Steve-JobsNon molto tempo fa, la differenza tra storia con la S maiuscola e leggenda era praticamente inesistente. In assenza di metodi affidabili per confrontare informazioni, di tecniche scientifiche per interpretare il reale, i racconti del passato non consideravano importante il confine tra fatti, leggende e metafore, come evidenziato dall’importanza dei testi sacri nell’immaginario collettivo degli ultimi due millenni. Con il passare del tempo, però, nuovi strumenti hanno permesso di avvicinare la storia al metodo scientifico, e hanno cambiato completamente l’idea che l’uomo ha del passato. Ma nel caso della letteratura, del cinema, e delle arti visive, la differenza tra leggenda e storia diventa spesso meno chiara. Shakespeare ha scritto grandi opere ispirate dalle vite di celebri figure storiche, ma quasi nessuna delle sue storie era vicina alla realtà: la sua idea era quella di usare personaggi celebri per esplorare idee universali.

Steve Jobs, diretto da Danny Boyle e scritto da Aaron Sorkin, lavora sulla stessa frequenza d’onda delle grandi opere di Shakespeare.  È il racconto di tre momenti della vita di Steve Jobs, le manciate di minuti che hanno immediatamente preceduto tre tra le più importanti presentazioni pubbliche della vita del fondatore della Apple: quella del primo Macintosh, quella del primo prodotto della breve vita della sua seconda compagnia, Next, e quella dell’iMac dopo il suo ritorno alla guida della Apple. La sceneggiatura di Sorkin usa questi eventi come rampa di lancio per un’esplorazione di molti aspetti della vita del celebre visionario: il suo rapporto con i suoi colleghi più celebri, come Steve Wozniak, Joanna Hoffman e John Scully; il suo perfezionismo, e la sua ossessione nel creare prodotti a metà strada tra tecnologia e arte. E, al centro di tutto, il suo rapporto con sua figlia Lisa, di cui ha negato la paternità per anni.

Le tre mezz’ore che precedono gli eventi diventano così microcosmo della vita di Jobs, delle versioni compresse di alcune delle più importanti scelte che hanno caratterizzato la sua vita. Ispirato dalla biografia di Oscar Isaacson, il lavoro di Sorkin e Boyle racconta un Jobs determinato, dispotico, aggressivo, incapace di trovare un equilibrio tra il suo desiderio di eccellenza nel suo lavoro e nel raggiungere armonia nel quotidiano. Questo è un film dove eroe e antagonista sono la stessa persona: Jobs è stato sotto molti punti di vista il suo peggior nemico, ma negli ultimi anni della sua vita è cresciuto come uomo, tanto da richiedere ad Isaacson di curare la sua biografia senza tralasciare alcuni dei suoi tratti negativi. Per quanto non fosse il tipo di persona per cui fosse facile chiedere scusa, la sua capacità di essere trasparente ed onesto ha pochi eguali in personaggi del suo calibro.

Il film di Sorkin e Boyle, a metà strada tra realtà e finzione, utilizza la figura di Jobs per riflettere sulla difficoltà di conciliare ambizione, famiglia e amicizie, del lavorare in gruppo quando si ha una visione chiara di quello che si vuole ottenere, del riconoscere che diventare un genitore significa non essere più al centro del proprio universo. Per ottenere questo risultato, gli autori hanno usato degli stratagemmi poco convenzionali: hanno dato la parte principale a Michael Fassbender, un attore che non assomiglia fisicamente a Jobs, ma che è capace di portare sullo schermo il magnetismo dell’uomo che rappresenta, il suo carisma, la forza delle sue idee, il suo essere solido, la determinazione nel non accettare compromessi. Al suo fianco, Kate Winslet interpreta Joanna Hoffman, il braccio destro di Jobs; Seth Roegen è Wozniak, Jeff Daniels è Scully. Tutti giganti, per dare il senso di come Jobs potesse spiccare nel mezzo di geni al suo livello, aiutati dai dialoghi di Sorkin, forse l’unico scrittore capace di mettere su carta dialoghi elettrizzanti come scene d’azione: questo è un film quasi completamente parlato, ma riesce comunque ad essere dinamico e avvincente. Danny Boyle, solitamente alla presa con pellicole ricche di azione, riesce anche in questo caso a trovare mille modi per trovare invenzioni visive nonostante le limitazioni “geografiche” della storia.

Il film è stato celebrato dalla critica ma ha suscitato molte critiche per le libertà artistiche che ha preso nel raccontare il personaggio di Jobs: per alcuni, un film biografico dovrebbe puntare sulla precisione. In fondo Shakespeare scriveva di persone morte secoli prima che le sue opere arrivassero al teatro; Jobs è morto tre anni fa, le persone che lo hanno circondato sono vive e attive. Forse è un segno dei tempi: di come uomini possano diventare icone, leggende, personaggi anche in vita; di come la loro realtà in qualche modo trascenda la persona che sono state; la loro realtà è più grande, un’ispirazione. L’impressione è che Jobs, ossessionato dalla qualità prima di tutto, avrebbe apprezzato un lavoro di questo calibro.

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