Pančevo. Fulcro industriale della petrochimica e della raffineria del petrolio nella Jugoslavia di ieri e nella Serbia di oggi. Luogo celebre in Italia e nel mondo per l’elevatissimo tasso di inquinamento, a seguito dei serrati bombardamenti Nato della primavera-estate del 1999 sugli impianti di filtraggio e di raffreddamento delle industrie, che hanno provocato danni ambientali di entità inestimabile. Ne risente quella che un tempo era l’ingente produzione alimentare della pianeggiante e rigogliosa regione autonoma della Vojvodina, al crocevia tra le culture slava, austriaca e ottomana. Pančevo, città di incontro di decine di popoli:
narod, in lingua locale, ambivalente termine dai connotati evidentemente manipolabili per fini identitari etnici e nazionali. Luogo d’arrivo, nel corso degli anni Novanta, di decine di migliaia di profughi. Rifugiati in casa propria, come li ho denominati nel mio lavoro sui serbi della regione croata della Krajina, costretti a cercare rifugio in Serbia, ormai la propria unica madrepatria, e all’estero, in seguito alle operazioni militari croato-statunitensi Lampo e Tempesta del maggio e dell’agosto del 1995. Quelle operazioni di pulizia etnica che avrebbero dato concretezza al sogno pavelićiano e tudjmaniano della Croazia unita, di evidente stampo ultra-nazionalista.
Pančevo. Città che, insieme alla vicinissima Belgrado, è entrata assiduamente nella mia quotidianità per tutto l’anno accademico 2010-2011. E’ qui infatti che si è svolta la mia ricerca sul campo, nell’ottica di realizzare il progetto di tesi di laurea specialistica dal titolo “Rifugiati in casa propria. Etnografia sui serbi di Krajina a Pančevo”, nell’ambito di studi dell’antropologia politica e di un ciclo di ricerca conclusosi all’università di Siena un mese fa.
Lo scopo della mia tesi è stato quello di esplorare la costruzione delle identità in un contesto post-bellico e di forte trasformazione sociale, oltre che di incontro e scontro di individui e collettività auto-definentesi sulla base di rappresentazioni etniche e nazionali di sé, mediate in primo luogo dal reiterato racconto canonico di una contro-storia che va a legittimare la propria presenza, in senso demartiniano, nel mondo, e quindi nella storia, nella società e nella cultura. Un mondo di uomini: tanto esseri viventi quanto cittadini. Tanto soggetti di natura quanto soggetti di diritto, che si inseriscono nella logica dello Stato-Nazione, volta a promuovere strade di integrazione che mirano all’appiattimento categoriale dell’essere umano sulla base dei suoi connotati biologici ed economici, ponendo quelli storici sullo sfondo della scena.
La mia curiosità rispetto al processo di integrazione e di costruzione delle identità individuali e collettive dei rifugiati serbi di Krajina, sradicati dalle proprie terre sulla base di quell’etnocrazia che ha dominato nel corso degli anni Novanta in Jugoslavia, e approdati in un nuovo Stato che li ha accolti sulla base dello stesso principio dell’omogeneità etnica, ha preso forma nel corso del mio soggiorno a Belgrado alla fine del 2010, durante il quale ho lavorato come tirocinante presso l’Istituto Italiano di Cultura e presso l’ufficio stampa dell’Ambasciata italiana per un periodo complessivo di tre mesi.
L’interesse per la Jugoslavia era già vivo prima del mio arrivo nella sua ex-capitale, stimolato dalla figura quasi mitica di
Tito e dai tempi in cui popolazioni di retaggi culturali molto diversi hanno convissuto fianco a fianco mantenendo la pace e la cooperazione, pur preservando quelle differenze e tradizioni attraverso cui si identificavano.
La letteratura di
Ivo Andrić, di
Paolo Rumiz o monografie etnografiche come quella di
Tone Bringa sui permeabili confini etnici dei villaggi bosniaci mi hanno proiettata in passati più o meno vicini, dando spazio all’immaginazione dei Balcani medievali, ottomani e jugoslavi, fatti di čaršije, suonanti campanili e minareti dalle più svariate forme e altezze, ponti ancora intatti per lo scambio e la comunicazione, sevdalinke e amori oltre l’etnia, oltre l’identità, santi e dei, stretti da una relazione di parentela tra cugini.
Tutto ciò non è scomparso, ma sembra essere parte più di un ricordo nostalgico che della realtà, permeata da invidie e diffidenze, tutte da ricucire, e in parte riparate da chi dopo tutto non ha ancora perso la fiducia nell’uomo. Qualcosa è rimasto, della guerra, della pace. Della guerra. E tra questo, i rifugiati.
I Balcani non sono lontani, eppure si ha spesso l’immagine di essi come di un mondo selvaggio di guerrieri sanguinari e senza pietà, di irriducibili popoli della guerra e dell’odio, quando non di terre dette, con disprezzo, degli zingari.
Volevo capire cosa ci fosse di vero, e di falso, in questo. Volevo ri-trovare quell’umanità spesso data per intrinsecamente assente. Volevo ripercorrere, nel mio piccolo e in uno spazio-tempo limitato, la genealogia delle identità, la loro costruzione e la loro trasformazione, in relazione agli eventi incontrollabili della “lontana politica” e rispetto alle contingenze della quotidianità più immediata, alle necessità individuali e collettive, eventualmente agli interessi più opportunistici. Il mio soggiorno temporaneo a Belgrado mi sembrava un’occasione imperdibile per intraprendere questo percorso di immersione nelle costruzioni identitarie al contempo così artificiose e così necessarie. Ho deciso così, in linea anche con gli impegni universitari, di prolungare la mia permanenza belgradese fino all’estate del 2011, e di orientare lo sguardo appunto su Pančevo.
Ho pensato che oltre ai racconti più o meno aneddotici di amici, conoscenti e colleghi belgradesi, così diversi a seconda della generazione e della provenienza sociale, sarebbe stato interessante, di più ampio raggio e certamente più cavilloso, andare a parlare con i protagonisti del conflitto, dell’esilio forzato da esso causato, del lungo processo di riadattamento in un mondo totalmente nuovo e profondamente mutato: dovevo insomma incontrare personalmente i rifugiati ed ex-rifugiati serbi che vivono in Serbia.
Originari prevalentemente della Bosnia e della Croazia, ciò che li rende rifugiati in casa propria è l’appartenenza alla nazione serba ed eventualmente il possesso della stessa cittadinanza serba, insieme allo status di rifugiati all’interno del territorio nazionale serbo. Oppure sono nuovi cittadini che rimarcano ed enfatizzano il proprio vissuto da rifugiati, quasi a conferire a tale status un’essenza da trattare con particolare ed esclusivo riguardo.
Giorno per giorno, nei miei viaggi oltre il capiente ed esteso Danubio, da Belgrado verso Pančevo, e
nelle mie visite alle abitazioni degli ex abitanti della Lika, del Kordun, della Banija, della Dalmazia, della Slavonia occidentale e di quella orientale (cioè dell’ex Rsk –
Republika Srpska Krajina), ho incontrato i protagonisti della guerra, dell’esilio, dello sradicamento forzato dalle proprie terre d’origine.
Col graduale apprendimento di quella che un tempo era la lingua di tutti gli slavi del sud (gli jugo-slavi, appunto), il serbo-croato, che oggi, perlomeno formalmente, si frammenta in un insieme di tessere di un mosaico scomposto, tra cui figurano il serbo
e il croato come lingue distinte, ho ascoltato a lungo, posto domande, negli incontri di interminabili mattine, pomeriggi o sere innevate, fino a che, nel corso del tempo, la mia stessa opinione non è stata argomento di interesse per i miei stessi interlocutori, nel loro ruolo di osservatori e attori sociali. Le storie di ex militari, ex dirigenti di fabbrica o della Lega dei comunisti jugoslava, ex operai e operaie, agricoltori, commercianti, tutti nostalgici dell’era titina, mi hanno fatto immergere in un passato attraverso il quale oggi si rivendicano i diritti di una cittadinanza esclusiva nel presente, in virtù della propria differenza storica, culturale e certamente, in senso barthiano e licausiano, etnica.
Si è riscontrata spesso una forte chiusura identitaria, conservatrice e facilmente tacciabile di nazionalismo, date anche le frequenti simpatie per l’ancora in vita Partito Radicale ultranazionalista del criminale di guerra
Vojislav Šešelj. Si tratta del partito promotore della grande manifestazione che il 30 maggio 2011 ha visto radunarsi, nella piazza del Parlamento a Belgrado, qualche migliaio di oppositori all’arresto del 26 maggio del celeberrimo generale serbo-bosniaco
Ratko Mladić, accusato in primis per i sanguinosi fatti di Srebrenica.
Ma nella Serbia di
Boris Tadić non ci sono solo i rifugiati e i ricordi della guerra, e tra i rifugiati non ci sono solo i nazionalisti sostenitori di criminali resi eroi nella genealogia mitologica del quasi neonato stato. Ci sono giovani, figli dei più variegati matrimoni misti, e meno giovani, con più vive memorie degli affanni della guerra, che quotidianamente si oppongono alle retoriche populiste dei partiti che inneggiavano alla Grande Serbia e che oggi si dichiarano ipocritamente ripuliti e rinnovati dalle più ampie vedute europeiste. Ci sono gli studenti, gli artisti e la cultura underground, sensibile a un rinnovamento sociale non per forza orientato allo spietato capitalismo neo-liberista del modello occidentale. Un rinnovamento che sia fondato su un’opera di serrata e profonda critica, non solo al passato e alla guerra, ma anche al processo di democratizzazione e sviluppo economico di cui l’Europa è la prima promotrice. Si teme la spinta verso un appiattimento delle pratiche, dei comportamenti e del pensiero, che rischia di affievolire quelle differenze che sono eredità di un passato che è riuscito a integrare, anche se per un periodo limitato, il socialismo e il liberalismo, il welfare statale e la libertà individuale.
Se quindi c’è chi, come la maggior parte dei protagonisti della mia tesi, per contrastare questo processo si rifà a quel passato per costruire una cittadinanza che superi il concetto di uguaglianza che andava a fondarla, c’è anche chi, come buona parte di coloro che in un modo o nell’altro hanno condiviso il mio cammino, pensa e agisce un’Altra Serbia possibile, anti-nazionalista, contro la guerra, per i diritti umani, la sicurezza sociale e le libertà individuali.
La Serbia, un Paese che percepiamo come tanto diverso e tanto lontano, può diventare, insieme agli altri Paesi dell’ex-Jugoslavia, un punto di osservazione da cui ripartire, non solo per scagliarsi contro il brutale mercato, le banche spietate e lo Stato corrotto e inefficiente, ma per ri-pensarsi, e per pensare una e più alternative.