da Papa Francesco nella vicenda del riavvicinamento tra Cuba e Stati Uniti non sia configurabile come “mediazione” (quella espletata dal Vaticano è stata piuttosto una funzione di “facilitazione”; fu invece una mediazione quella condotta con successo dal Vaticano tra il 1979 e il 1984 nella disputa tra Cile e Argentina sul Canale di Beagle), il credito di questa svolta gli è universalmente riconosciuto.

Certo, erano già presenti condizioni favorevoli: dalle aperture di Obama all’uscita dalla scena politica di Fidel Castro–  pur con le persistenti criticità in materia di diritti civili e politici–, ma ciò non sminuisce l’incisività dell’iniziativa vaticana e la rilevanza storica e strategica del disgelo tra Washington e L’Avana (in attesa che il Congresso USA decida effettivamente la fine delle sanzioni).

Non è di secondaria importanza il fatto che il Papa argentino (come Che Guevara) sia percepito, a Cuba come altrove, quale interprete della ricerca di una concreta alternativa alla globalizzazione liberal-democratica, che spesso si fa coincidere – con una certa approssimazione – con il modello economico statunitense.

C’è però un’altra chiave per leggere il ruolo del Vaticano sotto Papa Francesco – terzo Pontefice a visitare Cuba, dopo le visite di Giovanni Paolo II nel 1998 e di Benedetto XVI nel 2012 – nella questione cubana, e cioè la prova che le religioni, spesso considerate come fonti di conflitti identitari intrattabili e irrisolvibili, possono in realtà essere parte della soluzione invece che del problema, nelle crisi internazionali.  A questo riguardo, la riconciliazione tra Washington e L’Avana non solo chiude un ulteriore capitolo della Guerra Fredda (anche se il paragone con il ruolo assunto dal Papa polacco, Giovanni Paolo II, nella caduta del Muro di Berlino è eccessivo)  ma riafferma una questione di metodo, e cioè quello del negoziato, come strada maestra per giungere alla soluzione delle controversie.

Negli Stati Uniti Francesco trova un panorama complesso. Mentre è indubbia l’intesa con Obama, ben più variegata è l’opinione che hanno del Papa sudamericano gli ambienti del Congresso e l’establishment economico. Non è un mistero che le decise prese di posizione di Francesco contro le storture e le ingiustizie generate dal capitalismo finanziario, e contro gli squilibri nello sviluppo tra “centro” e “periferie”, siano state abilmente fatte passare come atteggiamenti populistici e demagogici, oppure come denunce troppo generiche contro il “sistema” economico globale, se non addirittura – e assurdamente – come posizioni neo-marxiste. Sta di fatto che molti cattolici statunitensi non hanno digerito la presa di distanza di Francesco dalla teoria del “trickle down” (la creazione di ricchezza prima o poi favorirebbe anche i poveri), né il j’accuse contenuto nell’enciclica Laudato sii contro un approccio meramente strumentale e predatorio nei confronti della natura, con l’invito a “cercare altri modi di intendere l’economia e il progresso”.

Tuttavia Francesco rispetta e considera gli Stati Uniti anche per le immense potenzialità, pratiche e simboliche, di un grande Paese dinamico ed innovatore, che si è formato sulle migrazioni, su un’originale miscela di culture, pur con le involuzioni che si registrano nell’atteggiamento di fasce della popolazione americana. La grande pluralità, la “coralità” degli Stati Uniti è una delle cifre del viaggio di Francesco, che non a caso parteciperà ad un evento interreligioso a Ground Zero e a un incontro per la libertà religiosa con la comunità ispanica degli immigrati a Philadelphia.

In questo contesto il passaggio alle Nazioni Unite assume, nella drammatica narrazione papale della “terza guerra mondiale” per segmenti (e nonostante sussistano divergenze sui cosiddetti “temi etici” tra ONU e Santa Sede), il significato di un appello accorato a ravvivare il tessuto connettivo della comunità mondiale, lacerato da nuove lotte egemoniche, da violenza endemica, dal predominio del paradigma securitario.

Pasquale Ferrara, Direttore Generale, Istituto Universitario Europeo di Firenze

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