The-WalkPhilippe Petit è un acrobata francese specializzato nelle camminate sospeso su un filo. Negli anni ’70 fece scalpore per aver camminato su un filo sospeso tra le due torri della cattedrale di Notre Dame, un’impresa che fece il giro del mondo, a metà strada tra arte, atletica e anarchia. Petit ha sempre detto di non credere all’idea di chiedere permesso alle autorità per mettere in scena le sue dimostrazioni d’arte: parte della sfida per lui era riuscire nel “colpo”, nel trovare un modo per accedere in luoghi sorvegliati con forza, e riuscire a trasformarli in un palcoscenico per le sue imprese. Petit è come un ladro di banche: lavora con un gruppo di complici, studia il posto in cui si deve infiltrare, analizza le debolezze nel suo sistema di sicurezza, usa travestimenti, intervista chi lavora nel posto in incognito. Ma il suo obiettivo non ha nulla di malizioso, è solo basato sul desiderio di trasformare quel posto in un palcoscenico dove dare vita ad un momento straordinario, unico, storico. La sua ossessione è sempre stata quella di trovare il posto perfetto per sospendere il suo filo, per camminare sul vuoto. A 18 anni Petit vide un’immagine delle torri gemelle, ai tempi ancora in costruzione, e decise che quello sarebbe stato il suo palcoscenico più straordinario. Avrebbe sospeso un filo tra le due torri, e avrebbe camminato sopra New York.

The Walk è il secondo film di grande risalto dedicato all’impresa di Petit: Men on Wire, uscito lo scorso decennio, ha raccontato questa storia in forma documentaria, ed ha vinto l’Oscar come miglior documentario nel 2008. L’impresa di Petit è una delle grandi storie del secolo scorso, ed era quasi inevitabile che sarebbe diventata un film narrativo. Che esca solo adesso è in parte risultato delle possibilità garantite dalle nuove tecnologie digitali, che possono dare vita alle acrobazie di Petit senza mettere a rischio la vita degli attori che interpretano il genio francese. E anche il fatto che abbastanza tempo è passato da quando le Torri Gemelle sono state spazzate via in uno dei giorni più traumatici della storia moderna.

Ma nonostante la grande storia che racconta, The Walk, all’inizio, fa fatica a decollare. Robert Zemeckis, alla guida di questo progetto, è uno dei più grandi registi viventi, ma anche lui fa fatica a separarsi dalle convenzioni del film biografico, nonostante il suo Forrest Gump abbia in qualche modo dato nuova vita al genere. La prima parte di The Walk è assai convenzionale, racconta la vita di Petit dalla sua infanzia fino al mRobert Zemeckis,omento della sua grande impresa, in maniera piuttosto lineare, raccontata direttamente da Petit (qui interpretato da Joseph Gordon Levitt), voce narrante per l’intera durata della pellicola. È una struttura che non nasconde la natura quasi didattica del film, e che indebolisce il racconto fino a che non si avvicina al momento della grande impresa. A quel punto il film diventa immediatamente elettrico: l’ultima mezz’ora del film mozza il fiato e fa scomparire tutti i problemi che hanno turbato il racconto fino a quel momento.

Joseph Gordon Levitt dimostra ancora una volta di essere un attore fuoriclasse, in questo caso anche grazie ad una trasformazione non banale: il suo accento francese è sorprendentemente naturale, e la sua energia dà forza ad un film che è in gran parte incentrato su di lui. Zemeckis, da parte sua, fa un uso molto spinto di effetti speciali, una scelta che in alcuni momenti è più che altro una distrazione, ma che nella fase finale del film crea momenti di vera poesia visiva. Nella tradizione della Hollywood classica, questo è un film fatto molto bene, che spesso rischia di ripiegarsi nel mestiere puro, ma che sa risollevarsi grazie a momenti di alto cinema. Questo è un raro film dove non ci sono veri antagonisti. Petit ha un sogno, ed è completamente determinato a portarlo in vita. È la natura del sogno che crea tensione, che seduce, che turba.

Questo perché la storia di Petit ha un secondo protagonista: il World Trade Center, le torri gemelle. Il film è ambientato nel periodo in cui le torri sono state costruite, quando il mondo guardava con meraviglia a quelle che sarebbero state per molto tempo gli edifici più alti del pianeta. Petit vide in questo miracolo architettonico una fonte di ispirazione: erano delle opere d’arte, e come i remix artist dei tempi moderni, decise di creare un evento straordinario per celebrare quella pietra miliare dell’urbanistica moderna. La consapevolezza di quello che sarebbe successo decenni dopo permea tutto il film, lo inquadra in una chiave piena di malinconia, anche se non se ne parla mai direttamente. Aggiunge una dimensione ulteriore alla tragedia dell’undici settembre: non è stato solo un evento terrificante per le perdite umane e per le conseguenze politiche, ma anche un crimine contro l’equilibrio estetico di una grande città, la violazione di una grande opera dell’umanità. Il contagioso entusiasmo di Petit, che trova ispirazione nelle torri, contrasta con forza con la straordinaria stupidità del gesto che le ha distrutte, mostra come una vita spesa a guardare il mondo con odio possa creare orrori, mentre una vita dedicata all’arte possa ispirare milioni di persone, dimostrare la capacità vitale, fondamentale che deriva dal guardare al mondo come ad un campo da gioco, piuttosto che ad un campo di battaglia.

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