“Con la chiusura dello stabilimento Alcoa, rischia di saltare non solo la filiera dell’alluminio ma anche quella dell’energia.” A tracciare i devastanti effetti della serrata di uno degli ultimi comparti del polo industriale di Portovesme è
Tore Cherchi: “È uno dei momenti più delicati nella storia di questa fabbrica-modello- precisa il presidente della Provincia di Carbonia-Iglesias- e le gravi conseguenze a livello economico e sociale non si ripercuotono solo nel territorio del Sulcis Iglesiente ma dell’intera Isola.” Dunque dopo sedici anni, complice l’attuale congiuntura economica negativa in atto in tutto il mondo, i vertici Alcoa abbandonano la produzione nel sudovest sardo : chiusura della fabbrica e avvio delle pratiche per il licenziamento collettivo dei lavoratori sono le uniche direttive che arrivano della multinazionale americana. Un dramma che si esplicita a velocità impressionanti. Nessun margine di trattativa, nessun ripensamento. Lo stesso amministratore delegato
Giuseppe Toia (per lunghi anni direttore dello stabilimento sardo) lo ha spiegato alle organizzazioni sindacali: Alcoa non è più interessata a produrre alluminio primario in Sardegna, l’energia ha raggiunto costi insostenibili e la multa di 300 milioni di euro da parte dell’Unione europea per le tariffe agevolate pesa ancora come un macigno sulle casse dell’azienda.
L’avvento della fabbrica d’oltreoceano – dopo gli anni tanto allegri quanto devastanti delle Partecipazioni statali - fu considerato come una benedizione nell’economia sulcitana, con la creazione di oltre mille posti di lavoro tra assunzioni dirette e i comparti dell’indotto. I rapporti con il territorio, una serie di operazioni ecologicamente corrette come piantumazione e costruzione di impianti sportivi, identificarono i suoi dirigenti come attenti e scrupolosi in questo perenne disequilibrio tra inquinamento e benefici economici.
“Alla luce di quanto annunciato, è doveroso fare alcune considerazioni sugli effetti che la chiusura della fabbrica ha su Portovesme- sottolinea il presidente Cherchi- in primis lo stabilimento della multinazionale utilizza circa 3 miliardi di chilowattora, ossia un terzo dell’energia consumata in Sardegna. Lo fa in maniera costante, cioè 24 ore su 24. Ciò significa che anche Enel perderebbe il suo cliente più importante subendo delle serie ricadute a livello economico.”
Il 2011 si era già aperto con una crisi economica ed occupazionale di notevoli proporzioni per il Sulcis Iglesiente: 3700 posti di lavoro persi solo nel polo industriale di Portovesme. “La crisi economica internazionale e le carenti politiche di investimento nei settori produttivi avevano già fortemente devastato il tessuto sociale del territorio - riferisce
Roberto Puddu, segretario provinciale Cgil- ora, con la serrata di Alcoa, anche gli altri comparti industriali navigheranno ancor di più nell’incertezza lavorativa, fatta di licenziamenti, cassa integrazione, fermata degli impianti.” La prospettiva è che, con l’uscita di scena degli americani, il tracollo economico e sociale del Sulcis Iglesiente non subisca un’impennata tale da annientare un territorio ormai privo di speranze. E ciò avviene in un’Italia priva di strategia industriale. La mancanza di queste ulteriori mille buste paga impoverisce una porzione di Sardegna già povera, priva di risorse, dove l’ambiente ha pagato prezzi altissimi pur di favorire lo sviluppo, dove l’emigrazione ha raggiunto cifre incontrollabili, dove servizi e attività commerciali non hanno più senso di esistere se non si produce più nulla.
Dopo Alcoa anche le principali attività produttive del Sulcis Iglesiente si avviano definitivamente a crisi di proporzioni non gestibili.
Eurallumina (produzione:ossido di alluminio; 35 operai in attività a rotazione). L’azienda contava 380 operai diretti e 300 appalti coinvolti direttamente nella produzione. La crisi di mercato, l’elevato costo dell’energia e le molteplici problematiche legate alla gestione ambientale hanno determinato lo smantellamento progressivo delle risorse umane che ancora oggi hanno una vertenza aperta nella speranza di poter riavviare la produzione a pieno regime.
Portovesme srl ( produzione: piombo, zinco, acido solforico, argento, oro; 500 operai diretti e 385 appalti). Negli ultimi cinque anni l’organico complessivo ha perso circa 300 lavoratori fra diretti ed appalti per messa in mobilità o termine di contratto. Nonostante l’avvio del parco eolico, i lavoratori attendono risposte in merito agli investimenti sull’aumento di produzione di zinco elettrolitico. In effetti per gli elevati costi del Carbon coke avevano chiuso lo zinco termico.
Ila (produzione: laminati di alluminio, verniciati, fogli sottili; nessun operaio in attività). L’azienda è in fallimento, i 189 operai percepiscono la cassa integrazione e nel corso degli ultimi due anni si sono vagliate alcune manifestazioni di interesse all’acquisto da parte di imprenditori nazionali e internazionali. La Regione Sardegna potrebbe intervenire con la Sfirs ma ad oggi dopo 19 incontri formali non si è riusciti a concretizzare. Tra le cause del dissesto sempre i costi improponibili dell’energia e i forni ad alto consumo e basso rendimento.
Rockwool (produzione: lana di roccia; nessuno operaio in attività dei 190 fra diretti e appalti). Unico esempio di azienda produttiva che chiudeva il proprio ciclo nel territorio regionale, dalla materia prima al prodotto finito. Fu realizzata a Iglesias con i fondi della riconversione mineraria, non ha mai avuto perdite e neppure problemi di immissione prodotti nel mercato. Tra le cause della fine attività la logistica e la delocalizzazione in Croazia.
Carbosulcis (produzione: carbone; nella miniera di Nuraxi Figus lavorano ancora 532 minatori tra diretti e appalti). In pochi anni l’organico si è ridotto di circa 350 unità lavorative. Manca ancora la definizione del progetto integrato: produzione di carbone/energia elettrica con cattura e stoccaggio CO2 e conferma cip 6.
Carnet (produzione: carte elettroniche; inizialmente erano 200 operai, ora 50 sono alla loro quarta mobilità in deroga). La struttura aziendale era nata con i finanziamenti del contratto d’area, di dimensione superiore alle necessità. Nell’ultimo anno sono stati avanzati alcuni progetti per la sua riattivazione che integrano la produzione con la gestione e la conservazione delle transazioni elettroniche, con la produzione, gestione e assistenza software.
Le braccia nel Sulcis, la testa negli States
La morte dell’Alcoa – caso che, dopo le miniere e la chimica, chiude definitivamente la storia della grande industria in Sardegna, è stata decisa da New York all’Islanda, passando per Arabia e Cina. Una morte figlia della globalizzazione, del capitalismo senza confini. Lunedì 9 gennaio, le 23 in Italia, il ceo di Alcoa
Klaus Kleinfeld ha spiegato agli analisti perché l’azienda, non una multinazionale qualunque, ma uno dei cardini dell’industria manifatturiera statunitense, ha registrato perdite nell’ultimo trimestre per 193 milioni di dollari, pur con ricavi in crescita e superiori alle aspettative. Il fatturato è sceso del 7 per cento rispetto al terzo trimestre, anche se i debiti sono calati e non c’è problema di liquidità.
Perché è successo? «La debolezza europea causata dalla crisi del debito sovrano e l’incertezza sui mercati». A questo punto, oltre ai tagli a casa propria, Alcoa – ha scritto
Giuseppe Centore sulla Nuova Sardegna - ha tagliato proprio in Europa, in quelle che sino a pochi anni fa erano le punte di diamante della sua produzione di alluminio primario, e che adesso sono le cenerentole, per costi e redditività. I segnali di un cambio di rotta c’erano da mesi. Negli incontri in sede continentale, gli impianti spagnoli e Portovesme erano sempre segnati con un cerchio rosso, a differenza di quello islandese di Fjardaal, piccolo gioiello. E chi illustrava gli scenari non era lo spagnolo
Marco Ramos, mandato a dirigere Alcoa in America Latina e Caraibi ma
Tomas Màr Sigurdsson, islandese e responsabile proprio della nascita di quell’impianto, una vera città in un fiordo dell’isola con una capacità di tre volte superiore a quella Italiana e con un costo dell’energia irrisorio. Mentre il nuovo manager islandese bacchettava i latini, in Arabia Saudita si completava la joint-venture da 10 miliardi di dollari tra Alcoa e Ma’aden, per realizzare un impianto cinque volte più grande di Portovesme, che entrerà in funzione nel 2013. Per i tempi dell’industria mondiale, praticamente domani.
La scelta di Alcoa di tagliare Italia e Spagna deve essere letta in chiave interna. La riprova si ha da altri numeri; i tagli corrispondono solo allo 0,5 per cento della produzione mondiale, e non saranno sufficienti per tirare su il prezzo. Anche perché tre-quarti dei grandi impianti cinesi di alluminio oggi stanno producendo in perdita. I cinesi non hanno il problema di chiudere gli impianti. Possono permettersi di sopportare questa crisi. Gli altri no.