Si è appena concluso a La Valletta il vertice Ue–Africa, al quale hanno partecipano 90 rappresentanti di 63 Paesi europei e africani e di organizzazioni internazionali. Nodo principale del summit è stata la collaborazione per favorire i rimpatri nei Paesi d’origine dei migranti irregolari. L’Ue ha cercato di promuovere una strategia comune sulla gestione dei flussi migratori, superando l’attuale sistema basato principalmente su dialoghi bilaterali con i singoli paesi di provenienza o transito. In cambio di aperture da parte dei paesi africani, i governi europei si sono impegnati a finanziare l’Africa Trust Fund da 3,6 miliardi di euro, lanciato dalla Commissione e già approvato dal Consiglio europeo. La metà di queste risorse è stata ricavata dal bilancio comunitario, ma sull’altra metà rimane un’incognita, dal momento che i 28 paesi Ue si sono finora realmente impegnati a versare solo il 5% della loro quota.

In questo momento è in corso una riunione informale del Consiglio europeo. Ci sarà verosimilmente spazio per discutere la decisione tedesca di ripristinare le norme della convenzione di Dublino per i profughi in arrivo nel paese, inclusi i siriani (fatta eccezione per quelli che giungono dalla Grecia).

La rilevanza dei flussi africani

Sebbene quest’anno la maggior parte dei migranti non arrivi in Europa attraverso il Mediterraneo centrale ma seguendo la rotta turco–greca, ciò non significa che il flusso dai paesi nordafricani (in primis la Libia) verso l’Italia si sia arrestato. Nel 2015 in Italia sono sbarcate 140 mila persone, un livello vicino a quello del 2014 (170 mila) e tra i più elevati degli ultimi vent’anni. Inoltre, dal momento che i siriani adesso utilizzano prevalentemente la rotta del Mediterraneo orientale, i migranti che giungono in Italia provenendo da paesi dell’Africa sub–sahariana supera oggi il 90% del totale. È anche bene sottolineare che la rotta del Mediterraneo centrale resta di gran lunga la più pericolosa. L’Organizzazione internazionale per le migrazioni stima che dall’inizio dell’anno hanno perso la vita 2.861 migranti contro i 512 della rotta Grecia–Turchia, dove il flusso dei migranti è circa cinque volte superiore. Molti sono gli strumenti predisposti dagli stati in sede europea. per gestire l’emergenza migranti (ricollocamenti, hotspot, aiuti finanziari, operazione navali) ma il crescente dissenso sta provocando i primi notevoli ritardi.

“Il vertice? Un esercizio retorico tra ambiguità e reticenze”

Maurizio Ambrosini, Università degli Studi di Milano

L’Unione europea non riesce ancora a elaborare una politica condivisa dell’asilo. Segna il passo l’agenda Juncker di settembre, che doveva far partire congiuntamente l’identificazione dei profughi nei luoghi di primo approdo e la redistribuzione tra i diversi paesi di quanti sarebbero stati accettati. Il trasferimento in altri paesi europei ha interessato finora poche decine di profughi, e di conseguenza l’impegno dei paesi rivieraschi nella registrazione dei richiedenti asilo potrebbe venir meno. Ora si riprova a coinvolgere i governi africani sia nel blocco delle partenze sia nel rimpatrio degli sbarcati non ammessi nell’Unione europea. Di nuovo però le ambiguità si sommano alle reticenze. Le ambiguità consistono nel finanziare governi africani dalla reputazione non proprio specchiata purché collaborino nel contrastare i flussi. Le reticenze riguardano la scarsità dei mezzi effettivamente concessi dai governi nazionali, malgrado le promesse. Il rischio è che tutto si riduca all’ennesimo esercizio retorico di esaltazione della collaborazione euro–africana e in un discutibile esercizio di presunta fermezza sulla pelle di chi fugge da guerre e repressioni. Ancora una volta, i diritti umani possono attendere.

           

“Bene il dialogo con i paesi africani ma con attenzione”

Giovanni Carbone, ISPI e Università degli Studi di Milano

I flussi migratori sono strettamente legati alle condizioni economiche, politiche e sociali dei paesi d’origine. Chi può avere un’influenza su questi fattori sono essenzialmente i governi di questi paesi. Un qualche tipo di dialogo è dunque imprescindibile, se si vuole davvero un’azione efficace. Tuttavia, occorre trovare un difficile punto di equilibrio tra gli obiettivi di breve e di lungo periodo: da un lato è fondamentale tenere aperti canali di comunicazione e dialogo per affrontare le crisi migratorie attuali; dall’altro è importante mantenere posizioni ferme e critiche nei confronti di regimi repressivi, con il fine ultimo di estendere ulteriormente i progressi democratici dei paesi africani.

“L’Europa può fare più che esternalizzare i controlli alle frontiere”

Lorenzo Rinelli University of California – Rome Center

Il summit de La Valletta presenta degli spunti interessanti che in prospettiva, se sviluppati adeguatamente, rappresentano la chiave di volta nella gestione del movimento di persone fra Europa e Africa. Penso in particolare alle agevolazioni alla mobilità e alla semplificazione dell’accesso ai visti. Tuttavia sono molti i punti critici che adombrano il vertice. In particolare il rischio è che dietro le somme stanziate si nasconda la volontà di espandere ulteriormente l’esternalizzazione del controllo dei flussi migratori ai paesi africani, obiettivo che da troppi anni monopolizza l’approccio europeo alla mobilità africana.

“Merkel’s decision on refugees is no real turnaround”

Julie Hamann, DGAP

The decision to bring back into force the Dublin regulation for Syrian refugees is no real turnaround, but rather a consequence of the growing division on Chancellor Merkel’s course in the refugee crisis inside the German political class. The message behind it has an inward and an outward destination: first, it signals to those fearing an ongoing uncontrolled migration towards Germany that the government is doing something to limit the arrival of refugees. Second, it makes clear that there is no guarantee for asylum in Germany. The return to the Dublin agreement as an instrument to relocate refugees who are currently in Germany increasingly shows the urgency of a new, common approach towards an equal distribution of refugees in Europe.

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