Nell’isola imbottigliano cento aziende, ma la commercializzazione è un sogno

“ Se qualcuno avrà sradicato o abbattuto un olivo, sia di proprietà dello stato che di proprietà privata, sarà giudicato dal tribunale e se sarà riconosciuto colpevole, verrà punito con la pena della morte”

Aristotele, Costituzione degli ateniesi

Le piogge dell’ultimo mese hanno dato una mano all’agricoltura sofferente e da diverse settimane è iniziata la raccolta delle olive. Quest’anno la produzione dovrebbe attestarsi tra gli 80 e i 100mila quintali, secondo Gianni Bandino, 63 anni, agronomo di Serrenti, appena andato in pensione, dopo oltre 40 anni di servizio nei centri di ricerca agraria. Bandino, il massimo esperto nell’isola del comparto olivicolo, dice: “La produzione è media, ma la qualità sarà buona anche per il fatto che la mosca dell’olio , visto le alte temperature estive, ha colpito poco. In alcune zone la produzione è buona, nel   Montiferru, dove esistono degli alberi secolari messi a dimora durante la dominazione spagnola. In altre zone, ad esempio Parteolla, i numeri tendono verso il basso. Facendo la media ci si può ritenere soddisfatti.”
Nei supermercati solo tre bottiglie su dieci sono prodotte in Sardegna (abbiamo circa cento aziende che producono e imbottigliano). Per il resto si tratta di olìì, che arrivano dal continente. In certi casi le aziende lavorano i frutti provenienti da altre nazioni mediterranee. La Spagna, “sforna” il cinquanta per cento della produzione mondiale, di cui il trenta per cento nella sola Andalusia. Poi vengono Italia e Grecia, con percentuali nettamente inferiori.
L’olio sardo è di eccellente qualità e raccoglie allori nei concorsi nazionali e internazionali, battendo i più famosi “colleghi” umbri, toscani e pugliesi. Il prezzo per un buon litro d’olio extra vergine, non è inferiore ai sei euro.
“A quel prezzo, che parrebbe alto, l’olivicoltore riesce sopravvivere- aggiunge l’agronomo- le spese sono tante e vendere a minor prezzo significa andare in perdita. Occorre una diversa mentalità. Non è sufficiente avere dell’olio ottimo, se poi rimane sotto il letto di chi lo produce. Manca tutta un’idea di commercializzazione. Intendiamoci, come detto, cento aziende sarde lo fanno, ma nella stragrande maggioranza, l’olivicoltore adopera l’olio per l’autoconsumo o si affida al passaparola. Chi compra al supermercato, lo fa perché i prezzi sono molto inferiori e perché non ha come riferimento un coltivatore diretto. Nei paesi, ogni famiglia ha la riserva. Il surplus non può venderlo al vicino, ugualmente olivicoltore. Dovrebbe indirizzarsi verso le città. La nostra produzione copre il quaranta per cento del fabbisogno regionale : il resto arriva dalla penisola o da altri paesi del Mediterraneo”.
“Non è possibile dire quanto importiamo – afferma Bandino – perché certe aziende, non specificano, nel senso che mandano da noi anche i prodotti sottolio e quindi i numeri sono falsati”.
Così come è difficile parlare di cifre che riguardano l’esportazione. I fratelli Serra, Luciano e Salvatore, hanno un grosso frantoio a Villacidro. Lavorano circa 20mila quintali di olive nelle annate buone. Tra i più grandi della Sardegna, assieme a quello dell’ Accademia Olearia di Alghero.
“Noi- spiega Salvatore Serra- non abbiamo difficoltà a piazzare il nostro prodotto, lo vendiamo fuori dall’isola, in particolare nel continente , ma anche nel resto del mondo. Il prezzo è più alto di un olio da supermercato che arriva dall’estero. Purtroppo la realtà sarda è questa. I soldi sono pochi e chi compra nei grossi centri commerciali si deve accontentare di un olio di bassa qualità.”
Per Marcello Concu, responsabile unico per la Sardegna della Pieralisi , leader mondiale di macchine per l’estrazione dell’olio, “E’ impossibile competere, parlo anche a livello nazionale, con gli spagnoli. La realtà è molto diversa. Loro hanno, in tutto il territorio circa mille e cento frantoi, che fanno grossi numeri, contro i nostri, spesso di piccole dimensioni, che sono circa cinquemila e cinquecento. Producono molto di più e con prezzi nettamente inferiori. Di certo il nostro olio è di qualità assai migliore.”
A Cuglieri, Sebastiano Idda, possiede un moderno frantoio: “ Da noi la produzione è buona. E anche la qualità. Lo scorso anno siamo riusciti a spuntare sette euro al litro, ma quest’anno, visto che in zona c’è un maggior numero di frutti, sarà difficile tenere lo stesso prezzo. Lavoro sugli 8mila quintali di drupe. La bosana è una cultivar che dà buon rese”.
Ma esiste una cura per guarire il comparto, oltre a una migliore strategia di marketing? “ Impiantare nuovi oliveti dovrebbe essere l’unica soluzione. Anche se i tempi non sono propizi .Pensare di innestare gli olivastri che colonizzano le nostre campagne è utopia. E’ una visione bucolica. Spesso gli alberi sono presenti in terreni marginali e la raccolta sarebbe problematica.
Di certo, se prima le drupe venivano raccolte una per una, oggi , in molti casi, il proprietario raccoglie per il fabbisogno familiare e il resto dei frutti rimane sugli alberi, in quanto non riesce a vendere e quindi non solo non si guadagna, ma si va in forte perdita.”
La coltivazione dell’olivo è in tutta la Sardegna, anche se in Gallura, esistono pochi alberi.
Le regioni maggiormente olivetate sono il Parteolla ( il nome la dice lunga), le campagne di Villacidro e Gonnosfanadiga. Poi Montiferru, Planargia con Bosa, non a caso una cultivar è chiamata bosana, Ogliastra che si “accoppia” con Oliena, ma anche con Dorgali e Orosei. In provincia di Sassari, le estensioni maggiori si trovano nei dintorni della città, ma anche nelle campagne di Alghero e Ittiri. Si tratta di aziende piccole o piccolissime, basti pensare che i produttori sardi sono circa 52 mila. Nel Sulcis-iglesiente l’azienda media è di poco superiore al mezzo ettaro, 0.55 per essere precisi. Nel nuorese si raddoppia. La Sardegna produce circa il 3,3 per cento dell’olio nazionale. Secondo uno studio del dottor Bandino, nel 1945, si contavano 745 frantoi in tutta l’isola. La provincia di Cagliari ne aveva 545, quella di Sassari, 150. Nel 1960, il numero è sceso a 490. Oggi, sono presenti circa 120 frantoi, compresi quelli di piccole dimensioni. La superficie più olivetata è Oliena, ma in quanto a frantoi nessuno batte Villacidro,   sette impianti per una cittadina di 14mila abitanti. In Gallura, un unico frantoio, a Berchidda per essere precisi.
“Negli anni novanta la raccolta iniziava già da settembre, picco a febbraio e chiusura alle porte dell’estate. Durava nove mesi. Oggi la raccolta è più concentrata, pochi mesi. Viene anticipata per migliorare la qualità.” Aggiunge Bandino. E’ questa la tac che lui ha fatto e letto. La diagnosi è certa: bisognerebbe produrre di più. Prognosi? Con il perdurare della crisi ,si ha il timore che l’olivicoltura nostrana, possa anche fare un passo indietro. I grossi centri commerciali, sono pieni di bottiglie d’olio di bassa qualità e a prezzi stracciati. E le vacche non sono magre, ma quasi in rianimazione.
La lavorazione delle drupe in Sardegna, risale alla notte dei tempi. Basti pensare che il professor Giovanni Lilliu, ovvero il “babbo” del nuraghe di Barumini, trovò agli inizi degli anni cinquanta, scavando la collina “Su Nuraxi”, attrezzatura per la spremitura delle olive. Che l’olio d’oliva abbia proprietà lenitive e defatiganti, è notorio. Se possegga virtù miracolose o taumaturgiche, non è dato sapere. Certo che avere in Ogliastra un altissimo numero di centenari può significare qualcosa,forse molto.
Chissà che il professor Luca Deiana, assieme ai suoi ricercatori, non possa trovarci un nesso. Intanto navighiamo a vista. Con la compagnia di una lampada votiva a forma di barca. Alimentata con l’olio degli Shardana.

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