di Anna Maria Capraro

La pregnanza dei simboli e la precisione dei numeri nel convegno che, organizzato dal Comune di Oristano e dalle segreterie provinciali di Cgil e Cisl, si è tenuto a Oristano il 21 dicembre scorso presso i locali dell’Hospitalis Sancti Antoni con un invito particolarmente significativo: “ Non stiamo in silenzio, parliamo di violenza sulle donne.” Una la sedia vuota, idealmente occupata da tutte le donne accolte nella casa protetta gestita dal centro antiviolenza “Donna Eleonora” del Plus di Oristano che, nato nel novembre del 2010 dallo sportello Antiviolenza istituito nel 2001 nel Comune di Oristano, ospita 16 donne e 21 minori. Imprecisato il numero di rossetti inseriti, quale omaggio alla femminilità offesa, nella raccolta di beni di vario genere per la casa famiglia lanciata dagli stessi organizzatori del convegno nella giornata del 25 novembre, dedicata, come è noto, alla lotta contro la violenza di genere.

E infine diverse rose bianche come risposta alla violenza con quello che è l’emblema del perpetuarsi della vita. Una rosa per ogni relatore e ogni ospite. Da Roberta Manca e Federica Tilocca, segretarie rispettivamente della Cgil e della Cisl di Oristano, che hanno introdotto e concluso i lavori, a Giuseppina Uda che ha portato, in qualità di vicesindaco, i saluti e i propositi del Comune, a Monsignor Ignazio Sanna, Vescovo di Oristano e portavoce della Chiesa,  Maria Obinu, assessora alle Politiche sociali del Comune di Oristano, la psicologa Maria Lucia Mocci, il neuroscienziato Graziano Pinna, l’avvocato Roberto Martani, e infine , per l’Associazione Prospettiva Donne di Olbia, cui è temporaneamente affidato il centro antiviolenza, Patrizia Desole.

Ognuno degli intervenuti ha portato il suo testimone, per affidarlo al lavoro congiunto delle istituzioni e della rete dei cittadini. Una piccola tessera nell’immenso mosaico da costruire insieme, passo dopo passo, con gli strumenti della prevenzione. Perché la violenza di genere, ostinatamente confinata nella cronaca nera, non è che la conseguenza delle diseguaglianze e discriminazioni politiche e culturali, e dunque del mancato rispetto per la dignità femminile. Perché ricorrenze come il 25 novembre e l’8 marzo, testimonianza dello iato spaventoso tra le esigenze di una società civile e la realtà di fatto messa a nudo dalle statistiche, diventino impegno quotidiano.

Molti i problemi posti sul tappeto per una situazione difficile anche da monitorare e in continuo crescendo. Da quelli legati alle modalità dei finanziamenti delle strutture preposte a contrastare il fenomeno al futuro concreto del Centro antiviolenza di Oristano, che nell’anno in corso ha visto un incremento delle utenze pari al 6 per cento riguardo al centro e al 58 per la casa, con un inserimento del 78 per cento delle donne richiedenti aiuto.

La testimonianza filmata di una di esse porta all’interno del convegno, tra le amarezze e il dolore provocato da un argomento tanto scottante, la speranza e la poesia di un percorso possibile. “Sono entrata in pochi mesi in una nuova vita, afferma, con accanto degli operatori che mi hanno aiutato ad affrontare la realtà in tutte le sue sfaccettature, in serenità. Il legame che si crea è familiare. Noi ospiti proveniamo da storie diverse ma da un dolore comune. Ogni anno celebro un compleanno nuovo. Mi si sono aperte porte impensabili….”. E conclude, tra l’altro, con un appello perché il centro non muoia e alle donne perché non si blocchino nella paura. Ma anche il 49 per cento delle donne rivoltesi al centro non ha mai denunciato gli abusi subiti. Mentre proprio la denuncia costituisce un passo necessario anche per la conoscenza dei danni psicofisici causati dalla violenza, sconosciuti alla maggior parte delle persone.

L’avvocato Martani sottolineare intanto gli strumenti messi a disposizione dalla giustizia, e in particolare i provvedimenti presi dalla giustizia italiana nel 2001 e nel 2009: “Il primo consiste nell’allontanamento del responsabile dei reati di violenza e il secondo nella possibilità di emettere ordini di protezione per le vittime, e, se necessario, l’obbligo di assegni di mantenimento. Il tutto in fase preprocessuale. Mentre le donne che non possono sostenere le spese legali hanno diritto al patrocinio a spese dello stato. Un cammino lento quello della giustizia per la tutela delle donne. Che continuano a non denunciare. Per paura, scarsa conoscenza dei propri diritti e minimizzazione o mancato riconoscimento delle violenze subite”. Che sono invece della specie peggiore, perché perpetrate da esseri umani su altri esseri umani.

E così anche per Oristano i dati di cui si dispone prescindono da una base ampia di sommerso, e mostrano solo la punta dell’iceberg. Le slide presentate dalla direttrice del Centro, Patrizia Desole, sono illuminanti: su 88 donne il 66 per cento si è rivolto direttamente al centro per intraprendere un percorso di libertà. Per l’89 sono di nazionalità italiana, nell’uno per cento acquisita. Le fasce d’età maggiormente presenti vanno dai 41 ai 50 anni, seguite dai 30/40 . Non si tratta di donne analfabete se non per il 2 per cento.

Spesso inoltre si tratta di donne sulle quali grava il peso anche economico della famiglia, nonostante vissuti pluriennali di violenza psicofisica ne abbiano minato l’equilibrio e ostacolato l’autorealizzazione. La tipologia delle violenze cambia, ma alla base c’è sempre quella psicologica. Che per il 90 per cento è intrafamiliare . Per gli autori dei maltrattamenti e degli abusi il fenomeno è trasversale. Nessuna distinzione in quanto a istruzione, religione, etnia, estrazione sociale, età. E sempre in assenza di disturbi psichiatrici e nei modelli tradizionali rispetto ai generi.

La maggior parte delle donne è coniugata, e, su 88, 60 di esse hanno figli, tra cui 51 maggiorenni e 59 minorenni, doppiamente indifesi a fronte di situazioni insostenibili. Ma questo richiama l’attenzione su un aspetto scottante del problema: quello della violenza assistita, sulla quale si soffermano in particolare la psicologa Maria Lucia Mocci e il neuroscienziato Graziano Pinna, che, in viaggio in Europa dagli Stati Uniti, ha accettato di mettere a disposizione del convegno di Oristano le sue importantissime scoperte sulle dinamiche della depressione e del disturbo post traumatico da stress, nonché sul meccanismo d’azione dei farmaci che agiscono su di essi.

Maria Lucia Mocci introduce il problema, particolarmente sentito in quanto, come afferma, ”Nei convegni raramente si parla dei costi personali e sociali che la violenza sulle donne produce a breve e a lungo termine sulle persone che la subiscono. Spesso si trascurano gli effetti sui minori che assistono, subiscono, respirano un’atmosfera familiare intrisa di violenza psicologica, fisica, economica.

Gli eventi traumatici sono in grado, soprattutto quando protratti nel tempo, di modificare il funzionamento del nostro organismo sia dal lato strutturale anatomico che dal lato neurofisiologico con ripercussioni gravissime sulla salute delle persone. Inoltre, i danni prodotti dalla violenza interpersonale sono tanto maggiori quanto più giovane è l’età della persona che è esposta al trauma. I dati presenti in letteratura sottolineano che esistono delle correlazioni tra traumi infantili e quadri psicopatologici che si manifestano nell’età adulta quali depressione maggiore, disturbo borderline di personalita’, disturbi d’ansia e dello spettro schizofrenico.

Studi condotti sui bimbi traumatizzati hanno dimostrato che la persistenza dell’esperienza traumatica induce modificazioni neurobiologiche permanenti a livello di sistemi coinvolti nella risposta allo stress: aumento delle concentrazioni urinarie di epinefrina, norepinefrina e dopamina, alterazioni dei recettori piastrinici alfa2-adrenergici, aumento del tono muscolare di base, alterazioni del tracciato EEG che suggeriscono la presenza di anomalie a livello libico/ippocampale e corticale, nonché alterazioni dello sviluppo di alcune aree corticali. ..E chi ha subito il primo abuso sessuale durante l’infanzia ha un rischio di ideazione suicidarla del 146& superiore a chi lo ha subito in adolescenza.

Lavorare sul trauma non significa solo aiutare le persone a ritrovare la serenità ma anche prevenire danni futuri. Riparare le ferite dell’anima è possibile, ma ci vogliono gli strumenti e il giusto tempo. I percorsi di terapia sono spesso lunghi, faticosi e attualmente non sempre il servizio pubblico, vuoi per carenza di personale, vuoi per i tempi non sempre tempestivi, è in grado di assicurarli soprattutto a lungo termine.

Inoltre, poiché è stato dimostrato che alcuni orientamenti psicoterapeutici, quali l’Emdr (Eye movement desensitization and reprocessing, ovvero desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari) e la Tf-Cbt (Trauma focused cognitive behavioral therapy, ovvero terapia cognitivo-comportamentale focalizzata sul trauma), e l’abbinata di psicoterapia e farmaci, soprattutto quando incomorbilità si manifestano sintomi depressivi, sono più efficaci rispetto ad altri approcci.

 Sarebbe opportuno avere un’equipe territoriale di riferimento opportunamente formata che possa seguire le donne e i loro figli per tutto il tempo necessario per l’elaborazione dei vissuti traumatici e lo sviluppo della resilienza. Il termine resilienza nel linguaggio psicologico indica la capacità della persona di affrontare con esito positivo gli eventi traumatici riadattando la propria vita. Il lavoro sul trauma non può prescindere dall’aiutare le persone a sviluppare e/o acquisire quelle caratteristiche”.

 Nel contempo però Mocci non manca di rilevare, al primo posto tra i fattori interni di vulnerabilità che influenzano “la potenzialità di subire e non riuscire a gestire il trauma”, proprio il sesso femminile. Prima di : bassa autostima, basso supporto sociale, neuroticismo, psicopatologia preesistenze. E sempre primo il sesso femminile figura tra i fattori di rischio pre-traumatici precedendo la giovane età, il basso livello di scolarità e di condizioni socio-economiche, le patologie psichiatriche e l’uso di sostanze.

Particolarmente proficua e interessante si è rivelata, ai fini di una corretta focalizzazione e comprensione del problema, la collaborazione tra la dottoressa Mocci e lo scienziato Graziano Pinna, che aggiunge: “Quello della violenza sulle donne è un problema acuto molto importante, che ha conseguenze gravissime e genera circoli viziosi e catene di violenza. Quando si tocca la donna, si tocca infatti anche la mamma e dunque il nucleo familiare intero. Perciò non parliamo di una sola vittima ma della sua relazione con traumi che poi subiscono anche i figli. Assolutamente importante sensibilizzare perché il 97 per cento di vittime che non denuncia denota un livello di supporto sociale e delle istituzioni che, nonostante un lieve miglioramento, rimane tuttavia molto basso. Eppure il fenomeno è talmente grave da addirittura meritarsi un neologismo: “femminicidio”.

E a questo livello abbiamo una escalation costante nel numero di donne uccise in Italia dal 2005 a oggi.

Al 2012 contavamo ben 124 donne uccise soprattutto per mano del coniuge o dell’ex partner con un gran numero di violenze che avvengono in casa e sotto gli occhi dei bambini e per altro durano per anni, talvolta anche decenni.

I danni per i bambini che assistono alle violenze sulle mamme sono disastrosi. Basti pensare che le loro emozioni sono talmente forti che essere esposti a violenza nelle loro famiglie induce lo stessa modalità di attività cerebrale che è stata rilevata nei soldati esposti a combattimenti.

 Le loro memorie sono talmente forti e traumatiche che rientrano nei criteri diagnostici del disturbo da stress post-traumatico (Ptsd).

I bambini imparano l’uso della violenza per risolvere i propri conflitti e da adulti tendono a sviluppare relazioni violente col loro partner. Questo sta anche alla base dell’ereditare psicopatologie oppure esserne contagiati. Infatti se un membro della famiglia sviluppa il Ptsd perché magari è un soldato di ritorno dalla guerra, la moglie e i figli succubi delle sue violenze e aggressione (sintomi del Ptsd), svilupperanno anche questo disturbo.

Per le vittime dirette della violenza, non e’ necessario essere colpiti per subire un abuso. Infatti, l’aggressore può manipolare, sminuire, umiliare, maledire, incolpare, gridare, ridicolizzare, mancarti di rispetto, e cercare di controllarti… E tutto tende a peggiorare nel tempo!

In realtà le ferite visibili sono alla fine il meno peggio anche se ci allarmano di più. Le vediamo ma poi nell’arco di giorni spariscono. Invece le ferite invisibili, quelle create dalle memorie traumatiche nel cervello durano per decenni e anche per sempre e sono alla base di importanti neuropatologie quali ansia, depressione e persino suicidio.

Una delle neuropsicopatologie più frequenti è il Ptsd. Che, come appunto si evince dal nome stesso, è un disturbo dovuto allo stress del trauma a cui viene sottoposta una persona, quindi non solo abusi e violenza ma anche catastrofi naturali, attacchi terroristici, combattimenti, etc.

La patologia si instaura circa un mese dopo l’evento traumatico e può evolversi in Ptsd cronico che può durare anche decenni o tutta la vita, con sintomi che in genere peggiorano nel corso degli anni.

Circa il 60 per centodi individui sono esposti a trauma nell’arco della loro vita, in genere chi sviluppa la patologia è una percentuale inferiore pari al 7-8 per cento. Ci sono categorie a rischio. Per esempio 1 su 4-5 soldati di ritorno da Iraq e Afganistan sviluppa il Ptsd.

Tuttavia la più alta prevalenza rimane tra i bambini abusati e vittime di violenze, uno su due di loro sviluppa il disturbo, seguito dalle donne abusate che sono pari al 45 per cento. Vengono poi gli adulti violentati, pompieri e polizia.

 Cè anche un importante dimorfismo sessuale nella prevalenza del Ptsd, che vede le donne come una categoria con suscettibilità di quasi 3 volte più alta rispetto agli uomini.”

Anche il professor Pinna, che oggi è tra l’altro autore di un progetto di studi e di ricerca finanziato dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti d’America per lo studio e la scoperta di nuove terapie finalizzate al trattamento dei disturbi mentali nei reduci dalle campagne in Iraq e Arganistan, conferma dunque quanto oggi le neuroscienze hanno appurato. E cioè che la violenza, di qualsiasi genere, lascia le sue stigmate perenni nel cervello modificandone lo sviluppo, i meccanismi della coscienza di sé, la capacità di concentrazione e di autocontrollo, nonché l’empatia nei confronti degli altri.

 Sono i motivi per cui si rende necessaria, nel percorso di cura delle malattie e dei disturbi mentali da essa generati, l’azione sinergica della terapia psicologica e di quella farmacologica.

 “Per quanto riguarda i sintomi, vengono categorizzati in 3 gruppi principali, sono molto vari e comprendono anche ansia, disturbi nel sonno, uso di droghe e suicidio. Il che sta anche alla base delle difficoltà nel trovare un trattamento che possa aiutare i pazienti. Infatti, più che una medicina che aiuti tutti, come si pensava all’inizio, forse il trattamento migliore dovrebbe essere una terapia personalizzata che ripari diversi sistemi neuronali affetti dal PTSD, accompagnato però da psicoterapia.

 Non esiste un farmaco specifico capace di agire da solo contro le conseguenze mentali della violenza subita o assistita. tuttavia vengono usati degli antidepressivi capaci di potenziare la terapia psicologica. Il farmaco, al quale da solo una fetta di pazienti che va dal 40 al 60% non risponde, ha la possibilità di bloccare il consolidamento della memoria traumatica facendola riemergere in condizioni di sicurezza e facilitare in tal modo l’azione del trattamento psicologico, al quale da solo una altrettanto grande fetta di pazienti, dal 40 al 50% non risponde”.

 Se la dottoressa Mocci sottolineava, nel suo intervento, il fatto che l’uso congiunto delle due terapie rende possibile, nel tempo, riparare i danni strutturali e funzionali che il trauma arreca, con un beneficio non solo per la persona ma per la collettività intera, il professor Pinna precisa, insieme ai costi fisici e psichici della violenza, quelli economici: “In Italia si stima che il 93 per cento delle violenze domestiche non vengano denunciate e si conta che almeno 3 milioni di donne sono vittime della violenza domestica. Tra queste l’80 per cento continua a subire in silenzio. Della piccola frazione del 20 per cento che si separa, molte ritorneranno a vivere col coniuge per svariati motivi tra cui un malinteso bene dei figli, promesse di cambiamento, sentimenti forti.

 La violenza sulle donne costa all’Italia patrimoni enormi, la ricerca arriva a una stima in circa 17 miliardi di euro l’anno, a partire dai cosiddetti costi economici, pari a 2-3 miliardi di euro, tra spese sanitarie (460,4 milioni), spese per le cure psicologiche (158,7 milioni), e farmaci (44,5 milioni). Ai quali si sommano i costi relativi all’impegno delle forze dell’ordine, dall’ordinamento giudiziario, l’assistenza alle vittime e dei loro familiari.

Mentre per le attività di prevenzione, iniziative di tipo culturale e di sensibilizzazione la società italiana investe solo 6,3 milioni di euro l’anno”.

E affronta così un nodo cruciale. “Perché è importante la prevenzione e la sensibilizzazione dell’opinione pubblica? Perché non è un tema su cui fare retorica. Stiamo parlando di un problema di dimensioni mondiali in grado di muovere le coscienze di tutti a prescindere da razze, culture, lingue, differenze sociali e sessi. Fondamentale dunque che le donne siano rappresentate con solidarietà e dignità e che questo problema emerga in modo da dare la possibilità alla sua prevenzione quando possibile, se non a rimedi tempestivi per bloccarlo sul nascere. Perché la solidarietà deve venire da tutti a prescindere, uomini e donne. Tuttavia, si vedono per la maggiore sempre e solo le donne ancora una volta in prima linea per sensibilizzare su un tema molto sentito ma spesso chiuso dentro le mura domestiche, dove si consumano la violenza e l’abuso.

Per questo diventano fondamentali le campagne di sensibilizzazione, solidarietà ed educazione a livello internazionale in tutto il mondo e anche ad Oristano, ed anche Oristano oggi si mobilita per sensibilizzare l’opinione pubblica grazie all’organizzazione della Cisl and Cgil coinvolgendo enti, aziende e privati.

 Particolarmente importante rimane il messaggio della solidariarietà da far giungere alle donne vittime di violenza: devono sapere che non sono sole. Altre donne sono uscite allo scoperto e hanno parlato e raccontato il loro dramma vissuto all’interno delle mura domestiche, hanno deciso di sopravvivere. Non bisogna aver vergogna perché si tratta di un problema molto diffuso e la denuncia di molte vittime dovrebbe ispirare tante altre a fare lo stesso. Fondamentale rimane insegnare ai propri figli a rispettare le donne già da piccoli, perché questo rappresenta senza dubbio una importante mossa preventiva per il futuro e per una sana relazione con l’altro. Mi rimane sempre in mente un discorso di Patrick Stewart che raccontava la sua esperienza come figlio che assisteva all’abuso domestico e violenze del padre malato di Ptsd contro la madre: “da piccolo ho sentito tante volte dottori e persone che arrivavano in ambulanza a soccorrere mia madre dire: “Signora Stewart lei deve aver fatto qualcosa per provocarlo” e poi “Signora Stewart ci vogliono due persone per creare una lite”. Sbagliato! Mia madre non aveva fatto nulla per provocarlo e anche se lo avesse fatto, la violenza non deve MAI essere una scelta che un uomo deve prendere, mai!

La sala del Sancti Antoni è rimasta gremita sino all’ultimo, con un pubblico attento e partecipe, consapevole del notevole contributo offerto dal convegno per competenza e concretezza nella disamina dei diversi aspetti di un problema difficile da contenere nella sua estrema complessità.

 

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