cagliari panoSi terrà lunedì 5 ottobre ore 17.30 il dibattito “Sardegna: ma c’è solo Cagliari? “. Organizza la Fondazione “Antonio Segni” nella sala conferenze de L’Unione Sarda in piazza Santa Gilla a Cagliari (nella foto a sinistra, nella foto in basso uno dei Comuni più piccoli dell’isola, Alagiara). Il politologo Guido Melis, sul tema, ha scritto la seguente riflessione.

Guido Melis

Meglio dirlo subito: questa non è la disfida di Barletta tra sassaresi e cagliaritani. La rivalità, vera o presunta, tra Cagliari e Sassari appartiene alla sfera della memoria storica, confinata ormai nelle battute. Ne voglio citare due, fulminee. La prima è di Peppino Fiori, che rispondendo a una mia domanda alla radio regionale, in non so più quale anno, disse, con il piglio che gli era caratteristico: “Ma basta con queste storie. Cagliari è l’unica vera città della Sardegna. Sassari è case più campagna. Nuoro campagna più case”.
La seconda è di Manlio Brigaglia, che in una iniziativa agli Amici del libro, sollecitato da una gentile signora a raccontare una barzelletta sulla storica rivalità, ne raccontò due. La prima, filo-sassarese: “Perché gli arabi hanno il cammello e noi i cagliaritani? Perché loro hanno scelto per primi”. La seconda, che considero molto in tema, filo-cagliaritana: “Un tale va dallo psicanalista e dice: dottore ho il complesso di inferiorità. E quello: no, lei non ha il complesso di inferiorità. Lei è veramente inferiore”.
Chiudiamola qui, dunque. Se giocano Cagliari e Torres, vince il Cagliari. Ragioniamo pacatamente dell’area metropolitana a Cagliari, invece.
albagiaraLa Sardegna, se si scorrono i dati, si è in questi anni sbilanciata ulteriormente verso il capo di sotto. E’ vero che quanto ad abitanti nelle cinte urbane, Cagliari e Sassari non sono poi molto distanti. Ma Cagliari ha un grande indotto quotidiano, che la configura come una calamita che attrae la periferia. La Carlo Felice, da Cagliari in su, è, al mattino presto e alla sera dopo il tramonto, fittamente percorsa da un popolo di pendolari che gravita sulla città. Non accade la stessa cosa a Sassari, per quanto anche qui siano avvenuti negli scorsi decenni significativi fenomeni di inurbamento dai paesi del Logudoro, dal Meilogu e dall’Anglona (persino dalla più lontana Gallura). Ma non c’è mai stata a Sassari, almeno in questo dopoguerra, una politica pianificata di collegamento col retroterra e la stessa area Sassari-Alghero-Porto Torres esiste più sulla carta che nella realtà.
Storicamente questo primato di Cagliari ha radici in molti fattori. Uno, decisivo, è l’antico ruolo di capitale del Regno, che ne ha fatto nei secoli il centro amministrativo e politico. A Cagliari stava il viceré spagnolo e sabaudo, e poi hanno risieduto i molti viceré successivi.
Il secondo, dopo la rincorsa di Sassari nel periodo giolittiano (età d’oro della città) e un certo equilibrio del rapporto in epoca fascista, è l’impetuosa rinascita di Cagliari dopo le bombe della seconda guerra mondiale: un balzo in avanti memorabile, eroico, di un vitalismo straordinario. C’è un documentario di Renzo Serra mi pare che mostra i cantieri in febbrile sviluppo, la migrazione dai paesi contadini del Campidano, la rapida assunzione dei caratteri moderni della città.
Il terzo fattore è stato costituito dalla Regione. In un contesto di municipalismi deboli, la Regione ha giganteggiato, sia come ente distributore di risorse finanziarie, sia come luogo di formazione e di insediamento di un  nuovo, pervasivo ceto burocratico. La politica, la burocrazia, i loro reciproci intrecci (qualche volta affaristici), la naturale emersione di un ceto di mediatori esterno legato alla presenza della Regione, hanno determinato una aggregazione di potere che a Cagliari-città ha trovato la sua ambientazione. Non vale obiettare che il ceto politico di estrazione strettamente cagliaritana, nella gestione politica della Regione, ha contato relativamente, addirittura meno di altre componenti sub-regionali. Quel che conta qui non è chi rappresenta fisicamente il potere, ma le articolazioni di quel potere, il suo radicamento, la localizzazione geografica della leadership, la ricaduta delle sue azioni.
Senza contare che rispetto ad altre città sarde, la città di Cagliari si è potuta giovare di un ceto dirigente urbano più consapevole, meglio collegato alla sua rappresentanza politica: e soprattutto più dotato di un progetto politico-urbanistico incentrato sullo sviluppo della  città. Laddove le componenti della classe dirigente regionale non cagliaritane (ad esempio quelle espresse dalle zone interne) hanno avuto meno chiara una simile bussola, se volete anche perché hanno interpretato la questione sarda nella sua interezza, non declinandola in chiave cittadina: e ciò, inevitabilmente, ne ha disperso l’azione impedendo che si concentrasse nei rispettivi poli urbani di riferimento. In termini di geografia, del resto, vale l’antica constatazione di Peppino Fiori: la Sardegna è fatta più di campagne, e di campagne appartate e prive di rappresentanza, che di città. Dove la città moderna si afferma come tale, è inevitabile che vinca la gara.
Con tutto ciò, io dico che Cagliari è essa stessa stata debole. Ha espresso potere amministrativo, nella sua forma burocratica.  Un gigante ma coi piedi di argilla. Per esempio è rimasta sotto scacco quando ha avuto a che fare, come tutta la Sardegna, con il grande potere economico venuto dal mare.
Ciò è risultato chiarissimo negli anni dell’industrializzazione, quando è stato quell’altro potere a ridisegnare la nostra geografia economica, non per caso creando nel Nord-Sardegna un polo importantissimo, e più tardi tentando di radicarsi (nella sua forma di economia pubblica) anche al centro, con l’ambizioso disegno di Ottana. Allora la classe dirigente cagliaritana ha rivelato i suoi limiti, che del resto sono gli stessi di tutta la classe dirigente regionale sarda: capace di gestire potere burocratico in casa, esclusa – per proprie incapacità congenite – dal determinare le scelte economiche di fondo che si fanno fuori casa. Le decisioni, in quegli anni, le ha prese un circuito di poteri forti comprendenti i grandi industriali della petrolchimica (che si sono appropriati persino dell’ “Unione Sarda”, organo della borghesia cagliaritana, come del resto della “Nuova Sardegna”) e gli enti pubblici con la testa nella politica romana. Cagliari le ha subite, tutt’al più inserendosi a cose fatte.
Tutta questa analisi un po’ frettolosa, della quale mi scuso, serve a discutere la tesi di quanti vedono il futuro della Sardegna esclusivamente nel potenziamento del polo cagliaritano, unico snodo – si dice – capace di stare in  rete col mondo di fuori. E assegna attraverso l’area metropolitana una posizione istituzionale a Cagliari di assoluta priorità sul resto dell’isola.
Domando: come immaginiamo il futuro prossimo della Sardegna? Ho l’impressione che stia maturando, in una parte dei ceti dirigenti sardi e persino in settori influenti della classe politica regionale, l’idea che questo futuro implichi la riduzione dell’intera realtà regionale al ruolo dirigente di Cagliari.
Lo dicono molti fattori. La principale istituzione finanziaria dell’isola, il Banco di Sardegna (ormai molto poco sardo) e la sua potente fondazione, con alla testa un gruppo dirigente sardo-cagliaritano, concentra ormai apertamente la sua attività sul polo sud dell’isola (parlo di cose serie, non di distribuzione di briciole); il suo presidente non più tardi di un paio di anni fa si espresse sull’unificazione necessaria del sistema universitario sardo in un unico ateneo; l’assessore ai Trasporti della Regione lancia l’idea di una navetta aerea che colleghi Cagliari al continente. Nessuno si preoccupa dello stato delle comunicazioni interne dell’isola: dell’isolamento delle aree interne (che ormai sono desertificate, sicché la Sardegna si riduce alla figura di una enorme ciambella popolata sulle coste e convergente sul suo nodo più a sud); ma anche dello stato della principale arteria dell’isola, la Carlo Felice (mi piacerebbe sapere quanto si è speso per rattoppare il tratto Oristano-Cagliari e quanto non si è speso sull’altro segmento della strada, che porta verso Sassari). Per non dire del ricorrente discorso sulla riduzione ad uno dei due aeroporti settentrionali, Alghero e Olbia. Persino andare da Cagliari a Sassari, se ci vuoi andare dopo le 19 di sera, è diventato un problema risolubile solo con il “bla bla car”: trasporti pubblici inesistenti.
Intanto le politiche governative di spending review colpiscono centro e nord Sardegna: si sopprimono sovrintendenze, si parla di eliminare tribunali e la sezione autonoma della Corte d’appello di Sassari (che si porta dietro Tribunale per i minorenni e Tribunale di sorveglianza) sarà presumibilmente soppressa mentre nessuno dei deputati sardi (in particolare quelli espressi dall’area di Cagliari) si interessa della tante volte richiesta istituzione della Corte pleno jure nella parte Nord della Sardegna.
A conti fatti è uno stillicidio di misure e provvedimenti e progetti che depauperano il centro-nord dell’isola.
Ha un senso questa politica di concentramento su un unico polo? Ha un senso un’area metropolitana che si risolva – fatta salva, immagino, qualche concessione –  in una simile politica?
Io penso di no. E non lo penso nell’interesse degli esclusi, che pure qualcosa dovrebbe contare perché si tratta dei due terzi della Sardegna. Lo penso nell’interesse della stessa Cagliari.
Perché – questo è il punto –  non viviamo più nell’epoca storica dell’urbanizzazione selvaggia, nell’epoca della fabbrica fordista con attorno la città sede dei servizi e dei quartieri operai, nell’epoca della concentrazione degli uffici e dei palazzi del potere nelle città, nell’epoca delle province con dentro i terminali dello Stato uguali dappertutto. L’epoca della geografia napoleonica, che cancellò in tutta Europa nell’Ottocento la vecchia geografia dispersa dell’Ancien Régime, è finita.
Viviamo invece l’epoca (mi si perdoni la semplificazione) delle grandi reti, della geografia che diventa reticolare, della comunicazione istantanea e continua basata sulla connessione: connessione fisica ma specialmente immateriale, per cui – come accade ormai in alcuni grandi Paesi del mondo – può accadere che chi lavora in una grande azienda lo faccia da casa sua, senza spostarsi di centinaia di chilometri per confluire nella centrale da cui dipende, pestando sulla tastiera del suo computer, senza intasare le strade con il traffico in entrata e in  uscita dai grandi poli urbani.
Per cui accade (lo dice benissimo un libro di un economista italiano che lavora negli Stati Uniti, Enrico Moretti) che la Apple produca idee a Copertino, le realizzi in tecnologia avanzata a Hong kong, e infine le trasformi materialmente in prodotto in qualche città cinese, sfruttando mano d’opera a basso prezzo e violazioni agli standard di inquinamento.
Le reti, insomma: che in parte rivoluzionano il rapporto storico tra la campagna e le città; che modificano il ruolo dei centri urbani; che perifericizzano la produzione; che la distribuiscono sul territorio vasto sfruttandone le vocazioni differenziate.
Non è più il tempo delle gerarchie a gradini discendenti. E’ venuto il tempo della integrazione su scala parallela. E della distribuzione sui territori del potere.
E se, invece che alla polarizzazione vecchia maniera, a Cagliari capitale secondo lo schema del passato, pensassimo in Sardegna ad una distribuzione sui territori? Al ripopolamento delle zone interne, allocandoci una agricoltura moderna e tecnologicamente assistita e magari sfruttando a questo scopo le risorse demografiche che può offrire la migrazione dall’Africa? A una dislocazione dei centri oggi concentrati in una rete che abbracci la periferia e la integri? Se ragionassimo cioè in termini non di aree metropolitane diffuse (Olbia e persino Sassari aree metropolitane sarebbero ridicole) ma di diffusione delle responsabilità a seconda delle vocazioni naturali dei territori?
Non ho tempo di sviluppare quest’ultimo punto. Ma pongo un interrogativo: chi se ne sta occupando, in Sardegna? Quale sede politica? Chi ha una visione regionale, cioè generale e non parziale, di questo problema?
Insomma, e concludo, se trovassimo, in questa classe politica e dirigente stremata (e ci metto anche noi intellettuali, naturalmente, pensando con nostalgia al ruolo che ebbe al tempo del Piano di Rinascita il gruppo attorno ad Antonio Pigliaru o – in politica – i centri pensanti dei partiti), se trovassimo lo scatto di reni per un dibattito vero, non ispirato a mire di potere effimero ma a una visuale presbite del futuro, su quello che potrebbe essere il destino della Sardegna?

Posted by Redazione

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