Testo dell’intervento tenuto lunedì 28 settembre 2015, alla Libreria Arion di Roma, per la presentazione del volumetto “Avanti, Sardegna!” a cura di Mario Berlinguer, 1945. Il volumetto raccoglie i testi del giornaletto clandestino diffuso in Sardegna in cinque numeri a partire dal giugno 1943.

Guido Melis
Quando scriveva e diffondeva clandestinamente il primo numero di “Avanti Sardegna!” (la data del dattiloscritto, su carta velina facile a nascondersi, è il 3 giugno 1943) Mario Berlinguer aveva da un mese compiuto 52 anni.
Di lui, in rete, si possono trovare varie immagini, relative a diverse epoche. La più remota, forse risalente ai primissimi anni Venti, ce lo mostra già in via di stempiarsi, una camicia dal colletto rotondeggiante alla moda del tempo, le bretelle, una cravatta lunga. Più che la postura tipica dell’avvocato (ne esisteva allora una specifica immagine, quasi un cliché), sembra quella di un letterato. Magro, affilato. La posa è severa. Fissa l’obiettivo, gli occhi nascosti attraverso le spesse lenti rilucenti di un occhialino d’epoca che ne celano le pupille.
Era già allora uno dei più brillanti giovani avvocati del foro sassarese, dove aveva esordito, con alle spalle una solida tradizione familiare, negli anni a ridosso della guerra.
La famiglia Berlinguer a Sassari aveva contato e contava molto: il padre, Enrico, era uno dei protagonisti di punta della Sassari radicale e progressista, uno dei capi riconosciuti di quel “partito degli avvocati” che, tra fine Ottocento e età giolittiana, aveva espresso consiglieri comunali e provinciali, sindaci, parlamentari. Espressione a sua volta della Sassari popolare e democratica delle borghesie liberali e degli artigiani, degli ortolani e degli operai delle piccole industrie cittadine, contrapposta a quella notabiliare e moderata della grande proprietà terriera. Uomini insomma della città, dove rastrellavano i loro voti (mentre i loro avversari li ottenevano nelle campagne intorno: “deputato de li biddi” sarebbe stato bollato a inizio secolo l’avversario principale dei radicali, l’avvocato Michele Abozzi).
C’erano, attorno al vecchio Enrico, un cospicuo gruppo di amici: l’avvocato Pietro Satta Branca, l’avvocato Pietro Moro, l’avvocato Filippo Garavetti, futuro deputato e più tardi, divenuto moderato e fiancheggiatore del fascismo, nominato senatore del Regno. Alcuni di loro erano stati i firmatari, l’8 agosto 1891, dell’atto di nascita del settimanale, poi quotidiano “La Nuova Sardegna”: strumento importantissimo e modernissimo di comunicazione, che aveva dato ai progressisti una voce e un punto di aggregazione politica. Furono loro, Berlinguer e i suoi amici, fedeli alle idee radicali di Felice Cavallotti, “il bardo della democrazia”, sia pure con alterne fortune e vincendo l’ostilità dei prefetti giolittiani, a dominare a più riprese il Comune, ad eleggere alcuni amici nella deputazione provinciale, persino ad esprimere un deputato.
In quel clima crebbe il giovane Mario, facendo prima il garzone di bottega e poi le sue prime prove di scrittura, ancora poco più che adolescente, nelle anguste, fumose stanze e nella tipografia della “Nuova Sardegna”. Primi cimenti letterari, poi la laurea in leggi nel 1913 (tesi in filosofia del diritto), quasi un obbligo ereditario. Ma lui avrebbe ben presto dimostrato di avere la tempra del grande avvocato.
Contava, e molto, la tradizione della avvocatura sassarese, e di quella nuorese ad essa strettamente collegata. Prìncipi del foro, si è scritto tante volte, con enfasi forse eccessiva: certo acuti interpreti del processo penale “sardo”, diverso per molti aspetti dal processo penale senza aggettivi, perché profondamente legato alla realtà rurale, a quella della Barbagia ma anche a quella delle vaste campagne del Sassarese e della Gallura. Basato sì sul codice, ma anche sulla conoscenza profonda degli uomini e dei loro rapporti sociali. Maestri di quell’arte furono Ciriaco Offeddu, poi nel dopoguerra Pietro Mastino, Gonario Pinna, Luigi Oggiano. E tra i sassaresi gli avvocati Andrea Cugiolu e Berlinguer. Manlio Brigaglia in Sardegna perché banditi cita un paio di volte Mario Berlinguer come interprete di quella cultura: dae su no no si tinghet papiru, era il motto poi divenuto proverbiale che il giovane avvocato sassarese aveva tratto dalla sua consuetudine con gli imputati barbaricini, specialmente orgolesi (se dici no, non ti possono accusare di nulla); o anche gli occhi so d’ea, l’espressione del teste che ritratta: gli occhi sono fatti d’acqua, signor giudice, possono aver visto male. Avvocati straordinariamente esperti dell’ambiente, profondi conoscitori dell’esperienza diretta delle tante diverse “culture” dei paesi sardi: rapporti di assoluta fiducia con i clienti, rara capacità di scavare nei testi processuali e nelle prove, perfetta padronanza dei dati ambientali. E naturalmente efficacia retorica: un’arte della quale eccelleva il giovane Mario, come testimoniarono tante volte i suoi più anziani colleghi e maestri (io ricordo ciò che me ne raccontò Gonario Pinna, uno dei grandi penalisti nuoresi).
Il primo, impegnativo banco di prova sarebbe stato negli anni stessi della guerra il celebre “processone” di Orgosolo (una sequenza feroce di delitti locali, nella cornice del grande massacro nazionale della trincea) concluso in prima istanza nel 1917 – i migliori difensori sardi tra cui il giovane Berlinguer al banco degli avvocati – con una pioggia di assoluzioni. Di quel modo speciale di fare l’avvocato, lui, Berlinguer, ne avrebbe lasciato molte tracce, una nel librino In Assise. Ricordi di vita giudiziaria sarda, pubblicato da Mondadori nell’agosto del 1944, ristampato ad aprile del 1945 (ne esiste adesso un’edizione recente, del 2006, intitolata Gli occhi sono acqua).
Intanto però c’era stata, appunto, la guerra mondiale (Berlinguer, come tanti ragazzi della borghesia progressista italiana, era stato interventista per idealismo e spirito patriottico, fece il suo dovere). Venne poi il congedo e il rientro a Sassari, il matrimonio, la nascita di Enrico nel 1922 (il secondogenito Giovanni sarebbe nato nel 1924); e, quasi come prosecuzione naturale della tradizione di famiglia, l’impegno in politica. E l’antifascismo, naturalmente.
Ho detto naturalmente, ma non era una scelta così scontata. Il vecchio gruppo della “Nuova Sardegna”, come ha documentato la storiografia, si spezzò nel 1921-23 in due tronconi. La “Nuova” stessa oscillò vistosamente: inizialmente accolse con toni di simpatia Mussolini e il suo movimento. Fu antisardista per timore dei contadini e della rivoluzione nelle campagne e antisocialista per istintiva paura della rivoluzione operaia nelle città. In un clima di incertezza segnato drammaticamente dal tradimento definitivo di Garavetti, morì il vecchio Pietro Satta Branca (Enrico, il padre di Mario, era già morto nel 1915) e gli succedette alla direzione del giornale il figlio Arnaldo. E questi, antifascista e legato al combattentismo democratico, chiamò a sé, a gestire con lui il giornale, il gruppo dei giovani, primo tra tutti Mario, inaugurando con loro una intransigente, coraggiosa opposizione al fascismo, che frattanto era andato al potere e si apprestava alla dittatura.
Non fu un periodo facile. Come ricorda Manlio Brigaglia, “Berlinguer, che era il leader dell’opposizione al fascismo, fu percosso in un paio di comizi, in altri impedito di parlare”. Ma nelle elezioni del 1924, le ultime cui poterono partecipare le opposizioni, Mario fu candidato come amendoliano della lista liberal-democratica della stella a cinque punte, aperta dal prestigioso nome del vecchio Francesco Cocco-Ortu, leader di sempre dei liberali sardi, luogotenente prima di Crispi poi di Giolitti, dei quali era stato ministro: e inaspettatamente lo batté, raccogliendo 1500 voti di preferenza nella sola Sassari e conquistando il seggio alla Camera. Fu dunque l’unico deputato antifascista sardo, eccettuati i 4 eletti dai sardisti.
Non durò per molto, come è noto. Il delitto Matteotti lo vide in prima fila nelle opposizioni aventiniane. Poi sopravvenne il definitivo avvento della dittatura e cominciò il lungo silenzio. Berlinguer, sorvegliatissimo, visse a Sassari, esercitando la sua professione, ma anche, specialmente attraverso il cognato Stefano Siglienti (che aveva sposato la sorella Ines), e insieme al fratello Aldo che gli fu sempre vicino (così Marina Addis Saba), mantenendo un collegamento costante con i circoli all’estero di “Giustizia e Libertà” e con quel circuito di sardi che, pur restando in Sardegna, ebbero, tra mille difficoltà e ostilità, la forza di non mollare (a Sassari va almeno nominato Michele Saba, anche lui avvocato, arrestato nella retata contro “Giustizia e Libertà” del 1930).
“Sardegna Avanti!”, di cui ora parliamo (il titolo riecheggia quello di un battagliero foglio socialista gallurese del primo dopoguerra, animatore il futuro direttore amministrativo della Università di Roma, il gallurese Nicolino Spano), si colloca alla fine della lunga parentesi, prelude al momento del riscatto. Francesco Spanu Satta, nel suo Il dio seduto, che è una cronaca ricca di notazioni acute sul periodo della transizione, ne parla, forse ingenerosamente, come di “un’iniziativa velleitaria, cui collaborarono uomini di varie idee politiche”. Le copie clandestine, battute su carta velina negli studi degli avvocati antifascisti partecipi del complotto (tra i quali c’era anche lo studio Berlinguer), con macchine forse dai caratteri riconoscibili (se però la polizia fosse stata più accorta, suggerisce sempre Spanu Satta), venivano poi ribattute altrove e diffuse in una sorta di catena che coinvolgeva alla fine un centinaio di persone. Secondo Spanu Satta tra i dattilografi clandestini qualcuno si servì persino della macchina da scrivere del Comando della 406ma divisione costiera, battendo il giornaletto sovversivo nella stessa stanza che custodiva le carte dell’ufficio divisionale del Sim, il servizio segreto militare. Facevano parte della improvvisata redazione anche Michele Saba e Salvatore Cottoni.
Circa 35 pagine a stampa. Testi elementari, ma nella loro concisione efficaci. Frequenti i riferimenti ai martiri della lotta antifascista o alle grandi personalità in esilio, per tutti a Emilio Lussu. Inconfondibile, pur nelle formule stereotipate della propaganda, lo stile di Mario Berlinguer, che avrebbe rievocato poi quei tempi di ferro e di fuoco in un breve articolo apparso nel 1945 sul periodico di studi regionali “Sardegna” (ora riprodotto insieme ai testi del giornale clandestino nell’antologia a cura di Brigaglia Gli antifascisti sardi, 1986).
E venne finalmente il 25 luglio. Di Mario Berlinguer in quei giorni c’è un breve ricordo nel Diario del ’43 di Aldo Cesaraccio, che aveva in pratica co-diretto “L’Isola”, il quotidiano creato nel 1926 dal fascismo per sostituire la cessata “Nuova Sardegna”.
“Il primo antifascista che ho veduto – annota Cesaraccio riferendosi a quelle ore a Sassari – è stato Mario Berlinguer. Aveva l’aria di sempre, cioè di quando conversava con me in tempo fascista. Era in bicicletta, in via Brigata Sassari, e quando mi ha visto è smontato, mi è venuto incontro, mi ha stretto la mano e mi ha detto: ‘Lei non ha nulla da temere’. […] E ha continuato: “Certo, non è quel che volevamo noi, un capo del Governo con fotografia sui giornali”. Né io gli ho detto che la fotografia di Badoglio era stata messa il giorno prima sull’ “Isola” non per far piacere al Maresciallo, ma perché non sapevo cosa mettere in prima pagina”.
Battuta riduzionistica, com’era nelle corde di quel bravo professionista che fu Cesaraccio, giornalista di razza sì, bella penna, ma affetto però da qualunquismo endemico, che in questo caso riduceva la grande storia di quei giorni a un fatto banale di emergenza redazionale. Ma era anche emblematica, la sua battuta, del clima in cui il trapasso dalla dittatura al regime semi-libero di Badoglio era avvenuta a Sassari e avveniva in Sardegna. Senza morti e feriti, cioè, in un torpido clima di passaggio di mano all’insegna della filosofia del potere di sempre: cambiare tutto perché nulla cambiasse.
Iniziava comunque un’altra storia. E Mario Berlinguer l’avrebbe vissuta da protagonista nazionale. Dirigente di spicco del Partito d’Azione, collaboratore fondamentale di Carlo Sforza all’Alto Commissariato all’Epurazione, poi alto commissario per la punizione dei crimini fascisti (sarebbe stato pubblico ministero in alcuni grandi processi, come quello per l’eccidio dei fratelli Rosselli), quindi membro della Consulta nazionale, poi a lungo deputato e senatore, dal 1947 dirigente del Partito socialista. Amico personale di Nenni e di Togliatti (del quale era stato compagno di scuola a Sassari e al quale avrebbe come è stato tante volte scritto affidato il figlio Enrico).
Di lui molto vi sarebbe ancora da dire, perché il suo ruolo non fu marginale (intensa fu, ad esempio, la sua attività parlamentare, basterebbe ricordare l’opera a favore dei pensionati). Ma forse, per cogliere a fondo il suo innato pragmatismo e la capacità di cogliere fulmineamente il momento politico, doti innate che gli furono caratteristiche, basterà rievocare la scelta non facile compiuta nel 1944, quando, contravvenendo alla direttive del Partito d’Azione, non volle ritirare la sua adesione al governo Badoglio, colpevole di restare agnostico sulla scelta istituzionale, e lo fece, quel “compromesso”, sottolineando la rilevanza dell’“opera antidinastica che si poteva svolgere dall’interno”.
Repubblicano e antifascista sempre, insomma, ma con quel senso concreto delle cose che forse gli derivava – voglio credere – anche da un certo realismo, dal pragmatismo innato appreso nella Sassari borghese e popolare della sua formazione.

Posted by Redazione

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