Correva l’anno 1953 quando Mr Xi Jinpin veniva al mondo. Nello stesso anno, alla morte del padre Giorgio VI, Elisabetta II veniva incoronata nell’abbazia di Westminster, in quello che sarebbe, ed ancora lo è, il regno più lungo della storia britannica. Una coincidenza non da poco vista la solennità della visita. Xi Jinping è arrivato a Londra, di recente, accolto come pochi, o forse nessun altro prima, ospite niente poco di meno che a Buckingham palace, dove la corona risiede ufficialmente.

Osannato dalla stampa con intere pagine a sottolineare la portata storica dell’evento, voci discordanti hanno evidenziato la visita nei due rami del parlamento a Westminster, un onore concesso solo a rappresentanti di stati democratici, da cui la Cina è ben sideralmente lontana dall’esserlo. Una genuflessione diplomatica, il “kowtow” cinese, non gradita all’unanimità.

La corteggiano tutti la Cina, il Paese più popoloso del pianeta terra, la seconda potenza economica planetaria e in costante ascesa nel settore militare. Una donna che tutti vogliono invitare a ballare, non da meno l’Inghilterra, che sull’emisfero orientale ha capito che si gioca il futuro. Un ricevimento lungo quattro giorni, per tastare, capire e dimostrare che la Gran Bretagna sul gigante asiatico ripone gran parte delle sue puntate nel difficile terreno della politica estera.

Il silenzio di David Cameron sugli aspetti controversi all’interno dell’alleato asiatico ha fatto smuovere più di una critica, facendo storcere il naso anche a una buona fetta del suo partito, che sui diritti civili e politici si aspettava qualcosina in più, quantomeno un accenno.

La politica però, nella sua veste pragmatica e cinica, ha prevalso su tutto. L’agenda delle discussioni è stata ampia quanto concreta. Si è parlato di investimenti bilaterali, dall’importante coinvolgimento inglese nell’ Asian Infracstructure investment (Sardinews maggio 2015), ai colossali investimenti infrastrutturali in Uk, alla loro quota di azionariato nell’energia atomica britannica, oltre all’acciaio cinese a buon prezzo che sta paradossalmente mettendo fuori mercato la produzione mondiale e inglese con i suoi oltre 30.000 lavoratori a rischio nelle regioni del nord.

La Cina è oltremodo presente con oltre 150.000 studenti e turisti ogni anno nella terra di sua Maestà: quota destinata a lievitare dopo gli accordi sulle agevolazioni concernenti i soggiorni biennali nella Visa policy, ossia la legislazione riguardante il permesso che determina la durata e il diritto alla permanenza.

Secondo i numeri del Fondo monetario internazionale la Gran Bretagna è ancora il fanalino di coda nella esportazioni verso il colosso orientale: davanti ha ancora gli Stati Uniti, con circa 125 miliardi di dollari americani di controvalore e la Germania con 80 miliardi. Ancora meglio fanno i francesi, con 25 miliardi. La Gran Bretagna è ferma a 23. Ma c’è chi è già pronto a scommettere, il Cancelliere dello scacchiere George Hosborne (il ministro delle Finanze) in primis, che questi numeri cresceranno esponenzialmente negli anni a seguire.

La Cina ha recentemente conosciuto una frenata nella sua crescita, un raffreddamento della sua corsa che, secondo l’ultimo trimestre considerato, segna un comunque ragguardevole 6,8 per cento nel Pil. In tutti i casi una cifra da far impazzire anche il più ottimista degli economisti occidentali.

In tutta questa vicenda non sono certo mancate le preoccupazioni di Washinton su un rapporto privilegiato fra Londra e Pechino che potrebbe comunque, se pur di poco, aver fatto “politicamente ingelosire” l’alleato storico oltre oceano, considerando che la Cina detiene buona fetta del debito pubblico statunitense. Secondo l’istituto di ricerca You.gov, il 39 per cento dei sudditi di Sua Maestà pensa che nell’arco di venti anni sarà il dragone asiatico il loro primo partner commerciale.

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