di Paolo Ardu

Passata la storica partecipazione al voto (77,5 per cento dei 5.510.713 aventi diritto) e la vittoria della coalizione indipendentista Junt Pel Si formata da Convergència Democràtica de Catalunya (indipendentisti liberali, 30 seggi su 62), ERC (separatisti, 21 seggi), Demòcrates de Catalunya, Moviment d’Esquerres e altri movimenti (11 seggi), il nuovo governo sta creando un’escalation di tensioni istituzionali.

Dalle elezioni del 27 settembre non è uscito l’atteso plebiscito e oltre la metà dei catalani non ha votato indipendentista. Rispetto al 2012 Junt Pel Si è passato da 71 a 62 seggi mentre sono cresciuti, da 3 a 10, quelli della Candidatura d’Unitat Popular (CUP), organizzazione assemblearista, sovranista e anticapitalista, nata dalle acampadas degli indignados del maggio 2011, con la quale hanno pattuito un accordo di governo per avere la maggioranza nel parlamento.

All’opposizione, il “blocco del No” all’indipendenza catalana formato dai Ciudatans“Cittadini” è passato da 9 a 25 seggi e la 34enne avvocatessa Inés Arrimadas che da sconosciuta è diventata la principale leader dell’opposizione con oltre 700mila voti. Pesantemente sconfitti i popolari con solo 11 seggi (meno 8 rispetto al 2010) nel peggior risultato in Catalogna dal 1992 e, sul fronte indipendentista è sparito Uniò, l’alleato storico di Convergència (CiU) che non ha raggiunto la soglia di rappresentanza del 3%.

E se i socialisti da 20 sono passati a 16 seggi, a perdere terreno un po’ a sorpresa passando da 13 a 11 seggi è stato Catalunya Si que es pot (“Si che si può”), coalizione di sinistra guidata da Podemos, il partito di Pablo Iglesias determinante per l’elezione della nuova sindaca di Barcellona Ada Colau.

In questo scenario, nonostante la vittoria elettorale, l’indipendentismo catalano resta al suo interno frammentato e carico di contraddizioni comuni ai partiti “del sistema”, il bipartidismo PP-PSOE. Su tutte quella legata agli scandali di corruzione e malaffare nella politica.

Contraddizioni foriere di altre contraddizioni perché, di recente, il nuovo parlamento catalano, oltre a non trovare un presidente per il proprio parlamento regionale, ha unilateralmente accelerato il processo di separazione dalla Spagna.

La partita solitaria di Artur Mas e l’immaginario catalanista oggi

Il vigore indipendentista, secondo molti studiosi, sembra dovuto più ad un calcolo che ad un’affermazione dell’identità e del “diritto di decidere” una “Catalunya, nou estat d’Europa” – “Catalogna, nuovo stato d’Europa” portando in strada centinaia di migliaia di persone.

Antoni Puigverd, uno dei più acuti e indipendenti analisti del “catalanismo politico”, sostiene che dagli anni Ottanta ad oggi gli indipendentisti non sono mai andati oltre la visione di nazione. “Non hanno cercato la sintesi ma l’adesione di una parte di catalani all’altra (…) in nome di un ideale romantico di nazione che si vuole superiore alla realtà”.

Una “idealizzazione nazionale quasi accecante” di “una Catalogna profonda e radicalmente intollerante” presente nei social networks e “convertitesi attraverso un indipendentismo più settario in una fonte costante di maledizioni e insulti verso chi è in disaccordo col sovranismo”.

Un’ideologia che il presidente uscente Artur Mas sta utilizzando per mantenere il potere facendo passare l’accusa di evasione fiscale come questione “personale e familiare” e pretendendo “forza psicologica” ai catalani “invece di valutare politicamente quello che sta succedendo”.

Affermazioni che, da una parte, insistono nel far credere che “in Catalogna tutto è diverso e migliore” e, dall’altra, tentano di “socializzare i propri errori” per salvare sé stesso e il padre che gli ispirò (Jordi Pujol, storico leader di CiU, anche lui accusato di evasione fiscale e riciclaggio).

Il 2014, infatti, è stato un “anno record” in Catalogna per i politici coinvolti in reati di corruzione, dalla famiglia Pujol agli oltre 40 sindaci di tutta la regione e di tutti i partiti. Un “paradiso perduto” più che un’“oasi catalana”.

Le due controversie che delegittimano l’indipendentismo catalano

Come accennato sopra, la prima di queste controversie è legata ad un forte disaccordo sulla scelta del presidente dell’assemblea, che dovrà essere votato entro il 9 gennaio, data ultima. Se da una parte Junt Pel Si considera “irrinunciabile” la candidatura di Mas e lamenta che nella CUP non c’è “interlocutore valido”, dall’altra, CUP avanza la proposta di una “presidenza rotatoria” e rimprovera i primi di essere “arroccati” sulla scelta di Mas. Un’impasse politica difficile da risolvere e che potrebbe avere come ultima ratio, la convocazione di elezioni anticipate, come affermato dallo stesso Mas. La quarta in cinque anni.

La seconda, ma solo nell’ordine cronologico, è l’approvazione in questi giorni di una risoluzione di “disconnessione” dal resto della Spagna che accelerare unilateralmente il percorso secessionista che vorrebbe portare la Catalogna fuori dall’unità nazionale.

“Hanno bisogno di dimostrare che il processo non si ferma. É per questo che hanno premuto sull’acceleratore” ha dichiarato al Financial Times Oriol Bartomeus, politologo dell’Università Autonoma di Barcellona. Ma il provvedimento “colpisce la colonna vertebrale di qualsiasi sistema costituzionale e politico”, afferma Alberto López Basaguren, costituzionalista dell’Università dei Paesi Baschi.

E sta minando i rapporti istituzionali col governo e con la Corte Costituzionale spagnola, alla quale il primo ministro Mariano Rajoy ha chiesto di annullare il provvedimento. “L’indipendenza catalana mancava di riconoscimento internazionale prima, e ora, dichiarata in modo unilaterale e con meno della metà dei voti dei catalani, ancora meno”, afferma Xavier Arbós, docente di diritto costituzionale dell’Università di Barcellona.

Ma quali potrebbero essere le conseguenze di questa contrapposizione qualora si esprimesse negativamente l’Alta Corte? Le cancellerie europee tacciono e se il parlamento catalano decidesse di agire a dispetto della più alta Corte, la risposta politica, finanziaria e legale di Madrid potrebbe essere molto dura.

Una rottura democratica dai risvolti imprevedibili che, in vista delle elezioni politiche del 20 dicembre e in presenza di un momento di incertezza istituzionale caratterizzato dall’ascesa di giovani leader 30-40enni, potrebbe però riportare al governo nazionale nuovamente Mariano Rajoy, “usato sicuro” del trentennale bipolarismo.

Posted by Redazione

Leave a reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *