republic_of_capitalismScriveva lo Washington Post del 26 agosto scorso che il barbiere Zhang Liang dopo aver guadagnato in borsa lo scorso marzo avrebbe detto “Ringrazio il partito comunista per avermi dato 50.000 yuan (circa 8 mila $/7.500 Euro circa); è stato molto facile fare soldi in borsa”. Aveva seguito le sollecitazioni e incentivazioni del Partito. A giugno, aveva deciso di investire   tutti i risparmi, l’equivalente di 32 mila dollari; due mesi dopo aveva perso quasi tutto. Zhang conserva appesa al muro la foto di una Mustang che aveva sognato di acquistare.. se.. non avesse “giocato” in borsa. Il barbiere avrebbe commentato sconsolato:“ il governo fa le regole, ma queste sono ingannevoli”. Questo accade oggi in Cina, paese in “transizione al socialismo”, che è già stato con Mao in “transizione al comunismo”.

La Cina ha seguito un modello di governance diverso dagli altri paesi del “socialismo reale”.  Agli inizi degli anni ‘90 del secolo scorso quei paesi cambiano percorso e introducono la “Transizione al sistema di mercato” con liberalizzazioni radicali in campo economico e politico e l’abbandono ufficiale del marxismo come guida ideologica. Gli eredi di Mao, agli inzi degli anni ’80,avevano adottato un approccio rallentato di ri avvicinamento al Comunismo giustificandolo come riallineamento al pensiero di Marx. Mao avrebbe commesso un errore, in quanto Marx aveva annunciato che la Transizione al socialismo sarebbe avvenuta nei paesi del capitalismo maturo. Poiché la Cina non aveva raggiunto quello stadio, era necessario riportare il tutto nell’ambito di una “ortodossia ideologica cinese” che- negli anni- omologhera’ Marx-Mao-Deng Xiaoping e tutti gli altri segretari generali del PCC in una giustificazione che consente a tutti di essere “ortodossi”.In sostanza , si tratterebbe di un percorso “ scalato di una marcia” rispetto a Mao. Le autorità cinesi hanno dichiarato ufficialmente che la “transizione al socialismo con caratteristiche cinesi” sarà un processo che potrebbe durare fino a 100 anni!

Deng Xiaoping raccoglie i cocci della gestione Mao e ne trasforma la politica di autosufficienza, le “porte chiuse, in una politica di dipendenza totale dai mercati esteri. La politica di Deng ricalca l’esperienza di successo di Giappone, Corea del sud e Taiwan. La Cina era uscita dall’esperienza del maoismo economicamente e socialmente stremata e, per di più, senza prospettive. Il modello di Deng rinunciava, senza ammetterlo, alla “lotta di classe” e reintroduceva le classi sociali per sviluppare la creazione di un sistema “ibrido”, finora sconosciuto, con il compito di trasportare il paese ad un primo stadio , il cosidetto “Socialismo con caratteristiche cinesi” da cui transiterà al Comunismo.

Il sistema si fonda su pilastri irrinunciabili: (i) in politica: partito guida unico, il PCC; adesione ai principi del marxismo e ai principi di Mao, aspirazione ad una società comunista. Sono questi i 4 principi cardinali esplicitati nello Statuto del PCC; (ii) in economia: “economia di mercato socialista con caratteristiche cinesi” in cui l’industria di stato occupa un ruolo primario. Questo sistema, afferma lo Statuto, verra’ mantenuto per tutto il periodo di Transizione al socialismo. Di più non si dice.

Il modello di “transizione al socialismo con caratteristiche cinesi” prende l’avvio con le iniziative dell’”innovatore ortodosso” Deng.Questi: (i) sottrae la gestione dell’agricoltura allo stato che, dopo la nazionalizzazione introdotta da Mao, la gestiva attraverso le Comune e concede la terra in affitto ai contadini i quali possono assumere manodopera salariata e vendere i prodotti. E’ il segnale che consente alla Cina di avvicinarsi all’autosufficienza alimentare. Con lo smantellamento delle Comune si ha un altro effetto ancora più importante: la ricostituzione dei nuclei familiari -che erano scomparsi nelle Comune–e questo ha aperto le porte alla reintroduzione dei valori confuciani tradizionali della famiglia che Mao aveva cercato di eradicare e che erano molto più sentiti nelle aree rurali rispetto alle aree urbane e industrializzate; (ii) introduce un principio stravolgente,sancito nel Congresso del partito nel 1987 che dice:“nel sistema socialista mercato e pianificazione non si escludono e possono integrarsi”.Piu’ avanti verrà dichiarato ufficialmente che “ il mercato è uno strumento fondamentale per la allocazione efficiente delle risorse”; iii) promuove le ZES, le cosiddette Zone Economiche Speciali (seguite da altri tipi di Aree Speciali) che costituiranno l’ossatura economica del paese e intorno alle quali si compirà il decollo dell’economia (take-off) e la crescita del PIL ai tassi elevatissimi che conosciamo. Le ZES partono interamente con capitali e tecnologie straniere (la Cina, di fatto, affitta le infrastrutture e gli operai agli investitori stranieri e si disinteressa degli effetti inquinanti) e si evolveranno in parte in joint ventures con imprese locali, coinvolgendo entità pubbliche (statali, regionali, provinciali e comunali) e, successivamente, imprenditori privati, creati in parte con privatizzazioni “guidate” a favore di membri del partito. Le ZES costituiranno, nel tempo, anche il maggior fattore di squilibrio, per certi versi programmato, del vero “Balzo in Avanti” della Cina (quello di Mao era una sparata a salve). Esse verranno create lungo tutto l’arco costiero del paese, da Shenzhen , nel sud-est,opposto a Hong Kong . fino a Lianing nell’estremo nord-est e in aree fluviali nei maggiori fiumi del paese e costituiranno i “poli di crescita” della Cina i quali, tuttavia, non avranno effetti diffusivi verso le aree interne percheé la loro destinazione era “produrre per esportare”. Esse sono divenute l’ostacolo maggiore alla politica di aumento dei consumi interni che sposterebbe gli investimenti nelle aree piu’ povere del paese e sottrarrebbe alle industrie delle aree costiere almeno 100 milioni di operai (che si spostano dalle zone interne), con effetti negativi sulle esportazioni (effetti sui salari in particolare, con ricadute sui costi e la competitivita’ internazionale). Deng e i suoi successori, riportando le “classi” nel sistema, creano una società di “diseguales”. Ma nel sistema socialista con “caratteristiche cinesi” ci sta tutto perché il principio-guida è: “a ciascuno secondo il suo prodotto (quanto produce)” mentre nel sistema comunista il principio è “a ciascuno secondo i suoi bisogni”.

Il funzionamento del sistema ibrido Piano-Mercato creato in Cina è alterato da alcuni fattori che ne condizionano l’efficienza. Il “Mercato” è dentificato con il settore privato dell’economia e il “Piano”col settore pubblico che comprende i settori strategici dell’economia e il sistema bancario ed è amministrato soggetti delegati dal partito. Si calcola che il rapporto tra le due componenti sia 50:50 anche se fonti statistiche danno l’occupazione nell’area privata maggiore di quella dell’area pubblica. In questo schema il governo non e’ neutrale e non potrebbe esserlo. Innanzitutto, la concorrenza fra le imprese private che operano nel mercato e quelle di proprietà pubblica (molte delle quali quotate in borsa; si stima che queste assorbano il 70% dei prestiti delle banche) è più che imperfetta in quanto queste ultime sono privilegiate dal punto di vista fiscale e le banche, tutte pubbliche, sostengono le imprese di stato a tassi più favorevoli. Lo Stato non consente il fallimento delle imprese pubbliche le quali, come già detto, sono guidate da managers nominati dal partito.

Un’area del mercato particolarmente alterata in Cina è il mercato dei capitali che opera attraverso le Borse di Shanghai e di Shenzhen. Sembra paradossale ma il Partito, che ha stimolato la popolazione a investire in borsa, ha continuato a spingerli a investire anche quando la “Bolla” stava per scoppiare. Quando è successo il patatrac, il governo è intervenuto per cercare di limitare le perdite alle banche e offrire ad esse nuova liquidità poiché si erano trovate in grande difficoltà a seguito dei prestiti concessi agli investitori che nella tornata di agosto avevano “bruciato” l’equivalente di 3 mila miliardi di dollari. Il governo è dovuto intervenire anche con l’ acquisto di azioni per cercare di frenare le vendite. Il mercato borsistico in Cina non riflette l’economia reale ed è ampiamente speculativo. Ma anche il mercato immobiliare soffre della interferenza del governo e di “Bolle”. Le politiche del governo di concentrare in agglomerati urbani le popolazioni sottratte alle aree rurali hanno spinto le imprese del settore immobiliare a costruire intere città che sono rimaste in gran parte vuote. Questo fenomeno delle “città fantasma” ha costretto il governo ad acquistare gli appartamenti invenduti per evitare i fallimenti delle imprese.

All’ “’egoismo” delle province della fascia costiera viene attribuita la responsabilità della assenza di effetti diffusivi degli investimenti ; queste province sarebbero da un lato , in competitività tra di loro e, dall’altro, unite a difesa dei propri interessi che contrastano con quelli delle aree interne del paese. La politica di investimento a sostegno dei consumi interni che, a parere della maggior parte degli analisti e degli organismi internazionali, consentirebbe un riequilibrio territoriale, avrebbe effetti negativi nel breve periodo sul tasso di crescita ed è pertanto, come già detto, ostacolata dalle provincie delle aree costiere la cui crescita è basata sull’esportazione. Il Comitato Centrale del Partito è controllato dai rappresentanti delle province costiere e il cerchio si chiude.

“ Il modello utilizzato” ha detto Hu Jintao, segretario generale del PCC e presidente della repubblica per 10 anni, al congresso del partito nel discorso di commiato nel novembre 2012 “è scoordinato, squilibrato e non sostenibile e occorre adottarne un altro per evitare una nuova rivoluzione culturale”. Hu non espone quale modello sarebbe necessario introdurre.Nel rapporto di Hu c’è un richiamo specifico alla mancanza di etica nella società cinese che sarebbe una delle cause dei problemi riscontrati. Hu sostiene la necessita’ di introdurre nei comportamenti   quotidiani dei cittadini cinesi il “principio dell’onore e della vergogna”,una virtù confuciana che Hu battezza come “principio socialista”. C’e’ chi ha sostenuto nella posizione di Hun Jintao che egli cercasse di dare “un’anima al sistema”. Questo richiamo morale ,insolito nei documenti ufficiali del partito, compare in un periodo nel quale economisti cinesi cercano di dimostrare in pubblicazioni ufficiali la sostenibilità di una società armonica fondata sui principi dell’etica confuciana. u Jintao non esagerava.. Il rapporto del reddito procapite fra città e campagna, province dell’area costiera e province dell’interno della Cina è stato stimato in oltre 4 a 1.Nonostante i risultati conseguiti dalla Cina, il rapporto della Banca Mondiale “Poverty Head Count Anakysis” del 2014 riporta che il 29,2% della popolazione della Cina (circa 410 milioni di persone),quasi interamente localizzata nelle zone rurali, ha un reddito procapite inferiore all’equivalente 2 dollari USA al giorno; di fronte a questi stanno circa 1,5 milioni di cinesi con un reddito superiore a 1 milione di dollari. La Cina e’ il paese del G 20 con maggiori disparita’ nella distribuzione del reddito (il 10% della popolazione con il reddito piuù alto percepisce il 41% del reddito nazionale mentre il 10% della popolazione col reddito piu’ basso ne percepisce l’ 1,7%).

La combinazione Stato Autoritario e Mercato ha sviluppato un diffuso sistema corruttivo di capitalismo di Stato. Il modello cinese si basa sulla assunzione che la crescita economica dirime qualsiasi scontento della popolazione. Si assume che se il governo continuerà a conseguire tassi molto elevati di crescita economica, il popolo sarà disposto a rinunciare ai propri diritti e lasciare al partito la governance della società. In realtà questo non è quanto sta avvenendo perché, una volta superato il livello di sussistenza, ampi settori della società cinese hanno iniziato a domandare maggiore protezione dei propri diritti contro la corruzione del capitalismo di stato, le diseguaglianza collegate alla crescita e la soppressione dei diritti politici e civili. Ad esempio: nel 2012 in Cina si sono verificati oltre 100.000 scioperi fuori del controllo del sindacato del partito. Nel 2013 gli abitanti di Wuxi, una citta’ medio-piccola (per la Cina) di 4,5 milioni, si sono opposti,con successo,alla introduzione di un inceneritiore che era costato l’equivalente di 242 milioni di dollari. L’elenco di queste manifestazioni è molto esteso, in assenza di di una legittimazione democratica (ossia un sistema partecipativo in cui i governanti sono “accountable” per l’attività svolta) il Partito Unico ha cercato la propria legittimazione nella performance economica. È noto che è difficile mantenere per sempre risultati economici straordinari e La Cina, come tutti i paesi emergenti, è caratterizzato da una crescita squilibrata, la correzione della quale determinerebbe flessione nella crescita fino anche al ristagno. Questo e’ quanto e’ successo nella Corea del sud che a suo tempo ha sperimentato tassi di crescita simili a quelli della Cina. La validità del modello cinese sarà messa al vaglio quando una flessione della crescita non potrà piu’ giustificare la legittimazione del governo basata sui risultati economici e si porrà il problema della giustificazione della “governance” del Partito Unico.

La nuova dirigenza sembra aver gettato un velo sui problemi sollevati da Hu Jintao. Secondo molti analisti Il presidente in carica, Xi Jinping starebbe utilizzando la lotta alla corruzione come strumento per liberarsi di avversari all’interno del partito (l’ultimo e’ il capo di gabinetto del predecessore di Xi Jinping). In breve, Xi Jinping in tutti i suoi interventi ha sostenuto,finora, l’unicita’ della Cina nello scenario mondiale e l’unicità del modello adottato: lo Stato autoritario come “mano visibile” e il Mercato, come “mano invisibile”, sarebbero le componenti che capaci di garantire crescita e modernizzazione del paese sotto la guida del Partito Unico. La responsabilità della crisi delle borse è stata attribuita ad un giornalista che si e’ autoaccusato,come da modello classico!

In conclusione: “La transizione al socialismo con caratteristiche cinesi” è un unicum (gli si avvicina il Vietnam) e non ha sistemi comparabili nella storia del pianeta. Sara’ tutt’altro che facile per la Cina procedere contemporaneamente sugli stessi binari con due locomotive diverse (Partito Unico e Mercato) che richiedono differenti dimensioni dei binari e sono guidate da soggetti animati da principi e obiettivi non compatibili. Non è difficile prevedere che la tenuta dell’attuale sistema dipenderà dall’atteggiamento del popolo cinese nei confronti dei propri diritti. Interpretando Xi Jinping, il problema è squisitamente politico!

di Nando Buffoni

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