L’Inps: I trentenni andranno in pensione a 75 anni. Quindi da vecchi i cantieri li vedremo da dentro.” [Virgilio Nàtola, Spinoza.it]

di Paolo Ardu

“Se avessi 35 anni sarei preoccupato”. Sono le poco confortanti parole di Tito Boeri, presidente dell’Inps, e di Stefano Scarpetta, direttore del dipartimento su lavoro e affari sociali dell’Ocse, dopo la lettura dei numeri sulle proiezioni dei pensionati nel 2050.

I nati negli anni Ottanta del secolo scorso, qualora andassero in pensione, lavoro permettendo, ci andranno a 75 anni e, pur avendo lavorato di più, con l’assegno ridotto del 25% rispetto a quello dei nati nel secondo dopoguerra. “E quelli che oggi vivono di contratti precari potrebbero addirittura non avere alcun reddito”.

Questo è lo scenario futuro che si prospetta. E l’oggi? L’ingresso tardivo nel mondo del lavoro, la precarietà e le interruzioni di carriera unite a bassi salari stanno mettendo la nostra generazione a forte rischio povertà.

Qual è la risposta del ministro del lavoro e delle politiche sociali Giuliano Poletti? I giovani “devono versare i contributi se vogliono una copertura previdenziale visto che non mi risulta siano stati immaginati strumenti alternativi che garantiscano soluzioni migliori”. Ecco la risposta della politica, se la si può ancora definire tale. Arrangiatevi, versate contributi.

Certo è facile farlo quando per entrare nel mondo del lavoro ti chiedono dai 2 anni in su di esperienza lavorativa. Oppure, non bastando curriculum vitae e lettera motivazionale per essere valutati, è necessario sostenere anche test comportamentali o preparare un progetto per l’eventuale lavoro che, poi, il datore farà proprio senza averti assunto. Sono solo pochi esempi di quello che è oggi, al netto delle riforme, il cercare lavoro. Una giungla.

E qualora uno il lavoro lo avesse, precario, saltuario e poco retribuito com’è oggi, col sistema contributivo, come potrebbe versare contributi tali da avere una pensione dignitosa? Più semplice e più etico donare il sangue all’Avis.

Però il governo sta “promuovendo la stabilizzazione del lavoro”. In che modo? Rendendo più facili i licenziamenti, smantellando le garanzie dei contratti a tempo indeterminato e incentivando l’utilizzo dei voucher, nati per regolamentare i lavori stagionali, per tutti. Insomma, la massima espressione della flessibilità e la minima della sicurezza (del lavoro, nel lavoro).

Chissà quanti sarebbero oggi, con queste modalità, gli assunti tra i nati nel 1945 che timbrano il cartellino senza andare a lavorare o si fingono malati, per dirne solo alcune, delle vergogne note alle cronache degli ultimi anni? Purtroppo non lo sapremo mai, non ci saranno numeri a dimostrarlo. E il ministro, davanti ad un’emergenza sociale che si annuncia devastante che fa? Se ne lava le mani. Arrangiatevi.

Ma sulla crescita di quest’anno il governo apre le scommesse, come alla Snai: 0,8 o 0,9? Numeri al di sotto delle previsioni che, senza una crescita dell’economia oltre l’1% per i prossimi anni, determineranno, secondo Boeri, anche “problemi di adeguatezza” dell’importo futuro della pensione. Nel mentre gli occupati, soprattutto tra i giovani, hanno smesso di crescere. Tranne quelli over 50, gli stessi di cui ci si sta occupando per risolvere la questione esodati ereditata dal governo Monti.

E il lavoro fino a 70 anni? Ti deve piacere, dev’essere quello per cui hai studiato, ti sei aggiornato. Devi arrivarci felice a quell’età, soddisfatto. Ciononostante, “se non si metterà in campo uno strumento di sostegno contro la povertà come il reddito minimo, ci saranno problemi per chi perderà il lavoro sotto i 70 anni”, insiste Boeri.

“Ho amici che si sono laureati in Biologia e insegnano nuoto, in Psicologia e fanno le babysitter, in Storia e fanno i camerieri”, racconta a La Stampa Michele Rech, in arte Zerocalcare, fumettista. “Quando ero ragazzino i trentenni li vedevo adulti: avevano un loro preciso posto nel mondo. Rispetto a loro, per me e tanti miei coetanei la vita non è molto cambiata dalla fine della scuola. Siamo ancora in bilico fra un lavoretto e l’altro. Alcuni costretti a vivere con i genitori, altri a reinventarsi continuamente”.

“I trentenni non esistono più, come gli gnomi, il dodo e gli esquimesi. (…) I trentenni sono una categoria superata, a cui ci si attacca per nostalgia, come il posto fisso”.

Intanto le diseguaglianze tra generazioni si stanno allargando, con sempre maggiori nuove povertà che “a cascata” ricadranno sui ventenni di oggi, sugli adolescenti, sui bambini che gattonano, su quelli che ancora non sono nati. E sulle loro madri.

Lo aveva già documentato pochi mesi fa la Fondazione Bertelsmann Stiftung di Bruxelles nel suo annuale Social Justice Index che aveva collocato l’Italia, insieme a Spagna, Portogallo e Grecia, al fondo della classifica sulla giustizia sociale registrando l’aumento della povertà soprattutto tra i più giovani e la diminuzione di opportunità nel lavoro e nello studio.

Ma il governo, invece delle misure strutturali preferisce quelle a pioggia, come le paghette da 500 euro ai futuri 18enni. Perché se non ci sono elezioni in vista, se non “ce lo dice l’Europa”, non c’è priorità.

Posted by Redazione

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