armungiaÈ uno dei più piccoli paesi sardi a ospitare studiosi italiani che discutono dei temi a loro più congeniali, “Memorie, saperi, musei”. Qui è tornato uno dei padri contemporanei dell’antropologia italiana, Pietro Clemente, che dopo il Flumendosa ha bagnato i panni tra Tevere e Arno. E capite perché il villaggio di Emilio Lussu sia oggi diventato il luogo d’elezione della “Scuola di Armungia” che fra le colline e le forre del Gerrei trova una nicchia autonoma per quegli studi tutti speciali definiti “demoetnoantropologici”. Non da oggi. Perché le ricerche sul campo – fra Murdèga e Cilixiucci – durano da decenni con ricercatori che hanno indagato e indagano ancora sugli usi e costumi di chi è rimasto a vivere fra i nuraghi di ieri e le odierne pale eoliche 2.0. Con un occhio attento alla cronaca, anzi a cronache sopite o mai conosciute. Come quelle della strage di 43 minatori in Maremma, nel 1954. Nella galleria di Ribolla, frazione di Roccastrada, restarono uccisi da un’esplosione di grisù anche cinque sardi – partiti da Jerzu, Ozieri, San Vito, Armungia e Terralba. Non se ne sapeva nulla o quasi. Altri erano stati sepolti vivi in una galleria toscana di carbone nel 1917. Minatori ignoti, uccisi sul lavoro, tra i figli di 47 nuclei familiari che – durante gli anni del fascismo – avevano lasciato l’Isola per la Toscana ma senza costituire alcun club o nostalgico circolo quattromori. “Erano orgogliosi dell’identità sarda ma la esprimevano felici con la parlata toscana, avevano rotto ogni rapporto con la loro lingua madre”, ha detto Antonio Fanelli (università di Firenze). Francesco Bachis (università di Cagliari) ha ricucito misteri e storie minerarie con la sua relazione “Memoria della crisi, crisi della memoria”. Perché – dopo l’analisi di Paola Atzeni – ha ripercorso le vicende e le tragedie della avventura-sventura mineraria del Sulcis Iglesiente e della miniera di San Giovanni chiusa dopo i 33 giorni di sciopero del 1992 ricordando la profezia di un professore di Lettere riciclatosi a minatore, Manlio Massole (l’autore del bellissimo libro “Stefanino nacque ricco”. All’uscita dalla galleria, dopo la protesta, Massole aveva detto: “Adesso chiudono le miniere, è il primo colpo di un disegno per smantellare dalla Sardegna tutte le attività industriali”.

Non solo miniere. Il progetto-Armungia (responsabile scientifico Gabriella Da Re) può essere considerato un progetto-leader, valido per ogni paese sardo dove ci siano buone volontà. Perché – “in questi luoghi ricchi di pensieri e di storie”- si nota anche l’emergere di “nuove personalità”. Una Sardegna – ha detto Da Re – “da valorizzare non in modo mitico ma con l’esaltazione della creatività locale”. Che c’è villaggio per villaggio, ma va aggiornata, rifinita, proiettata verso il mercato. Perché anche col saper fare manuale i villaggi sardi potranno aver vita. Ed ecco, ad Armungia, la nascita di un laboratorio di tinture (ne ha parlato Felice Tiragallo) o le nuove vocazioni artigiane con i “paradigmi alternativi e visioni del mondo” descritti da Claudia Sias o il “pastoralismo estetico” tracciato da Sergio Contu attento alle “pratiche di consumo nella sartoria maschile in Sardegna”. Barbara Cardia e Tommaso Lussu – anime di questo risveglio – hanno indagato un altro aspetto: “La tessitura a mano ad Armungia. Tradizione e innovazione a casa Lussu” proprio dove osava il Cavaliere dei Rossomori con sua moglie Joyce. Nuovi saperi, insomma, per immaginare – lo ha detto il sindaco Antonio Quartu – una “visione futura” non solo per Armungia ma per tutti quei paesi sardi votati all’estinzione o quasi nella più assoluta delle indifferenze della classe dirigente. Ci si è domandati, fra altri spunti di riflessione, se siamo in grado di dar valore al bisso in quella miniera non sfruttata di pluriculture come l’Isola di Sant’Antioco. Il no è a tutto tondo. Ecco perché occorre insomma servirsi della tradizione per dare un orizzonte che sia in grado – con una più accurata qualità dell’accoglienza e della permanenza – di valorizzare le eccellenze ambientali, culturali, artistiche e per quelli che Giulio Angioni ha chiamato “patrimoni e beni comuni”.

Naturalmente – nelle sale del Museo dove trovate vita e opere di Emilio Lussu, di sua moglie Joyce e una bella mostra sulla Brigata Sassari a cura di Alberto Cabboi – prima delle conclusioni di Filippo Zerilli sono riecheggiati i nomi sacri di Ernesto De Martino e di Alberto Mario Cirese. Con Pietro Clemente che ha visto “un proletariato sui generis nei minatori e un proletariato di fabbrica negli operai di Macchiareddu e Ottana”. Ma soprattutto ha individuato nel saper fare locale “gli oggetti ambasciatori” della Sardegna. Sono ambasciatori i complessi minerari diventati archeologia industriale, lo sono i nuraghi e le chiese romaniche, i maestri coltellinai, ma allo stesso modo i produttori moderni di formaggi, vini, olii. Questi hanno saputo innovare e conquistare i mercati possibili. Ha innovato chi gestisce i musei, i nuraghi, le tombe dipinte? L’offerta culturale – con rarissime eccezioni – è sempre meno adeguata alla domanda. Occorre innovare. Lo chiedono gli antropologi. Hanno radici nel passato ma vedono lontano.

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