guidomelisIl seguente articolo di Guido Melis è apparso su Facebook e, con alcuni riduzioni, su La Nuova Sardegfna di venerdì 20 novembre nella pagina delle Lettere e commenti. Sardinews, ringraziando l’autore che ha dato l’autorizzazione, lo propone come editoriale.
La vicenda un po’ drammatica e un po’ patetica che si sta svolgendo in queste ore intorno all’area metropolitana sarda (pare che alla fine ci farà solo a Cagliari, con aspirazioni rigettate di Sassari e di altre zone) induce a qualche riflessione sulla classe dirigente “sarda”.
La prima è riassumibile in una domanda secca: ma esiste davvero una classe dirigente sarda? Cioè che sia rappresentativa dell’intera Sardegna in tutte le sue componenti?
La domanda ha un suo significato, se guardiamo al passato. La Sardegna, alle sue spalle, non ha tanto una tradizione di campanili, come l’Italia centrale per esempio. Da noi la dimensione regionale è stata sempre più forte dei campanili, vuoi per l’omogeneità della realtà agropastorale che ci ha a lungo distinto nei secoli, vuoi per l’insularità che ci ha differenziato da tutte le altre regioni italiane. Se una ragione abbiamo di dirci speciali (ce ne riempiano la bocca) è proprio questa nostra identità collettiva, che ci caratterizza storicamente. Infatti abbiamo avuto dal dopoguerra ad oggi una storia “sarda”, classi dirigenti regionali “sarde” (intendo in grado di interpretare interessi regionali, non meramente provinciali) e un Consiglio regionale “sardo”, che nei suoi momenti più alti ha saputo parlare a nome di tutti.
E’ ancora così? Francamente, se confronto la classe politica dell’epoca di Paolo Dettori, Umberto Cardia, Girolamo Sotgiu, Pietro Soddu, Nino Giagu, Nino Carrus, Renzo Laconi, Mario Melis, Ariuccio Carta, per non dire di Giambattista Melis, Gonario Pinna, Mario Berlinguer e scusate se me ne dimentico tanti altri, se la confronto – dicevo – con l’oggi, tenderei a rispondere di no. No, non c’è più una classe politica “sarda”. Ci sono tanti nuclei locali, che vedono la dimensione locale, che interpretano interessi locali, che spesso fanno affari (dietro il paravento della politica) e sono affari locali. Una visione generale non ce l’ha più nessuno. L’aveva avuta negli anni scorsi Renato Soru. Dubito che ce l’abbia ancora.
Seconda domanda: qualcuno ha un progetto preciso sul futuro della Sardegna? La classe politica della Rinascita – maggioranza e opposizione – lo ebbe, allora, e tentò bene o male di realizzarlo. Un futuro che (per quanto oggi possa apparire contestabile: se ne può discutere) era fondato su scelte coerenti e di lungo periodo. I soldi, sì, i finanziamento “aggiuntivi” del Piano di Rinascita, ma non fini a sé stessi, per fare cose precise: l’industrializzazione, ad esempio. Che non fu una cosa da niente. Fu la trasformazione della Sardegna miserabile del dopoguerra in una regione nella quale si diffuse poi per 30-40 anni un relativo benessere, del quale beneficiarono, seppure in modo diverso, tutte le classi. Si produssero grandi e spesso dolorosi squilibri, certo, ma funzionò anche un ascensore sociale, e le classi più povere ne furono profondamente toccate. Ecco: oggi qualcuno ha qualcosa da dire sul futuro di quest’isola? Non sul futuro di Cagliari, che per un complesso di ragioni, in parte per suo merito ma in gran parte per motivi storici, rappresenta la parte più fortunata della Sardegna contemporanea. No, io dico sul futuro collettivo dei sardi. Sul Sassarese, sul Logudoro, sulla Gallura e Olbia, sul Goceano, sull’Anglona, sulle Barbagie e Nuoro, sul Meilogu e sulla costa orientale, sull’Iglesiente, sull’Ogliastra, su Oristano e il suo entroterra… Qualcuno sa dove stiamo andando? Perché se è solo per affarrare i soldi dell’Europa, cosa che l’area metropolitana consente a qualcuno meglio che ad altri, questo non significa essere classe dirigente. Significa semplicemente essere più lesti e più forti degli alttri. Se è solo per fare la propria “rinascitina” da cortile, questo francamente è ben diverso che guidare una regione.
Terza domanda: ma le istituzioni autonomistiche, come pomposamente le definiamo, non dovrebbero dirci, anche a noi che restiamo fuori dall’area metropolitana cagliaritano-centrica, quale sorte ci è riservata? Non dovrebbero farsi interpreti e mediatrici di tutti i bisogni e di tutte le domande (e sono tantissime)? Non dovrebbero parlare, comunicare, farsi capire? Ai tempi della Rinascita la classe dirigente di allora , giusto o sbagliato che fosse quel percorso, seppe far capire e farsi capire. Lì anzi, nel consenso che seppe riscuotere, a lungo si radicò la sua forza politica. Ma oggi il consenso fuori dell’area dei privilegiati non conta? Se ne può fare a meno? Ma che politica è una politica che a Sassari dice una cosa e a Cagliari, in Consiglio regionale, ne fa un’altra?
Vengono spontanee molte considerazioni amare, a leggere anche con una certa freddezza quello che sta capitando in Sardegna. Le lascio questa volta nella penna (anzi nei tasti del computer, come sarebbe più corretto dire). Ma, diciamocelo tra di noi: che pochezza questa classe dirigente, anche quella cagliaritana. Che poca capacità di guardare lontano, quale grettezza nel filtrare gli interessi e nel razionalizzarli. Che poco senso della sua rappresentatività generale. C’è un grande vuoto oggi in Sardegna, ed è il vuoto della politica che non c’è.

Posted by Redazione

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