Gli attentati di Parigi interpellano in modo importante gli Stati Uniti da una parte per il loro peso internazionale dall’altra per il ruolo – talora contraddittorio – da essi svolto in una serie di teatri specifici, primo fra tutti quello del Medio Oriente e del Nord Africa. In questo teatro, le scelte dall’amministrazione Obama hanno attratto numerose critiche, sia per le presunte incertezze, sia per la supposta ambiguità. Sin dagli inizi del mandato, il Presidente e il suo entourage sono stati accusati di mantenere un atteggiamento troppo soft nei confronti della minaccia terrorista; parallelamente, le scelte compiute su alcuni punti cruciali dell’agenda – da quello dei rapporti con le c.d. ‘primavere arabe’ a quello delle relazioni con il cruciale ‘triangolo’ Israele-Iran-monarchie del Golfo, a quello della gestione politico-militare della crisi siriana – si sono dimostrate profondamente divisive sul piano interno come su quello internazionale. Non a caso, le critiche all’operato del Presidente hanno avuto, in casa e fuori, un carattere sostanzialmente bipartisan e hanno unito, sul primo fronte, esponenti repubblicani e democratici, sul secondo alleati storici e competitor più o meno recenti, come la Russia ‘neoimperiale’ di Vladimir Putin e un’Europa sempre più ambiziosa e autonoma, almeno nella sua autopercezione.

A questo punto, la domanda di fondo riguarda in che forme e in quali tempi Washington sceglierà di fare sentire la propria voce. Da più parti è stata invocata un’azione militare decisa e coordinata contro lo Stato Islamico, azione che ha trovato una prima (con ogni probabilità parziale) espressione nel massiccio attacco dell’aeronautica francese contro le basi del Daesh a Raqqah. E’ stato da più parti rilevato come l’impatto di tale azione si sia in larga misura legato al sostegno di intelligence fornito dagli Stati Uniti, sia per ciò che concerne la definizione e la localizzazione degli obiettivi, sia per ciò che concerne il coordinamento generale dell’operazione. Nelle scorse settimana, voci insistenti hanno parlato di una possibile revisione della politica del ‘no boots on the ground’ che sino ad oggi ha ispirato l’azione statunitense nella gestione della crisi siriana. Su questo sfondo, il fatto che Barack Obama sia stato uno dei primi leader internazionali a condannare gli attacchi di Parigi (la conferenza stampa alla Casa Bianca ha preceduto anche quella del stesso Presidente Hollande e avuto luogo mentre era ancora in corso quello al Bataclan), e che, in tale occasione, Obama abbia definito gli Stati Uniti ‘pronti a fornire qualsiasi assistenza il popolo francese abbia bisogno per rispondere’ all’attacco subito ha spinto qualcuno a ipotizzare un prossimo cambiamento nel corso d’azione sinora seguito.

In realtà, i tempi per giungere a un simile cambiamento sembrano ancora assai lunghi. Più radicalmente, sembra difficile pensare che i fatti di Parigi – al di là dall’impatto che hanno avuto sull’opinione pubblica internazionale – possano spingere l’amministrazione statunitense a rivedere in modo sostanziale la posizione tenuta sino ad oggi. Sul campo, i risultati che un intervento militare potrebbe raggiungere appaiono limitati, alla luce sia del particolare contesto operativo, sia delle caratteristiche organizzative di Daesh e delle sue milizie. Inoltre, il timore di sprofondare in uno scenario di tipo libico – timore che, sinora, ha giustificato la postura attendista di Washington sulla scena siriana – non è mai venuto davvero meno. Rispetto a una possibile azione di coalizione, proprio la memoria di Unified Protector (all’interno della quale Washington si è vista ‘risucchiata’ in larga misura contro la propria volontà) gioca un ruolo cruciale. Tutto ciò a maggior ragione in un momento in cui, a Vienna, il canale diplomatico sembra avere aperto la strada a una possibile soluzione ‘di compromesso’; soluzione che, fra le altre cose, consentirebbe di depotenziare la minaccia ideologica rappresentata dallo Stato Islamico e di ‘ingaggiare’ in modo permanente Mosca e Teheran nel lungo processo di stabilizzazione regionale.

Una volta di più, la posizione di Barack Obama appare quindi in tensione fra gli appelli a valori e principi di difficile applicazione e le pastoie di una realpolitik che, nel nome del pragmatismo, espone l’amministrazione agli strali incrociati dei suoi critici. Sebbene un maggior coinvolgimento delle forze di Washington contro quelle dell’autoproclamato Califfato appare, a questo punto, largamente prevedibile, difficilmente questo prenderà, infatti, le forme eclatanti da molti invocate. Ciò non solo per la presunta ‘debolezza’ del Presidente o per i vincoli che l’imminente appuntamento elettorale impone. L’impegno recentemente riaffermato per la stabilizzazione dell’Afghanistan costituisce un’ipoteca pesante sia sulla capacità del dispositivo militare statunitense di operare massicciamente in un ipotetico teatro siriano sia sull’autonomia politica che l’amministrazione possiede. Sin dai primi mesi del suo mandato è apparso chiaro come la grande scommessa politica di Barack Obama fosse stata quella, se non di un disimpegno, di un ripensamento delle condizioni della permanenza degli Stati Uniti in Medio Oriente. E’ in questa prospettiva che si possono leggere molte delle scelte che l’amministrazione ha compiuto e che tante critiche le sono valse. Se, dopo gli attacchi di Parigi, questo obiettivo sia ancora davvero perseguibile è ancora presto per dirlo. In ogni caso, sembra difficile credere che, al di là di tutto, il Presidente abbia realmente deciso di rinunciarvi.

Gianluca Pastori, Università Cattolica del Sacro Cuore

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