Il libro di Salvatore Mura, sottotitolo “Istituzioni e classe politica in Sardegna 1959-1969” (Franco Angeli Editore, pagine 280, euro 34) è stato  presentato nell’auditorium di via Carlo Alberto 7 inaugurando a Sassari i “Pomeriggi della Fondazione del Banco di Sardegna”. Moderatore Manlio Brigaglia, interventi di Francesco Soddu dell’università di Sassari, dell’ex presidente della Regione Pietro Soddu, dell’ex deputato ed ex sottosegretario Giorgio Macciotta, del giornalista Giacomo Mameli e dello storico della Sapienza di Roma Guido Melis. Organizzava il Centro studi autonomistici “Paolo Dettori” di Sassari. Salvatore Mura (Cossoine 1984) è assegnista di ricerca di Storia delle istituzioni politiche a Sassari dove si è laureato con una tesi su Antonio Segni. Sulla figura dell’ex presidente della Repubblica, Mura – nella foto – ha pubblicato due libri con Il Mulino (Diario 1956-1964, nel 2012) e con la Cuec di Cagliari (Scritti politici, 2013). Qui- con l’autorizzazione dell’autore – pubblichiamo il testo della relazione del professor Guido Melis.

Quei dieci anni fatidici della Rinascita
di Guido Melis
Salvatore Mura ha scritto un libro importante, del quale si sentiva il bisogno. Era cioè necessario affondare finalmente una sonda nelle fonti, per gettare luce, direi così, dall’interno dei documenti, dall’esame puntuale dei fatti, sul complesso fenomeno della Rinascita sarda.
Mura coglie bene come quell’idea forte (un piano straordinario per la Sardegna, fondato sulla previsione dello Statuto regionale e inserito nella nuova politica verso il Mezzogiorno del centro-sinistra nazionale) fosse il frutto di una elaborazione collettiva. La sua ricostruzione, fa perno sui soggetti di quella elaborazione (in prevalenza i partiti, di maggioranza e di opposizione) e dà conto delle culture che vi facevano da sfondo e ne costituivano il deposito di idee.
Decide però – e a quanto si capisce dalla introduzione, lo decide ponderatamente – di trascurare un aspetto: la Regione come macchina amministrativa e in definitiva come strumento pratico di realizzazione delle scelte politiche. Mura ritiene cioè (lo dice chiaramente) che “uno studio ‘interno’ all’istituzione, rivolto ad esempio a guardare alle regole formali e al funzionamento del Consiglio regionale e della Giunta non sarebbe stato certo inutile, e tuttavia […] avrebbe impedito di vedere (e quindi anche di comprendere) i condizionamenti dei fenomeni politici, economici, sociali sull’istituzione e gli effetti prodotti dall’istituzione sulla società”.
La sua è quindi una ricostruzione tutta politica, o politico-economica, e poco politico-istituzionale. Anche se qualche pagina interessante (ad esempio da p. 128 in poi quelle dedicate alla legge sullo stato giuridico del personale) suona implicitamente come una certa autoconsapevolezza dell’autore dei limiti di un’analisi solo esterna. E qui, in queste pagine e in qualche altro cenno più sfumato sparso nel libro, si intravede che esiste un convitato di pietra molto influente ma assente nel libro: la burocrazia regionale, con i suoi legami con la politica e i suoi poteri occulti di condizionamento.
Tutto ciò – se è consentito esprimere una perplessità di fondo su un libro comunque importante – porta poi ad una conseguenza storiografica: che Mura non si pone mai la domanda centrale se la Regione, in quanto strumento pratico dell’autonomismo democratico, avesse in sé non dico i poteri ma l’organizzazione adeguata dei poteri (che è cosa diversa) per governare un processo tanto complesso e ambizioso come fu quello della Rinascita. Sicché si potrebbe dire che il libro è essenzialmente una storia politica della Rinascita, meno una storia della Regione come attore principale della programmazione.
L’evento cruciale che apre il libro è infatti tutto politico: è la conquista della Dc regionale da parte dei “giovani turchi” sassaresi. Evento di formidabili effetti sull’intero quadro regionale, sia per il rinnovamento diretto che ne derivò nella classe propriamente dirigente democristiana, sia per i riflessi indiretti che riverberò sugli altri partiti, costringendoli a modernizzarsi e in larga misura a cambiare strategie. Penso che, si parva licet, si possa dire della Dc dei “giovani turchi” quello che Gramsci diceva dei moderati cavouriani nel Risorgimento: si trattò di direzione dall’esterno dell’avversario, o almeno di condizionamento.
C’è uno sconfitto inaspettato però, in quella irresistibile ascesa inizialmente tutta sassarese, ed è, per quanto ciò non sia mai stato ammesso dalla tradizione democristiana, Antonio Segni. Egli, sacrificando i suoi vecchi seguaci (tra i quali il mitico “cugino” Nino Campus) seppe per così dire incassare il colpo e apparire come il nume tutelare romano del gruppo dei giovani scalatori del partito. Il suo ruolo nazionale non ne fu sminuito (sino a consentirgli la scalata al Quirinale) e qui risiedette la sua abilità tattica. Ma non c’è dubbio che nel ’56 e seguenti nella Dc sarda vinse un partito diverso da quello che Segni conosceva e auspicava. Qui il tema è solo accennato, ma Mura ci ha promesso una biografia di Segni che certamente affronterà questo nodo cruciale e il nuovo equilibrio che ne derivò: vedremo come.
Con l’avvento dei “giovani turchi” cambiavano profondamente la grammatica e la sintassi della politica.
La grammatica, perché il potere tendeva ora a esercitarsi diversamente: da parte di una classe politica professionale, allevata tutta nel partito e non più tratta dal notabilato della società civile, insediata specialmente negli enti pubblici regionali come ad esempio l’Etfas (Mura dà una rappresentazione molto documentata di questa catena di enti, inediti protagonisti della scena regionale).
La sintassi, perché cambiavano i contenuti, e da un certo paternalismo agrario basato sull’intervento esterno della Cassa per il Mezzogiorno come attore, anche efficace inizialmente, di innovazione dal centro, si passava ad un’iniziativa dal basso promossa e gestita dalla Regione. Era una piccola-grande rivoluzione (non per caso Segni aveva invece immaginato una Rinascita gestita invece proprio dalla Cassa). La Regione diventava il fulcro della vita politica regionale, uscendo da quella situazione di “municipio in grande” che Antonio Pigliaru aveva acutamente denunciato negli anni Cinquanta.
Mura coglie bene i nessi tra tutto ciò e l’ascesa di poco precedente della segreteria Fanfani nella Dc, la sua idea del partito come macchina elettorale moderna. In realtà la Dc fanfaniana sarebbe poi stata ridimensionata e si sarebbe assestata su un modello meno radicale, nel quale sarebbe emersa specialmente la realtà del partito delle correnti e l’equilibrio di poteri frutto della mediazione continua tra di esse. Da ciò un dato che Mura rileva acutamente per la Sardegna, e cioè la frequenza delle crisi di governo (in questo caso di giunta), tutte o quasi di matrice democristiana, testimonianza dei continui assestamenti tra gruppi e interessi. Paradossalmente l’egemonia assoluta della Dc si traduceva in una fibrillazione continua, una sorta di movimento tellurico sotto crosta, del sistema politico-istituzionale pure da essa dominato.
In quel mare procelloso dovettero navigare i “giovani turchi” e i loro alleati, prima esprimendo alla fine del 1958 la presidenza Corrias (la cui fisionomia non di leader ma – per dirla con il Giuseppe Fiori citato da Mura – di “ordinatore” è qui assai ben ricostruita), poi imponendo, nella giunta Corrias uno, Paolo Dettori come assessore al Lavoro e pubblica istruzione. Alla Rinascita (assessorato così denominato, e non fu un indizio da poco dell’innovazione) andò, nella prima giunta Corrias, Francesco Deriu, un personaggio non banale al quale Mura dedica un profilo molto interessante.
Di quella Giunta Mura segue passo passo il percorso, con una minuziosa attenzione ai passaggi politici determinanti, sino alla sua fine naturale con le elezioni del 1961, che diedero però luogo alla seconda Giunta Corrias, sino a giungere poi alla terza giunta Corrias, dal 1963 al 1966, caratterizzata da una cauta apertura a sinistra, nella quale fece il suo esordio come assessore alla Rinascita Pietro Soddu. E a Soddu Mura dedica (pp. 152-157) un medaglione molto positivo, nel quale non nasconde la sua adesione senza riserve alle idee innovative e al piglio energico del trentraquattrenne assessore proveniente da Benetutti.
Ma cosa fu la Rinascita? In particolare la Rinascita di Soddu e dei “giovani turchi”? Mura insiste sul nesso imprescindibile con l’industrializzazione innescata dall’intervento pubblico e con la programmazione come metodo di governo. In effetti entrambi i concetti, condivisi – ha ragione Mura – pur con diversità di accenti anche dall’opposizione, sindacati compresi, costituirono la filosofia di fondo, quella che potremmo chiamare l’ideologia della Rinascita. Non erano idee diverse da quelle che circolavano a livello nazionale, nel dibattito apertosi negli stessi anni sulla pianificazione. Direi anzi che costituivano il terreno obbligato sul quale tutte le forze politiche, anche quelle contrarie, dovettero misurarsi. In Sardegna il dibattito fu intenso, con caratteri di originalità, e rappresentò una pagina nuova della secolare querelle sulla questione sarda. Il fatto nuovo fu soprattutto l’estensione della discussione. Quella classe dirigente fu dirigente, infatti, perché non solo seppe unificare di fatto intorno all’obiettivo del Piano il quadro politico (ben al di là dei confini delle maggioranze consiliari) ma seppe – ed è il punto decisivo – creare una forte corrente di opinione popolare intorno alla Rinascita. Affondando su un bisogno reale, che era quello dell’uscita dalla povertà diffusa e dall’isolamento del dopoguerra; quello della conquista di standard di vita minimi assimilabili a quelli che proprio allora – anche grazie al potente medium televisivo – si imponevano a un Paese in crescita.
La Rinascita fu insomma una cosa molto concreta, almeno nell’immaginario popolare: fu fognature nei paesi, acqua potabile ai rubinetti, luce elettrica, trasporti su gomma verso le città, scuole elementari e poi medie, salari industriali, possibilità di ascensori sociali per i padri e soprattutto per i figli, rientro degli emigrati dall’estero, alimentazione migliore, elevazione dei tassi di mortalità infantile, allungamento della vita media, miglioramento della condizione femminile (basta leggere l’ultimo libro di Mameli sulle ragazze andate domestiche in continente).
Ebbe un impatto, in termini di moderna costruzione dell’egemonia, enorme. Diffuse valori comuni, prima di tradursi in solido consenso elettorale. E lo slogan “nella Rinascita c’è posto anche per te” rappresentò quasi icasticamente questo complesso di miglioramenti. Poi vennero la 600 Fiat e gli elettrodomestici. Poi il trasferimento di intere comunità paesane nelle città.
Sappiamo però che non tutto fu oro rilucente. E qui l’attenzione prioritaria al quadro politico in parte rischia di lasciare in secondo piano le contraddizioni sociali.
Il primo problema fu che l’industrializzazione si espresse esclusivamente nella articolazione dei poli. Era quella forse – possiamo convenire con Mura – l’unica forma possibile nelle condizioni date; ma è indubbio che generò squilibri nuovi, disegnò gerarchie tra aree privilegiate e altre aree invece svantaggiate, non distribuì a valle quel che – specialmente col finanziamento pubblico – si accumulava a monte. Creò le cattedrali nel deserto, spopolò i paesi, ridusse la vitalità dei mondi agricoli locali, non incise sulle antiche ingiustizie della pastorizia nomade e del suo retroterra, anzi in parte le esasperò.
L’esplosione del banditismo basato sul sequestro di persona (elemento determinante del quadro generale, dagli indubbi riflessi politici) segnò drammaticamente la cesura tra nuovo e vecchio mondo. La commissione di inchiesta presieduta dal senatore Medici avrebbe dovuto più tardi prenderne atto e la sua linea interpretativa sarebbe stata esattamente quella (nel libro di Mura un po’ sacrificata, ingenerosamente) di Antonio Pigliaru e dei suoi amici di “Ichnusa”, suggeritori di molte pagine della relazione stessa: cioè quella del conflitto tra due culture. Essi posero esattamente questo tema, pur non opponendosi mai (ha ragione qui Mura) alla industrializzazione, che forse Pigliaru neppure colse in tutta la sua forza dirompente, per lo meno all’inizio. Ma la visione di Pigliaru della conflittualità dei codici, del contrasto città-campagna e del rapporto modernizzazione-tradizione era più profonda di quanto le pagine che Mura dedica a questo straordinario intellettuale della Sardegna del Novecento non lascino immaginare.
Il secondo problema fu quello che definirei delle grandezze in campo. Parlo del rapporto tra il potere rivelatosi debole della Regione e i poteri forti coi quali essa venne a contatto. Parlo precisamente dell’effetto dell’elefante nel negozio di cristalli, cioè – fuor di metafora – del grande potere economico che si faceva programmatore in proprio, stratega economico nei suoi uffici studi (privati o pubblici che fossero), editore e forgiatore di consenso sui giornali sardi dei quali si impadronì. Parlo dell’enorme potere condizionante dei Rovelli e soci su certe correnti o certe personalità della classe politica nazionale e di quella regionale. Di un sistema di condizionamenti esterno all’autonomia. E dell’enorme potenza corruttiva che quel sistema espresse e fece valere nel piccolo mondo del Consiglio regionale.
Il terzo problema – connesso al secondo – fu la classe politica. Il sistema di governo degli enti, il clientelismo del posto in Regione, la degradazione dei partiti a macchine del consenso. Mura è molto generoso: a p. 64, parlando di Nino Giagu dice “sapeva dialogare coi bisognosi”; a p. 73 scrive: “il presidente Corrias aveva un programma di comprensione cristiana per i ceti più deboli”. Di fatto i più deboli furono immessi in quegli anni in un sistema di cooptazione a base di fidelizzazione politica, tipico forse del nuovo modello di partito che fu la Dc di allora (prima c’era il potere assoluto dei notabili locali: posso convenire che si fece un passo avanti) ma tutto sommato non tale da tradurre il consenso alle politiche di distribuzione dei benefici in consenso partecipe e attivo. Crebbero – è vero – partiti e sindacati, e ciò significò modernizzazione. Ma il rapporto dirigenti-diretti in molti casi fu mediato ancora da antichi paradigmi clientelari. Alla supremazia nelle campagne dei printzipales si sostituì il capillare sistema di mobilitazione elettorale attraverso l’Etfas e gli altri enti collettori del consenso.
Le sinistre, in questo contesto, furono comprimarie. E’ vero che il Pci (meno il Psi) arrivava alla Rinascita – che pure aveva a lungo evocato sin dagli anni Cinquanta nel suo congresso del popolo sardo e altrove – impreparato e in ritardo, gravato da un’idea di lotta contro i monopoli che apparteneva ad un’altra epoca culturale e politica. Qui Mura ha ragione, quando impietosamente sottolinea i limiti della sinistra marxista. Ma in certi passaggi la sua analisi è troppo severa: ad esempio quando bolla come “antica ma sempre attuale e suggestiva ipotesi rousseauviana della democrazia diretta” l’idea di Laconi ed altri dei comitati zonali come organismo di base e partecipativo della realizzazione del Piano. O quando sembra criticare Pirastru per aver posto il tema della riforma della Regione, troppo ministerialista al suo interno, imperniata com’era sul modello degli assessorati (“mancava di realismo e di concretezza”, dice Mura, pur poi abbracciando l’idea di riforma dell’ente portata avanti dalle correnti progressiste della Dc regionale: idea per altro rimasta sulla carta).
Mi ha molto colpito il paragrafo che Mura dedica al nesso (un nesso che si intuisce problematico) tra programma regionale e programmazione nazionale. Qui è una delle svolte cruciali del libro. Nel 1964 si registra – lui scrive – “il disincanto”. Cioè il gruppo di testa della Rinascita avverte che gli ostacoli sono enormi, che la spinta popolare si sta attenuando e che condizionare istituzioni centrali e partiti nazionali da una regione periferica come la Sardegna non è semplice. Nasce di conseguenza una linea critica, persino aggressiva, verso i poteri romani. E si profila per la prima volta quella che sarà la politica “contestativa” della Regione. Dopo le elezioni, nel 1966 cade sotto i franchi tiratori, per effetto della divisioni del gruppo consiliare della Dc, la lunga egemonia di Corrias. Si chiude una stagione. Inizia il tempo nuovo delle coalizioni di centro-sinistra, cioè delle Giunte a diretta partecipazione socialista. Ci vorrà qualche mese e molta sofferenza interna, nonché l’intervento della Dc nazionale, perché si trovi il successore di Corrias. Il 30 marzo 1966 verrà eletto Paolo Dettori. Soddu resterà assessore alla Rinascita.
Questa nuova Giunta è collegata giustamente da Mura con l’orizzonte lungo del Piano quinquennale, che l’autore ricostruisce in tutti i suoi articolati passaggi, sottolineandone le virtù (lo sguardo lungo) ma anche i condizionamenti esterni; da cui la richiesta di una partecipazione della Regione alla formulazione della programmazione nazionale nella quale il Piano andava naturalmente a inserirsi.
Registrata su quel fronte la chiusura ministerialista dello Stato, si apre la fase attiva della politica cosiddetta contestativa. Mura analizza da vicino il dibattito concernente questo momento, indicando con lucidità quali fossero le contraddizioni interne al fronte unito dei partiti sardi e quelle – forse ancora più decisive – insite nella stessa Dc regionale, divisa tra una sinistra progressista e una destra moderata e prudente. Paradossalmente la politica contestativa, innescata dalla Giunta Dettori, determinò la crisi di quella stessa Giunta e la sua sostituzione con quella di Giovanni Del Rio (anch’egli sostenitore della stessa politica, almeno a parole).
Fu una sconfitta? Mura sembra ritenere di sì. Le sue conclusioni sono problematiche. La classe politica della Rinascita si scontrò – egli ritiene – con la sordità dei vertici nazionali dei partiti; tentò di modificare il rapporto di forza con essi, ma senza successo; non seppe intuire, alla fine degli anni Sessanta, il declino imminente determinato dalla crisi del petrolio nel decennio successivo (ma lo si poteva preconizzare? Mura ritiene di no). Nel complesso però la Rinascita modernizzò la Sardegna e questo è quanto basta per mandarla assolta.
Il libro si chiude sfiorando quel biennio 1968-69 che in tutta Italia segnò la punta massima del protagonismo dal basso; e che in Sardegna si espresse in una serie di movimenti, da quello studentesco nelle università a quello operaio nelle fabbriche, sino a esplosioni emblematiche come le giornate di Orgosolo che contagiarono tutta la Barbagia. Movimenti in parte figli (sebbene i padri li avrebbero forse ripudiati, in tutto o in parte) della modernizzazione realizzata dalla Rinascita. In parte contestativi nei confronti delle sue scelte e delle politiche che ne avevano rappresentato la realizzazione. Un ampio quadro di novità si imponeva adesso sulla scena.
Sarebbe interessante leggere il seguito della ricostruzione di Mura: per capire a valle che esito avesse ciò che era stato realizzato a monte, e per cogliere il senso reale di quella trasformazione e delle sue molte contraddizioni.

 

Posted by Redazione

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